SA MATESSI DIE – 25 Aprile 1956
Muore in albergo a Dublino il baritono Antonio Manca Serra che cantò con Maria Callas

Una morte improvvisa, repentina, “unu corpu”, fa piroettare la fantasia, fa esplodere fantasiosi fuochi d’artificio.
Se poi arriva nel fiore degli anni, si fa fatica a comprenderla.
Era morto lontano dalla sua città, scritturato per il Festival of Italian Opera al Gaiety Theatre di Dublino.
All’improvviso, la falce della nera mietitrice.
Chi diceva infarto e chi avvelenato per gelosia da qualche cantante che non sapeva neppure aprire bocca. Chi ictus, chi peritonite, chi mal di stomaco e chi addirittura indigestione. Ognuno aveva la sua verità: Lo so io, te lo dico io. “Du sciu deu, ti du nau deu”.
L’uomo crede a tutto quello che dicono gli altri.
La Nuova Sardegna riportò in prima pagina la notizia della morte, non una riga sui quotidiani cagliaritani L’Unione Sarda e Il Quotidiano Sardo. Emilio Ninni Carta, giovane giornalista dell’ANSA la comunicò al padre. “Morti de fillu ndi sciusciat su coru”, Morte di figlio distrugge il cuore.
Non è possibile raccontare il dolore per la morte d’una propria creatura. Ci sono dolori che non passano mai. Così fu per il padre, che per sopravvivere al vuoto creato dalla perdita del figlio ne raccolse i costumi.
Il suo primo costume di scena se l’era fatto confezionare dalle sorelle Fontana, non per civetteria o esibizionismo, ma perché era un perfezionista. Raccolse gli spartiti tutti rilegati in marocchino, con scritte e fregi d’oro i manifesti e le locandine, le fotografie, i giornali che parlavano delle sue recite, la sua scatola del trucco e persino la cenere d’una sigaretta fumata per caso, poiché non era un fumatore. Costruì il suo «nido di memorie» per dirla con Ruggiero Leoncavallo dove però il dolore gli impediva di entrare.
Il padre cercò anche e soprattutto di dare una risposta ai molti interrogativi estemporanei. E la diede. Tormentato da un raffreddore, il giovane baritono temeva per la voce, aveva paura di non farcela a cantare. Si fece visitare da un medico, il quale per tranquillizzarlo gli prescrisse un’iniezione di penicillina, allora largamente usata, toccasana per tutte le malattie. Non sapeva di essere allergico alla penicillina.
E proprio l’antibiotico gli sarebbe stato fatale: shock anafilattico. Diverse le conclusioni della fidanzata del cantante. Per lei, nella morte del suo Tonino c’erano delle falle, a cominciare dall’autopsia, che diceva poco e nulla. Non se ne capacitava. Cercò di saperne tanto da poter mettere fine alle troppe improvvisate deduzioni.
Cos’era stato veramente a farlo morire? Cominciò a scavare, frugare, a spaccare il capello in quattro. Seppe così da alcuni artisti della stagione lirica che si era trattato di un infarto fulminante.
Arrivato in albergo, Tonino depose le valigie nella stanza. Senza neppure aprirle, si diede una veloce rinfrescata, quindi di corsa in teatro per le prove. E in teatro morì, durante le prove. Per evitare la chiusura del teatro, con la conseguente sospensione o ritardo della stagione lirica, fu deciso di trasportarlo in albergo, seduto su d’una sedia, in modo da farlo sembrare vivo. Una messinscena senz’altro cinica per evitare perdite di denaro, mettendo così un altro chiodo alla croce. Lo spettacolo non poteva essere interrotto. Una simulazione simile a quella di Voltaire: appena morto, facendolo sembrare vivo, fu portato da religiosi disposti a seppellirlo in terra consacrata, fu vestito, imparruccato, incipriato e messo a sedere in carrozza, sorretto da un valletto.
Al passaggio della carrozza, tutti lo acclamavano. Due cantanti di quella triste stagione lirica, il tenore Antonio Galiè e il baritono Paolo Silveri in dichiarazioni rilasciate negli anni Sessanta (Galiè) e negli anni Ottanta (Silveri) hanno sempre parlato di morte improvvisa, avvenuta nell’albergo dove alloggiava quasi tutta la compagnia italiana.
E i giornali di Dublino?
Scrissero quasi niente della morte del baritono, senza azzardare ipotesi sulla causa. Il quotidiano The Irish Times del 26 aprile riportò la notizia della morte in prima pagina: «Italian singer dies in Dublin», Cantante italiano muore a Dublino.
Il settimanale cattolico The Standard del 4 maggio, riportò la cerimonia funebre, celebrata nella chiesa di San Francesco in Merchants’ Quay: «Tribute to baritone», Tributo al baritono. Antonio Manca aprì gli occhi a Cagliari, il 16 gennaio 1923, nel quartiere di Villanova, s’appendiziu ‘e Biddanoa. Il padre lo registrò all’anagrafe con i nomi di Antonio Giuseppe Ricardo (con una c). Stessi nomi e grafia anche al fonte battesimale. In famiglia e per gli amici fu Tonino. Crebbe in s’appendiziu degli orti e dei forni delle panettiere pettegole e maliziose, “panetteras crastulas e trancheras”.
Nel quartiere degli inforna Cristi, is inforra Cristus: finita la legna, una panettiera, per poter continuare la cottura del pane, avrebbe gettato nel forno un crocifisso. Ahi, la leggenda! Quando la madre morì, aveva poco più di dieci anni. Il ricordo di lei, del suo sorriso che si stemperava in un arcobaleno, l’amore e l’affetto, la stima e la riconoscenza l’accompagnarono per tutta la sua breve esistenza.
Al cognome paterno aggiunse quello materno, formando il nome d’arte di Antonio Manca Serra. S’iscrisse al Conservatorio Statale di Musica «Pierluigi da Palestrina», che aveva sede nell’ex Palazzo Civico, al n. 1 (n° 6 nell’attuale numerazione civica e non si capisce il perché) della piazza Palazzo, nel quartiere di Castello. Con grande dispiacere del padre, perché l’avrebbe voluto avvocato.
Poi però lo sostenne, seguendolo nei sentieri delle emozioni, degli applausi, della celebrità. «Voce di tenore», sentenziò all’esame di ammissione, Renato Fasano, direttore del Conservatorio. Di diverso avviso gli altri insegnanti della commissione. Frequentò le scuole di canto di Laura Pasini e Maria Capuana: due grandissime cantanti e straordinarie insegnanti, che riuscirono a togliergli fuori quello che neanche lui sapeva di avere.
Conseguì il diploma nel 1945, con il massimo dei voti. Prodromo di promesse, si perfezionò a Roma, frequentando i corsi di specializzazione di canto lirico dell’Accademia di Santa Cecilia, tenuti dai direttori d’orchestra Giuseppe Morelli e Ugo Catania. Debuttò nel 1947, al Teatro Mancinelli di Orvieto, nell’opera Il Trovatore, di Giuseppe Verdi.
Subito notato dal critico del Messaggero di Roma: «Il baritono Antonio Manca Serra ha saputo in maniera grande conquistare il favore di un pubblico che per tradizione e per maturità lirica passa giustamente per esigente e severo. Francamente il Manca si è trovato a suo agio a fianco dei colleghi, volevamo dire che non è stato posto affatto in ombra e ha potuto rivelare quelle che sono oggi le sue alte doti di cantante, quelle che potranno essere le sue possibilità avvenire.
Ci ha dato infatti un Conte di Luna degno di figurare nei maggiori teatri, col canto impetuoso e sicuro, generosamente offerto dalla sua evidente capacità, la quale, perfezionata dalla professione, renderà il Manca un artista che farà certo parlare di sé». Forte di un laboratorio di canto serissimo, capace di proporre parti che spaziavano dal Settecento al Novecento, si avviò in un itinerario di successi, lungo la strada del nomadismo artistico, di teatro in teatro.
Nel suo desiderio di girare, ha cantato dappertutto, anche nei teatri dell’estrema periferia. Quei teatri che per i cantanti costituivano una formidabile palestra, dove s’imparava il mestiere, si affinavano le tecniche, si sentiva e si ascoltava il respiro degli spettatori. Per niente vanesio. Rassicurato, premiato, gratificato dal pubblico. Una carriera affrontata con concretezza e portata avanti in maniera splendida. Una carriera breve, ma da protagonista.
Quando morì era solo agli inizi, chissà quanto avrebbe ancora potuto dare. In neppure dieci anni ha mostrato una voce bellissima, chiara, incisiva, ricchezza di letture raffinate, di dettagli espressivi ed emozioni. Ha mostrato gusto, musicalità, intensità d’interpretazione, talento. Ha dimostrato, nel suo «giovanile ardore», di essere un baritono nato, un perfezionista instancabile, maniacale.
È passato cantando un repertorio da gran voce. Compreso il Fidelio di Beethoven, che non è teatro e che per cantarlo bisogna essere musicalissimi. Nella sua voce che si estendeva per due ottave e nel suo canto c’era se stesso. Era qualcosa di nuovo nel panorama della lirica.
Non imitava nessuno, semmai gareggiava con i mostri sacri di quegli anni, ed erano tanti, italiani e stranieri. Fatta la tara agli stereotipi tanto cari al melodramma, si potrebbe anche dire che di certo non aveva bisogno di aspirare all’eredità di altri baritoni.
Ha cantato con tutti i grandi di allora: Beniamino Gigli, Giacomo Lauri Volpi, Gino Penno, Renzo Pigni, Gianni Poggi, Ferruccio Tagliavini, Francesco Albanese, Mario Del Monaco, Mario Filippeschi, Emilio Marinescu, Vasco Campagnano, Ramon Vinay, Franco Corelli, Gino Sarri, Carlo Bergonzi, Gianni Raimondi, Giacinto Prandelli, Umberto Borsò, Achille Braschi, Maria Caniglia, Magda Olivero, Ebe Stignani, Maria Callas, Renata Tebaldi, Maria Pedrini, Rosetta Noli, Adriana Guerrini, Alda Noni, Cesy Broggini, Iolanda Gardino, Rina Gigli, Fiorella Carmen Forti, Grazia Calaresu, Anna Di Stasio, Fernanda Cadoni, Franca Sacchi, Stella Roman, Gabriella Tucci, Miriam Pirazzini, Virginia Zeani, Antonietta Stella, Palmira Vitali Marini.
Ha inciso diverse opere, riproposte in questi ultimi anni ad eccezione dell’Aida verdiana (dischi Capitol) in CD: Otello di Verdi (Paperback opera, 2000), Il Trovatore di Verdi (Paperback opera, 2002), Fidelio di Beethoven (Osteria, Olanda, 2002), Andrea Chénier di Giordano (Paperback opera, 2004), Famous Italian Baritones Of The Past (Lebendige Vergangenheit, Austria, 2004), Samson et Dalila (Bongiovanni, 2005, peccato che il nome del baritono non figuri nella copertina, assieme a quelli di Vinay e Stignani).
Qualche mese prima della sua tragica fine, una casa discografica di New York lo contattò per l’incisione di diverse opere. In partenza per Dublino, ricevette il telegramma per cantare al Teatro alla Scala di Milano. Telegramma che il padre fece incorniciare, appendendolo nel suo doloroso «nido di memorie».
Riposa a Cagliari, nel cimitero di Bonaria. Sulla sua tomba non mancano mai fiori freschi.
Fonti: di Adriano Vargiu, Il messaggero sardo.
La splendida voce di Antonio Manca Serra ne:
Il Trovatore: Tutto è deserto…
