ADESSO PARLIAMO NOI: IL TAVOLO, L’AUTODETERMINAZIONE, LE PRIMARIE

L’8 settembre, al tavolo del campo largo, avevo fatto presente che per noi di A innantis! il punto fondamentale era che la coalizione in via di formazione si ritrovasse unita e sospinta dall’idea di autodeterminazione del popolo sardo.
Davanti a chi, come i Progressisti, proponeva una pura “coalizione programmatica” – adducendo a motivo proprio la diversità interna che arrivava “fino gli indipendentisti” – avevo detto che si poteva fare ben altro, che ci serviva di più: ci serviva uno slancio ideale, emotivo, capace di unirci veramente al di là delle molteplici sigle, capace di sintonizzarci con le aspirazioni e i bisogni profondi della nostra gente, capace di ispirare azioni nuove, coraggiose, risolutive dei troppi problemi che rischiano di soffocare la nostra terra.
Avevo anche detto che se fossimo stati capaci di assecondare questo slancio la figura del/la presidente sarebbe arrivata di conseguenza, perché si sarebbero tracciati i contorni di una persona capace di testimoniare e generare condivisione, innovazione, autodeterminazione.
Avevo detto – mi sono riascoltato l’audio – che se non c’era questa condivisione sul tema dell’autodeterminazione e gli orizzonti politici rimanevano troppo distanti allora, per gli indipendentisti di A innantis!, era meglio fare le primarie e confrontarsi sulle diverse idee di Sardegna che legittimamente abitavano il tavolo. In ogni caso, suggerivo di mettere subito sul tavolo tutti i nomi che circolavano, anzi, di portare queste persone nella stanza, in modo che si abbeverassero dei discorsi che si andavano facendo e capissero di non essere dei futuri eroi solitari (con tutti i guai conseguenti in materia di tenuta e qualità dell’azione del governo) ma i futuri registi all’interno di una squadra plurale ma con una visione condivisa del futuro della Sardegna.
Il 15 di settembre, in una sessione per certi versi epica, l’idea di autodeterminazione diventava patrimonio comune della coalizione. Non senza titubanze di pochi, certo, ma anche con un entusiasmo pervasivo che portava altri a prospettare che il termine potesse comparire addirittura nel nome della coalizione.
In quel momento restavano a favore delle primarie solo due formazioni che per motivi tattici o ideali le rivendicavano. Tutte le altre 16 sigle – a partire dalle più grandi, nessuna esclusa – erano contro. Per noi di A innantis! avendo ottenuto il riconoscimento dell’autodeterminazione ed essendo chiaro quale fosse il volere della stragrande maggioranza non restava che continuare a battere sulla visione ideale, sui contenuti conseguenti e sulla richiesta di accelerare il percorso per poter andare quanto prima a parlare con i sardi delle idee che stavano emergendo dal tavolo: dalla Riforma dello Statuto all’Agenzia Sarda dell’Energia, dal prenderci i poteri per rafforzare il servizio sanitario pubblico alla sperimentazione di politiche fiscali per rilanciare il lavoro, dalla capacità di programmare bene l’uso delle risorse non spese da Solinas alla macroregione europea dell’isole del Mediterraneo occidentale, dal rilancio dell’etica in politica (erano i giorni delle inchieste e degli arresti…) alle politiche per il bilinguismo e tanto altro.
Quali erano i motivi che emergevano dalla quasi totalità delle forze al tavolo e sconsigliavano le primarie?
Un primo motivo era di tipo pratico: non c’erano i tempi, le forze, le risorse e le garanzie per fare delle primarie “ben fatte”, non inquinate o inquinabili, capaci di garantire una partecipazione effettiva (tanto dei votanti che degli eventuali candidati) e dunque un risultato credibile e incontestabile, che non producesse fratture insanabili come era appena successo altrove.
Un secondo motivo era di tipo ideale: si diceva che dopo anni di populismo era giusto e necessario che i partiti, che per quanto malconci continuano a essere un presidio di partecipazione democratica e di mediazione delle istanze popolari, si prendessero la responsabilità di trovare una sintesi, sul nome e sui programmi. In modo da generare una vera coalizione politica, capace di durare non 5 ma 10 anni, di non sfaldarsi all’indomani della vittoria, producendo una litigiosità e ingovernabilità di fatto, come è già successo, e come abbiamo visto accadere disastrosamente nella Giunta Solinas.
Il terzo motivo era di tipo etico-strategico: il tavolo era garante dell’idealità e dei valori condivisi dalla coalizione mentre le primarie potevano assecondare le sirene, per alcuni allettanti, del trasversalismo, del richiamo del Grande Centro(destra), che avrebbero impedito di costituire una reale alternativa all’attuale maggioranza di governo, al suo modo di trasformare i diritti in favori.
Il quarto motivo era di tipo politico, ed era conseguente ai primi tre: la legge elettorale sarda è fortemente presidenziale, dà al presidente un potere di vita e di morte sulla legislatura, dunque un potere di ricatto sulle forze e le persone in consiglio. Evitare l’uomo (o la donna) solo al comando, tanto più onnipotente se individuato in forma sostanzialmente plebiscitaria, era un’esigenza generalizzata anche di alcune forze che hanno poi lasciato il tavolo e oggi chiedono se non le primarie almeno delle “consultazioni” la cui natura non è del tutto chiara. Perché è tangibile il rischio che anche l’agnello si faccia lupo quando ne ha la possibilità, e vanifichi totalmente l’idea di un gioco di squadra, vanifichi il programma condiviso, vanifichi l’idea di una strategia di sfida di popolo rispetto al governo centrale, vanifichi in sostanza la capacità di agire per l’interesse generale dei sardi sull’altare di interessi di parte o addirittura sulla base di bizze personali.
In sostanza, il tavolo stava cercando di affermare un’idea di democrazia rispetto al populismo imperante negli ultimi anni, un’idea di “noi” rispetto all’idea di tanti piccoli grandi “io” che ammorbano la politica e la società nel suo insieme.
Può essere che la lentezza e la farraginosità (che io ho sempre criticato ad ogni riunione) abbiano compromesso in una parte dell’opinione pubblica la credibilità del tavolo sardo, avvalorando letture distorte, se non vere e proprie fake news. Può essere anche che il mandato del silenzio che molti abbiamo rispettato (vera forma di gentilezza politica in un tempo in cui rilasciare veleno genera like, interviste, visibilità quotidiana) faciliterà il lavoro di chi vuole far saltare il banco finendo, involontariamente o meno, per far rivincere la destra (l’unica che davvero pende dalle labbra dei tavoli romani). Può essere infine che per convinzione o costruzione si riapra la via delle primarie. Ma i nodi restano al pettine. Anche sostituendo alla motivazione ideale un’altra idealità possiamo essere certi che gli altri rischi siano superati e superabili? Siamo sicuri che le primarie genererebbero quella condivisione, innovazione, autodeterminazione che così tanto ci servono per cambiare la Sardegna? Per stringere una nuova alleanza con il popolo sardo, per il popolo sardo?
Sarebbe meglio che prevalesse il buon senso, l’arte del dialogo, la generosità. Che valesse l’idea di produrre un’alternativa a questa destra ma, ancor di più, il sentimento di una responsabilità storica: quella di dare ai sardi un governo di autodeterminazione, un governo con un mandato chiaro in tal senso. Visto che nel campo di quello che si è soliti definire “centrosinistra”, mai come oggi si era sentito così forte e trasversale il richiamo dall’affrancarsi da tavoli e logiche romane. Bene, non facciamoci sfuggire l’occasione. Facciamolo. Facciamolo insieme. Facciamolo davvero.
Tre riflessioni a margine.
Uno: mi sembra strano che alcuni taccino il PD di aver ceduto lo scettro della presidenza quando la critica popolare e non solo, generalmente, è quella contraria, ovvero di voler sempre egemonizzare le coalizioni.
Due: mi sembra strano che si siano incaponite sulla questione del “tavolo romano” forze che non solo venerano l’Italia e la Costituzione italiana ma che i giochi romani li hanno sempre usati a loro favore, anche di recente, anche per bloccare candidature indipendentiste che emergevano dal territorio.
Tre: mi sembra strano che alcuni indichino Alessandra Todde come un prodotto romano, sconnesso dalla partecipazione popolare, dopo averla criticata per aver promosso “in solitaria” l’incontro di Santu Lussurgiu del 22 luglio. Un incontro tutto sardo, fatto di una partecipazione popolare e trasversale.
Insomma, direi che serve a tutti un po’ più di linearità, meno tatticismo (che rischia di scadere nell’ipocrisia e incancrenire gli animi) e più generosità per andare a vincere e governare con e per il popolo sardo, che da troppi anni attende una classe dirigente – non una singola persona! – all’altezza dei problemi che ci affliggono e delle aspirazioni millenarie che, nonostante tutto, noi sardi ancora coviamo.
A innantis! ![]()
Franciscu Sedda
