SA MATESSI DIE – 5 Marzo 1917
Disordini per la fame e il carovita in tutta la Sardegna

Scoppiano numerosi disordini per la fame e il carovita in tutta la Sardegna, questi scontri furono particolarmente gravi nei paesi di Dorgali, Ozieri, Mores, Osilo e Busachi.
Nella sola Sassari vennero arrestate 70 persone che denunciavano pubblicamente la miseria e le terribili condizioni per la sopravvivenza quotidiana.
Teniamo conto che la principale caratteristica sociale ed economica negli anni 1915-1920 fu la subordinazione dell’intera economia isolana a esigenze e a problemi esterni, che spesso erano in contrasto con i bisogni e le necessità della popolazione sarda.
Dalle autorità centrali italiane, la Sardegna fu in primo luogo considerata come una potenziale fornitrice di prodotti alimentari. Innanzi tutto, fu decretato l’obbligo di vendere all’esercito tutti i bovini di cui esso si dichiarasse bisognoso.
Un provvedimento di questo genere riguardò tutte le regioni d’Italia; tuttavia, i prezzi di acquisto praticati dalle autorità militari italiane erano molto diversi a seconda delle aree interessate: in Alta Italia, venne fissata una quota di 180 lire al quintale per i buoi, 160 per le vacche e 170 per i vitelli; nel Sud e nelle isole, invece, questi prezzi scendevano rispettivamente a 160, 130 e 145 lire.
Inoltre, poiché l’esercito si serviva di mediatori (profittatori di guerra sprezzantemente denominati pescicani, dalla gente comune, a causa della loro avidità e del loro cinismo), di solito il contadino era costretto a vendere a prezzi ulteriormente ribassati.
Un discorso analogo vale per la lana (che nel 1917 veniva pagata circa 8 lire in Puglia, 7 nelle Marche e 4,20 in Sardegna), per il latte e per i formaggi.
Privata di gran parte della manodopera maschile, la campagna vide un importante e inevitabile calo della produzione.
Dopo il cattivo raccolto del 1914 (1.280 000 quintali), il grano registrò un’ottima annata nel 1915 (2.090 000 quintali), ma iniziò a scendere, stabilizzandosi su una media di 1.571 000 quintali negli anni 1916-1918.
Il costo della vita, intanto, aumentò senza sosta: assunto 100 come valore di riferimento per il 1914, i prezzi salirono fino a quota 264,1 nel 1918.
Tra i soggetti più in difficoltà, incontriamo coloro che possedevano terre e le davano in affitto: poiché i canoni non subirono un significativo aumento, per far fronte all’inflazione molti furono costretti a vendere i loro campi.
Questo massiccio cambio di proprietari nelle campagne fu il più importante processo innescato dalla guerra. Per lo più, si trattò di un fenomeno borghese; sul versante sociale opposto, invece, peggiorò notevolmente anche la condizione dei braccianti, che ottennero un leggero aumento salariale (legato al fatto che, a seguito della leva, la manodopera maschile scarseggiava), ma furono nel medesimo tempo fortemente colpiti dall’aumento generalizzato dei beni di prima necessità.
Quanto ai servizi, la Sardegna fu praticamente dimenticata per tutto il periodo della guerra.
Poiché la lotta contro la malaria fu del tutto abbandonata, i decessi per tale causa nell’isola aumentarono di anno in anno: 1.549 nel 1915 (pari al 25% circa del totale italiano (4220), 1137 nel 1916, 1987 nel 1917, 1872 nel 1918.
Anche i morti di tubercolosi crebbero durante gli anni di guerra: 1918, nel 1914; 2693, nel 1918.
La spagnola (la terribile epidemia di influenza che flagellò il mondo intero) fece in Sardegna 12.000 vittime: più di 9000 nel solo 1918, le altre nei tre anni seguenti; nell’ottobre del 1918, nella sola provincia di Cagliari furono toccati 165 comuni su 259, con un tasso di ammalati che variava dal 15 al 30% della popolazione globale.
Fonti:
Sei Editrice
Carlo Delfino editore
