SA MATESSI DIE – 3 settembre 1911
A Cagliari e Olbia ricompare lo spettro del colera

Quella del 1910-1911 fu la penultima delle numerose epidemie di colera (lāultima fu infatti quella del 1973, anche se circoscritta nel Napoletano e in alcune zone della Puglia), che a partire dagli anni Trenta dellāOttocento colpirono la Sardegna.
Patologia antica, giĆ segnalata nella zona del delta del Gange e dal grande navigatore Vasco da Gama nel XV secolo, il batterio del colera, vibrio cholerae la sua definizione scientifica, pervenne in Europa dallāAsia orientale, giĆ terra di origine di diverse terribili malattie pandemiche che hanno cambiato la storia europea, quali ad esempio la peste nera del Trecento. Il Bengala ne fu lāepicentro, e da lĆ , nel 1817, il micidiale vibrione si imbarcò sulle navi dirette agli scali europei.
Non annunciata da sintomi particolari durante lāincubazione, esordiva di contro fulmineamente, con una crisi di lancinanti dolori addominali, che giungeva senza preavvisi ovunque si fosse, anche per strada. Qualcosa come dalle cinquanta alle cento scariche di diarrea acquosa al giorno, unite a vomito, disidratavano in brevissimo tempo i poveracci colpiti dal devastante āmostro asiaticoā, assai diffuso ancor oggi in Africa e nel Sud-Est asiatico. La morte giungeva fra crampi e spasmi, preceduta dalla sensazione di un gelo estremo. La faccia si raggrinziva come quella di una mummia, gli occhi si infossavano, la pelle diventava viscida e fredda, bluastra.
Tempistica dāintervento, antibiotici (al tempo sconosciuti) e reidratazione continua del paziente con flebo ne sono oggi il rimedio, oltre alla ovvia profilassi vaccinica.
Se nel 1911 si era giĆ da lungo tempo individuata la causa nel batterio a forma di āsā, lāunica cura restava in buona sostanza, il sostenere con i farmaci del tempo il cuore nella terribile prova.
Considerato il ciclo oro-fecale della malattia, si può facilmente dedurre oggi come venissero colpiti soprattutto coloro che non vivevano con gli agi dell’acqua corrente e e servizi sanitari domestici.
Il contrario era inimmaginabile, per la la quasi totalitĆ della popolazione di Olbia e Cagliari dei primi del Novecento.
Fu Cagliari ad essere particolarmente colpita, dove il lazzaretto di Sant’Elia arriverĆ ad ospitare contemporaneamente 150 ammalati.
Ad Olbia i malati colerici venivano accolti nella chiesa di San Simplicio, anche se al tempo ci fu il disaccordo del soprintendente, l’archeologo Antonio Taramelli, che riteneva l’uso “scandalosamente inappropriato”.
Nell’ultima ondata del 1973 in Sardegna si registrarono soltanto alcuni casi.
Fonti:
M.Brigaglia, Cronologia della Sardegna
Olbiapuntoit
Rubrica a cura di Ornella Demuru
