SA MATESSI DIE – 8 luglio 1963
Scoppia la rivolta dei pescatori di Cabras contro il feudalesimo dell’acqua

Cronaca, 1973
“Non sembra vero, eppure a Cabras, un paese di 8.000 abitanti della Sardegna centro-occidentale, vicino al golfo di Oristano, la pesca negli stagni è tutt’ora regolata da ordinamenti medievali, che fondano la loro «legittimità » su una decisione di Filippo IV re di Spagna presa nei primi decenni del 1600, trecentocinquanta anni fa.
E l’apparato dello stato, di uno stato che non dovrebbe avere nulla in comune con la Spagna della Controriforma e dell’Inquisizione, è tutt’ora impegnato nella difesa di privilegi superati e fuori dal tempo.
I feudatari di Cabras sono padroni dell’acqua e dei pesci, dispongono degli stagni come credono, impongono una legge che ha trovato e trova chi la difende e la fa sopravvivere.
La prima manifestazione del malcontento popolare risale a più di cinquant’anni or sono, al 1919: da allora ininterrotta è continuata la lotta dei pescatori per ottenere il diritto di pescare liberamente.
La storia di questi cinquant’anni di lotte è anche la storia della conquista di una coscienza e di una maturità civile e politica che ha coinvolto tutt’intera la popolazione di Cabras, modificandone profondamente gli antichi costumi.
La volontà di rinnovamento si è man mano approfondita e precisata, il progetto riformatore si è allargato: i cabraresi hanno rimesso in discussione tutta la struttura socio-economica della Sardegna aprendo nuove prospettive di progresso alla comunità .
Dessy che per anni è vissuto insieme ai pescatori di Cabras, partecipando alle loro discussioni e alle loro lotte ha ricostruito questa vicenda raccogliendo dal vivo le testimonianze dei protagonisti, ne è uscito un ritratto della Sardegna decisamente sorprendente dove alla tenace difesa dei privilegi, al progetto di bloccare lo sviluppo della Regione, conservando le strutture di un arcaico feudalismo coloniale, si oppone più tenace e decisa la volontà di rinnovamento dei cabraresi.
La partita è ancora aperta, tra breve toccherà ai tribunali di abrogare gli effetti dell’antico decreto di Filippo IV, ma in Sardegna, come in generale nel Meridione, si tratta di scegliere tra la logica dello sfruttamento e quella della libertà , e la lotta continua.
I pescatori del golfo, i paria dell’economia di Cabras, negli anni sessanta, hanno aperto una breccia nel fortilizio medievale degli stagni, dove sono arroccati privilegio e corruzione, muovendo i primi passi verso il riscatto civile della loro comunità .
Mentre l’èlite intellettuale e politica sciorinava denunce e tesi socialistoidi al caldo, tra un aperitivo e un altro, pochi miserabili, neppure accetti tra i servi della gleba, sono stati i protagonisti di una lotta che rappresenta una tappa fondamentale nella storia della Sardegna.
Uno dei protagonisti della rivoluzione in atto è Mosé, semianalfabeta, basso tarchiato, mani nodose, incallite per i lunghi anni passati a remare. Egli è stato per molti anni palamitaio nel golfo.
Il lavoro del palamitaio è duro, impegna notte e giorno; ma è da uomini liberi senza padrone. Per esercitarlo è sufficiente possedere un barchino a fondo piatto e una palamite.
Nell’estate del 1960 ebbe luogo la prima manifestazione popolare antifeudale. Alcuni giorni prima, i pescatori avevano mandato telegrammi e delegazioni alle autorità locali e regionali.
Oltre duecento pescatori sfilarono, con le loro barche, dalle baracche di falasco di «Su Siccu» fino al lido di Torre Grande, nel golfo di Oristano, per oltre un chilometro. Sulle rive c’erano le loro donne e i loro bambini e qualche famiglia di contadini. Rientrando, proseguirono fino al canale di «Sa Mardini», che unisce le acque del golfo con le acque degli stagni, lo imboccarono e penetrarono nelle acque proibite. Fu una occupazione simbolica, un atto di sfida: durò giusto il tempo di voltare le barche.
Era la prima volta, nella storia di Cabras, che un pescatore osava sollevare il capo davanti al padrone. Gli «scioperanti» (così li chiama il paese) si facevano coraggio col vino, coi canti. Ma il coraggio vero, la coscienza del loro umano diritto, glielo comunicavano le donne e i bambini, che seguivano lungo la riva, incitandoli con urla e pugni levati.
Le autorità regionali si resero conto che la «tranquilla» gente di Cabras cominciava a fare sul serio: si affrettarono a promettere «tutto il loro interessamento», giusto il calcolo elettorale di non perdere voti in quel serbatoio di sottoproletari.
«Le autorità promettevano che ci avrebbero pensato – riprende a testimoniare Mosè -. Promettevano sempre e non mantenevano mai. Dicevano che la questione era complicata e difficile, che si trattava di una faccenda delicata, che bisognava andarci piano e pazientare… Una pastetta che non attaccava neanche al muro.
Ma la notte del 25 giugno, i pescatori padronali, guidati dai valvassori «servi di peschiera», preparano un posto di blocco lungo la strada che dalle paludi porta al paese. Loro intenzione è di aggredire i pescatori liberi con lo specioso pretesto che il pesce che trasportano è stato pescato nelle acque feudali e quindi è refurtiva.
Estate 1962. È il momento più favorevole per la pesca. Muggini e cefali hanno compiuto il loro sviluppo; le uova di questi pesci costituiscono un prezioso prodotto. I feudatari non intendono perdere neppure una briciola dei loro prodotti.
Dice Mosè:
«Proprio non ce l’aspettavamo che la legge potesse distorcersi fino a questo punto, che la legge potesse arrivare a tanto: scacciare sessanta lavoratori da un posto dove lavorano con un diritto pagato due milioni… ma coi soldi si fanno spremere gli avvocati e far vedere nero per bianco…».
Nel mese di giugno, i feudatari denunciano i pescatori delle paludi di aver sconfinato e pescato nelle loro acque. L’accusa è di furto. Il machiavello giuridico prende corpo. La magistratura si presta al gioco – non si sa fino a che punto ingenuamente. Cominciano ad affluire a Cabras camion di carabinieri. I carabinieri del luogo, diretti da un certo maresciallo Serra, indagano e preparano i verbali d’accusa.
Dopo i fatti di giugno molti pescatori vengono arrestati, altri fuggono latitanti.Per tutto luglio continuano gli arresti e la ricerca dei pescatori latitanti. Uno a uno (sono oltre quaranta i mandati di cattura), alla chetichella per evitare un tumulto popolare, si eliminano gli uomini di punta della resistenza antifeudale. Ad arrestare Simone Secchi sono andati ventiquattro carabinieri, poiché egli abita nel rione «Veneziedda», dove abitano molti pescatori ed è più sentita la lotta per gli stagni.
Sessanta famiglie vivono nel terrore, senza lavoro, senza pane. Nessuno più osa mettere piede nella stessa fascia di paludi, che pure è costata tanti sacrifici per averla in concessione.
Il 15 luglio 1971, davanti ai giudici del tribunale compaiono duecentoottantotto pescatori accusati di furto di pesce… pescato negli stagni di Cabras, feudo dei notabili Carta.
I «fatti di Cabras» sono ancora aperti, mentre scrivo, e la lotta dei «paria» continua in attesa della «superperizia» delle perizie. Gli ottimisti dicono che passerà un anno, prima che i «superperiti» giungano alla conclusione – già scontata dai periti precedenti ed evidente nella realtà delle cose – che le lagune sono di natura demaniale, aperte, comunicanti con tre corsi d’acqua e col mare e che il patrimonio ittico che vi giunge, vi circola e vi stanzia è di diritto pubblico.
E’ mia opinione che l’esito della «superperizia» e la sentenza della Cassazione relativa al conclamato «diritto di proprietà » giungeranno – per un preciso calcolo politico – quando «è ormai troppo tardi». Si renderà a parole giustizia ai pescatori nel momento stesso in cui si commetterà nei loro confronti una ignominiosa ingiustizia: tra qualche anno verrà restituito alla comunità cabrarese un capitale estinto e passivo.
La Sardegna – come ho scritto altrove – appare chiaramente destinata a diventare un’area di servizi militari e petrolchimici del capitalismo internazionale. Non c’è spazio per i settori della economia tradizionale isolana e lo stesso patrimonio naturale è destinato a estinguersi, soffocato da una sempre più intensa militarizzazione, da un sempre più diffuso insediarsi di impianti petrolchimici. Lo stesso fenomeno di emigrazione e di coatto spopolamento delle campagne, lo smantellamento delle tradizionali industrie estrattive, l’abbandono e il decadimento dell’agricoltura, della pastorizia, della pesca e il ridimensionamento dei pur modesti programmi di sviluppo del settore del turismo, sono dati chiari e sufficienti per comprendere quale sia il cinico disegno del capitalismo riservato alla Sardegna.
La questione degli stagni di Cabras rientra in questo disegno…
Tratto da Ugo Dessy – LA RIVOLTA DEI PESCATORI DI CABRAS – Marsilio Editori – Padova 1973
Documentari dell’epoca:
Fiorenzo Serra
Rubrica a cura di Ornella Demuru
