SA MATESSI DIE – 20 luglio 1258
Santa Igia si arrende. Il Giudicato di Calari finisce di esistere. Una città che oggi “vive” ma sepolta dal cemento.

Santa Igia fu la capitale del Giudicato di Calari dal IX secolo d.C. al 1258, quando fu distrutta dai pisani e dai loro alleati sardi (Giudicato di Arborea, di Torres e di Gallura) in seguito alla conquista del territorio, così come a suo tempo il Giudicato di Calari mosse alla conquista degli altri giudicati.
Nel 1015-16 l’arabo Mujahid ibn Allah al-amiri, signore di Denia, sferrò un attacco alle coste della Sardegna.
A sostegno delle forze sarde si schierano il pontefice Benedetto VIII e le Repubbliche marinare di Pisa e Genova che costringono Mujahid ad abbandonare i suoi presidi nell’entroterra cagliaritano.
La prima conseguenza è la crescita esponenziale dei traffici dei mercanti liguri e toscani, che stabiliscono in terra sarda approdi e insediamenti che avranno un ruolo fondamentale per il successivo controllo politico dei giudicati.
Infatti nel 1217 la giudicessa di Cagliari Benedetta de Lacon-Massa, figlia di Guglielmo I-Salusio IV de Lacon-Massa primo giudice non sardo, dona alla comunità dei mercanti pisani il colle a nordest della capitale Santa Igia, nel quale vengono costruiti il Castellum Castri de Callari (l’attuale quartiere di Castello a Cagliari città) e la chiesa di Santa Maria, ovvero l’attuale chiesa di Castello, diventata cattedrale nel 1258, quando i Pisani, con la distruzione di Santa Igia, determineranno la fine del giudicato di Cagliari.
Guglielmo III Salusio VI (noto anche come Guglielmo di Cepola) seguì il suo predecessore in una politica a favore della repubblica di Genova, espellendo tutti i pisani da Castel di Castro (quartiere dell’odierno Castello).
Immediatamente le famiglie pisane, i della Gherardesca, Guglielmo di Capraia giudice di Arborea, Giovanni Visconti giudice di Gallura, radunarono una potente armata e, con l’aiuto dell’ammiraglio pisano Oddo Gualduccio, riconquistarono il castello di Castro e assediarono Santa Igia, che, non ricevendo aiuti dai genovesi, fu costretta ad arrendersi (luglio 1258, secondo le fonti forse il 20, il 22 o il 27) e fu totalmente distrutta.
Il territorio delle Stato calaritano è smembrato fra le potenti famiglie toscane dei Visconti, dei Capraia e dei Donoratico e quindi ai vari giudicati.
Santa Igia oggi esiste ancora?
Nel 2021 Santa Igia è una città oramai fantasma.
L’area dove sorgeva fu oggetto di scavi archeologici nei primi anni ’80 del secolo scorso dall’allora sovraintendente Ferruccio Barrecca, scavi che riportarono alla luce resti di strutture e tombe.
Che oggi non possiamo più vedere.
Oramai Santa Igia sopravvive nei documenti d’archivio.
Questi ci raccontano che erano tanti i suoi edifici a più piani. Grande e ricca di manoscritti la sua biblioteca.
Affacciata sul mare, con colline e montagne alle spalle, verso l’entroterra, era sorvegliata da torri, ma in misura maggiore delle cisterne d’acqua piovana. Il perché è presto detto: la città sorgeva sulle sponde occidentali dello stagno di Santa Gilla, “in condizioni di sicurezza ideali”. Pur sempre in mezzo all’acqua salmastra.
Essendo situata accanto a una serie di canali navigabili in collegamento con i vicini centri abitati di Elmas, Uta e Decimo, Santa Igia divenne un fiorente centro commerciale.
Ma oggi non è più visibile.
Riposa, in larga misura, sotto le placide acque dello stagno, a breve distanza dal centro commerciale Conad (ex Auchan).
I primi studiosi ottocenteschi dicevano che era una città importante con i palazzi del potere: quello della giudicessa Benedetta e dell’arcivescovo.
Forse Santa Igia possedeva anche un ospedale, dato che i medici figurano fra i testimoni di alcuni atti pubblici che parlano, tra l’altro, di un luogo intitolato a San Lazzaro (un lazzaretto?).
Il centro abitato accoglieva anche luoghi di culto: le chiese di San Pietro dei Pescatori, di San Simone e Santa Maria di Cluso.
Le prime due sono ancor oggi visibili. La terza era probabilmente una cattedrale ricca di opere d’arte.
Si trattava della Chiesa di Santa Cecilia, da cui forse il nome della città: Santa Ilia-Santa Igia.
i resti della cattedrale intitolata a Santa Igia“, secondo Giovanni Spano erano ancora riconoscibili, nella metà del 1800, in quello che lui chiamò “il vigneto Sepulveda“.
Una grande vigna che sorgeva nei pressi dell’attuale via Simeto, fra il palazzo delle poste e uno sfascia carrozze.
Il ricercatore Francesco Cesare Casula lavoró in equipe ad un importante progetto di scavo e recupero che però, finì per arenarsi.
Furono avviati degli scavi stratigrafici che misero in luce parte della città romana e altomedievale. Però quasi nulla di tutto ciò che fu trovato è mai stato pubblicato. Non solo.
Gli scavi furono coperti. Sui resti antichi fu costruito il noto cavalcavia di via Santa Gilla con la strada sopraelevata.
Nel 1993 l’associazione universitaria “Kita de Sardinia”, presieduta da Ornella Demuru e altri studenti universitari, organizzò un convegno dal titolo “Santa Igia 10 anni dopo” (s’intendeva dopo le prime scoperte degli scavi dell’83).
Il convegno voleva fare luce sulle volontà politiche “recenti” di ricoprire con l’asfalto gli scavi dell’antica città. All’incontro parteciparono diversi studenti universitari, gli studiosi F.C.Casula, Barbara Fois, ma anche rappresentanti delle istituzioni e l’allora sovraintendente Vincenzo Santoni, il quale durante il suo intervento affermò che “niente era stato compromesso, perché “il bene” si conserva comunque anche sotto il cemento”.
Negli anni si è proseguito con altri incontri, altri convegni, altri scritti, ma ad oggi l’antica capitale del Giudicato di Calari rimane sepolta sotto il cemento, e soprattutto sotto l’indifferenza dei sardi.
Fonti:
Sardegna Cultura
Sardegna sotterranea
Alessandra Cioppi, Battaglie e protagonisti della Sardegna medioevale
Riepilogo delle iniziative recenti portate avanti, La Nuova Sardegna
https://www.lanuovasardegna.it/…/sotto-lo-stagno-i…
Rubrica a cura di Ornella Demuru
