SA MATESSI DIE – 15 Aprile 1999
La Regione Sardegna adotta i Quattro mori come bandiera ufficiale

Con la Legge Regionale 15 aprile 1999, n. 10 la Regione Sardegna adotta quale sua bandiera quella tradizionale della Sardegna: campo bianco crociato di rosso con in ciascun quarto una testa di moro bendata sulla fronte rivolta in direzione opposta all’inferitura.
Breve storia della bandiera dei 4 mori:
“È il luglio 1409, pochi giorni dopo la battaglia di Sanluri. Il re Martino “il Vecchio”, compiaciuto delle notizie che arrivano dal figlio Martino “il Giovane”, comandante dei catalano-aragonesi in Sardegna, scrive agli altri sovrani europei suoi alleati per informarli dello “sterminio e l’esecuzione nei confronti della nazione sarda traditrice e ribelle” e per render loro noto che durante la battaglia dei soldati sono riusciti ad impadronirsi della “bandera dels sards”, la bandiera dei sardi.
A noi che non possiamo tornare nel passato non resta che saper leggere i segni. E i segni ci dicono chiaramente che durante la centenaria lotta contro un esercito invasore un Albero, un Albero verde in campo bianco, inizialmente simbolo de su Juigadu de Arbarée (il Giudicato d’Arborea), era divenuto l’Albero dei sardi, la bandiera della nazione sarda.
Volgiamoci subito dall’altro lato del campo di battaglia. Nel 1409 la bandiera identificativa della corona d’Aragona erano le barras catalane, i Pali rossi e gialli. E tuttavia sul campo di guerra che dopo la battaglia prenderà per noi sardi il nome de s’occidroxiu – il mattatoio – sventolava dal lato aragonese anche un’altra bandiera. I Pali infatti, per affermarsi, avevano dovuto scalzare dei competitor che seppur sconfitti non erano scomparsi: i Quattro mori, la cui prima testimonianza certa è un sigillo del 1281, dove rappresentano nientemeno che la Corona d’Aragona. Quattro teste scure e senza benda, dai tratti marcatamente scimmieschi, che in quel momento incarnano sia la “Riconquista” iberica nei confronti dei “mori” (i mussulmani di origine africana) sia l’unificazione fra Aragona, Catalogna, Valenza e Maiorca in un nuovo tipo di confederazione politica. E tuttavia questo progetto, politico e simbolico, non attecchisce e il nuovo simbolo si ritrova subito in una situazione ambigua: è il sigillo della corona d’Aragona (e lo resterà fino al 1469!) ma non riesce a diventarne la bandiera, il simbolo popolare. E così a metà del ‘300 la sua funzione muta, il suo significato slitta, la sua esistenza si sdoppia: quando il sovrano Pietro IV sbarca in Sardegna per tentare di arginare la sollevazione dei sardi guidati da Mariano IV usa infatti i Pali come bandiera collettiva e i Quattro mori come bandiera personale di guerra.
Non solo: un importante libro degli stemmi, probabilmente il più importante della sua epoca, già verso il 1380 mostra il simbolo dei Quattro mori associato al nascente “Regno di Sardegna”, vale a dire l’istituzione paravento della conquista aragonese. Premonizione e avvertimento? Non tutto ciò che “appare” sardo “è” sardo! Non tutto ciò che suona sardo è a favore dei sardi!
Ad ogni modo ancor dopo l’apice del periodo giudicale simboli, significati e interessi dovevano esser chiari: nonostante la sconfitta della nazione sarda e dell’Albero verde infatti dovranno passare quasi duecento anni prima che i Quattro mori inizino timidamente ad essere usati da dei sardi.
Li ritroviamo nel 1590 sui Capitoli di corte dello Stamento militare di Sardegna, rivolti a sinistra e benda sulla fronte. Fatti propri dall’élite di origine catalana, i figli dei conquistatori ora rappresentanti in Sardegna della Spagna, aiutati dai sardi iberizzati nel difendere gli interessi del re e del feudalesimo iberico.
I Quattro Mori dunque rispuntano “sardi” nel 1590: dieci anni dopo che il primo storico nostrano – Giovanni Francesco Fara – aveva teorizzato, nientemeno, che la conquista aragonese fu una liberazione dei sardi dai tiranni, ovvero i giudici di Arbarèe. Pura coincidenza?
Così, mentre la memoria e il senso di un simbolo venivano stravolti e si eclissavano un altro simbolo si affermava, ma di certo non con lo stesso significato. Infatti, se in periodo spagnolo i Quattro mori vanno a indicare uno dei fedeli Regni del sovrano di Spagna, in periodo sabaudo il simbolo passa addirittura ad identificare completamente la nuova sovranità straniera.
Per capirlo basta riflettere sul fatto che i patrioti sardi – il “partito di Angioy” – che si batteranno per l’abolizione del feudalesimo e la proclamazione della Repubblica di Sardegna non useranno i Quattro mori ma sventoleranno la bandiera tricolore francese, incarnazione di quella rivoluzione e di quei valori nuovi – libertà, eguaglianza, fraternità – che volevano tradurre in chiave sarda. Per questo verranno definiti e si definiranno “novatori”.
Complicato paradosso: i rivoluzionari sardi non possono risollevare l’Albero, che non ricordano, ma nemmeno possono far propri i Quattro Mori, vale a dire la bandiera sventolata dal potere monarchico e feudale che vogliono abbattere. Chissà che bandiera ci ritroveremmo oggi se la rivoluzione sarda avesse vinto!
In quegli anni tumultuosi i Quattro mori vengono usati tanto abbondantemente dai sabaudi che se ne ritrovano contemporaneamente con benda sulla fronte e benda sugli occhi. Una nuova foggia dunque nasce casualmente dall’errore delle matrici di stampa, ma non è casuale che quando il simbolo riemerge dopo la prima guerra mondiale la foggia scelta sia quella con la benda sugli occhi.
La mentalità che si afferma prima e dopo la guerra è talmente intrisa di vittimismo (che fa rima con rivendicazionismo) che fa comodo essere bendati: “il principio del sardismo – dice Bellieni nel 1919 – è che lo Stato deve ricompensare in base alla quantità di sacrificio nelle trincee”. Non a caso è solo ora che le teste un tempo moresche e mussulmane diventano nientemeno che i piccoli sardi scuri e maltrattati. E soprattutto falliti: irrimediabilmente perdenti proprio perché sardi, di “razza e materno linguaggio sardi”, intimamente privi di una propria storia e di una cultura degna di questo nome.
Così argomentano i leader del nascente autonomismo davanti a chi chiede se si possa “essere una nazione indipendente” nel quadro della vita europea. Nazione abortiva, fallita, mancata: ecco il significato politico che il simbolo ora assorbe e incorpora. Slittamento inquietante: le argomentazioni di questi sardi riecheggiano in modo più sofisticato le teorie dell’antropologia positivistica che da fine ‘800 ci aveva etichettato come una razza africana, inferiore e delinquente. I sardi sventolano il loro stato di minorità. Il loro desiderio di redimersi da un’ingombrante diversità. Fino ad integrarsi, ma non senza dirsi italiani “speciali”.
E così, assolta la sua funzione di integrazione nella nascente Repubblica italiana, il simbolo dei Quattro Mori nel secondo dopoguerra rischia di eclissarsi nuovamente.
A rilanciarlo, più che la politica, ci pensa il Cagliari di Gigi Riva. Poi arriva il neo-sardismo, la Regione Autonoma, il merchandising identitario, la benda sopra gli occhi e i mori (non si sa bene perché) girati a destra. Il simbolo acquista un sentore positivo e un significato ambiguo. Appartenenza nostalgica e sentimento di disunità. Ognuno nel suo angolo, ognuno per conto suo. I sardi divisi da sempre e per sempre in quattro e più parti.
Del resto, siamo tutti sardi ma non si capisce che cosa vogliono essere “i sardi”. I Quattro mori, così unanimemente e trasversalmente sventolati, rappresentano questo: un popolo orgoglioso e confuso, così diviso all’interno e integrato all’esterno, così fortemente regione italiana e così poco nazione europea.”
Fonti
Franciscu Sedda, vari testi
Rubrica a cura di Ornella Demuru
