SA MATESSI DIE – 21 luglio 1668
I nobili sardi uccidono il Viceré di Sardegna, il Marchese di Camarassa. Verranno imprigionati e decapitati.

Sono passati secoli, tuttavia questo delitto non è ancora stato dimenticato.
Al fine di comprendere appieno le motivazioni che indussero i nobili sardi a uccidere il viceré è necessario fare un passo indietro di un mese, per l’esattezza nella notte tra il 20 e il 21 giugno del 1668, quando nella Calle Mayor, l’attuale via La Marmora, nel quartiere di Castello a Cagliari, fu ucciso ad archibugiate e pugnalate il Marchese di Laconi don Agostino di Castelvì.
Quest’ultimo oltre ad essere la prima voce dello Stamento militare era anche un uomo molto ricco e potente, e capeggiava la fazione che rivendicava il diritto dei nobili sardi di origine spagnola ad accedere alle più alte cariche del Regno, compresa quella viceregia.
L’attempato don Agostino era sposato con la giovanissima nobildonna Francesca Zatrillas, la marchesa di Sietefuentes, che aveva la metà dei suoi anni (poco più che ventenne) che fu coinvolta nell’omicidio del vicerè in qualità di amante di uno dei cospiratori.
La pretesa rivendicativa dei nobili sardi non era ben accetta soprattutto da parte della regina di Spagna Anna d’Austria che, tramite il marchese di Camarassa, faceva sentire la sua pesante autorità nel Regno di Sardegna. La situazione degenerò quando verso la fine del 1664 la corona, tramite il vicerè, pretese dal parlamento sardo un donativo di 70.000 ducati.
L’organo di governo sardo in tutta risposta si dichiarò disponibile a dare il suo contributo solo a condizione che gli antichi privilegi fossero rispettati e, soprattutto, che i regnicoli potessero avere accesso a tutte le alte cariche del Regno; una simile richiesta non poteva trovare accoglimento e si creò una situazione di stallo che si protrasse per tutto il 1665 e il 1666.
Successivamente vi furono due partenze verso la corte di Madrid, da un lato il vicerè mandò un messo incaricato di illustrare la situazione in Sardegna e di ricevere istruzioni sul da farsi, da un altro lato lo stamento militare, in accordo con quello ecclesiastico e reale, decise di inviare il marchese di Laconi con il compito di spiegare alla reggente le ragioni dei sardi.
La missione di don Agostino non ebbe successo forse anche a causa dell’ostilità, probabilmente collegata a personali ragioni di natura economica in territorio sardo, dimostratagli da don Cristoforo Crespi di Valdaura al quale la reggente scaricò il problema.
Mentre don Agostino si trovava ancora fuori Sardegna, da Madrid giunse l’ordine al vicerè di Camarassa, al quale fu riconfermato l’incarico per altri tre anni, di riaprire il parlamento. Approfittando dell’assenza del marchese di Laconi, venne chiamato a presiedere la seduta don Artaldo Alagon marchese di Villasor, suo acerrimo rivale.
Nel frattempo don Agostino rientrò a Cagliari e chiese una sospensione dei lavori parlamentari per riferire l’esito della sua missione in Spagna. Gli vennero concessi solo tre giorni, al termine dei quali, il 28 maggio del 1668, il vicerè chiuse il parlamento.
Dopo 23 giorni, come già detto, nella notte tra il 20 e il 21 giugno fu assassinato don Agostino di Castelvì; l’opinione pubblica indicò subito quali artefici dell’omicidio due personaggi legati alla famiglia del marchese di Camarassa, don Gaspare Niño e don Antonio de Molina, che si rifugiarono nel palazzo viceregio, da dove riuscirono a scappare alla volta della Sicilia.
Il fatto che i due probabili assassini fossero intimi della famiglia viceregia e trovarono rifugio palazzo di rappresentanza rafforzò la convinzione che il mandante dell’omicidio fosse proprio il marchese di Camarassa.
Dopo un mese, il 21 di luglio, il marchese di Camarassa, mentre passava per la via dei Cavalieri (attuale via Canelles) insieme alla moglie e un largo seguito di cavalieri e guardie, fu colpito a morte da una salva di archibugi partita dalla casa di Antioco Brondo (attuale numero civico 32).
Nonostante il grande clamore e la paura dei tumulti, le funzioni di presidente del regno vennero assunte, secondo la costituzione da don Bernardino di Cervellon con grande equità e obiettività.
Durante la breve istruttoria aperta dalla Reale Udienza sulla morte del marchese di Laconi Francesca Zatrillas portò dei documenti atti a confermare la sua convinzione della responsabilità del vicerè della morte del marito, poco dopo però partì nel suo feudo di Cuglieri in compagnia di don Silvestro Aymerich; questo fatto fece nascere il sospetto che tra i due vi fosse una relazione già precedente alla morte di don Agostino e che avessero utilizzato l’espediente della diatriba politica per liberarsi del peso coniugale che contrastava la loro unione. Il fatto che nel mese di ottobre del 1668, dopo solo quattro mesi di vedovanza, i due giovani si unirono in matrimonio aggravò la loro condizione.
Il nuovo vicerè don Francesco di Tuttavilla duca di San Germano, fu incaricato di trovare i responsabili dell’omicidio del vicerè precedente.
I due amanti furono ritenuti responsabili dell’uccisione di don Agostino di Castelvì in un momento di forte tensione con il vicerè e quindi di aver indirettamente provocato la sua morte determinata dall’immediata vendetta della fazione a lui ostile.
Iniziò così una feroce ricerca e cattura di coloro che furono ritenuti colpevoli del delitto di lesa maestà.
Il procedimento istruttorio si chiuse con la sentenza del 18 giugno del 1669 nella quale furono condannati a morte Silvestro Aymerich, don Artaldo di Castelvì marchese di Cea e don Antonio Brondo marchese di Villacidro, ai quali furono inoltre confiscati i beni e demolite le abitazioni.
La cattura dei responsabili avvenne in tempi e modalità diverse, la più cruenta fu quella del marchese di Cea tratto in catene dal nord Sardegna fino a Cagliari, dove fu giustiziato.
Francesca Zatrillas e don Silvestro, dopo essere stati condannati per l’omicidio di don Agostino, tentarono la fuga, ma don Silvestro fu catturato e ucciso e donna Francesca si ritirò in un convento a Nizza dove trascorse il resto della sua vita.
Con sentenza 6 luglio1669 furono parimenti condannati a morte la Zatrillas e l’Aymerich e dichiarati innocenti la Camarassa e don Antonio Molina, don Giacomo di Clavaria, don Gaspare Nigno, don Antonio de Pedrassa e Giuseppe Bono. Tutta la cricca spagnola veniva pienamente riabilitata.
Dopo questa sentenza il Portugues, il Cao e il Grixoni si imbarcarono fuori Regno. Il Cao raggiunse i coniugi Aymerich a Nizza ove donna Francesca diede alla luce un figlio, Don Gabriele, che doveva poi essere reintegrato nel feudo di Sietefuentes. Il Marchese di Villacidro si ammalò e morì in Sardegna.
Pure in Sardegna restò il Marchese di Cea godendo nel suo rifugio (il convento di Ozieri) dell’asilo. Tutti i feudi dei colpevoli ed i beni furono confiscati ed atterrate le case del Portugues in Cagliari e del Grixoni in Ozieri. La casa del Brondo (oggi Zapata col bel portale in marmo) contestata dalla figlia del Valdaura moglie di don Felice, come vedemmo restò in piedi e così le case della Zatrillas su cui gravavano varie ipoteche.
Il Cea, privo dell’aiuto dei compagni, si ritirò con alcuni fedeli sul Monte Nieddu (Gallura) dove il viceré cercò invano di catturarlo prima attraverso un numeroso esercito poi col solito mezzo sleale di promettere l’impunità a tutti i delinquenti del Monte Nieddu se avessero consegnato il Marchese; ma i banditi, più gentiluomini del viceré, sdegnarono di profittarsene.
Il nuovo viceré aveva cercato anche di sbarazzarsi dei nobili che potevano ancora essere pericolosi, come il Conte di Monteleone, invitandolo ad unirsi alla spedizione con l’esercito ma il Conte di Monteleone, molto lealmente vista la parentela col Cea, rifiutò tale proposta.
La mentalità del viceré non era però capace di assurgere a tali finezze e diede altra interpretazione al rifiuto. Racconta l’Aleo che il Conte di Monteleone (Lussorio Roccamarti), il Conte di Sedilo (Gerolamo Cervellon), il Marchese d’Albis (Carlo Manca Guiso), il Conte di Villamar (Salvatore Aymerich) e quello di Montalvo (Felice Masones) furono arrestati nel palazzo reale dove si erano recati per fare gli auguri al viceré in occasione delle feste pasquali.
Essi furono rinchiusi nella Torre dell’Elefante (la prigione di stato di allora) e poi trasportati in Spagna. Molto cavallerescamente il viceré, nell’informare la regina, proponeva che a los cuatro (Albis, Monteleone, Villamar e Montalvo) si dovesse “cortar la cabeza” oppure se S.M. volesse essere più benigna fossero tenuti perpetuamente in carcere in modo da non comunicare più con l’isola.
L’epilogo della tragica storia è noto. Il San Germano, di fronte alla fermezza dei Savoia che non vollero tradire l’ospitalità ai fuggiaschi, ricorse all’arma che maneggiava meglio di tutte, il tradimento. Egli trovò il suo uomo in don Giacomo Alivesi, colpevole di diversi omicidi che, fingendosi perseguitato dalla giustizia, si insinuò nell’animo poco accorto di don Francesco Cao che trovò a Roma e che gli servì da esca per trarre in trappola gli altri.
L’Alivesi gli propose un piano per indurre i sardi che egli diceva malcontenti del viceré ad una sollevazione generale. Avrebbe assoldato 300 banditi destinati ad aiutare lo sbarco dei fuoriusciti e fronteggiato in un secondo tempo le truppe regie. Il resto sarebbe venuto da sé.
Portatisi a Villafranca, il progetto piacque agli altri tranne che al Marchese di Cea il quale, recatosi ad accompagnarli ma deciso a non partire fu preso dai compagni a viva forza e gettato nella barca che li portò alla nave su cui dovevano raggiungere la Sardegna. Toccata la Corsica convennero di raggiungere Vignola nella Sardegna settentrionale. L’Alivesi avrebbe dato il buon esempio di sbarcare per primo. Nel frattempo si intese con don Gavino Delitala (soggetto degno di lui) il quale avrebbe radunato in Gallura quanti armati potesse. I due, con le vittime designate, passavano quindi da Vignola all’isola Rossa donde l’Alivesi si allontanò per tornare due giorni dopo con gli uomini armati i quali si mostrarono deferenti ed ossequiosi coi cinque fuggiaschi. Dopo lauta e cordiale cena, mentre le vittime si riposavano, furono aggredite (25.7.1671). Si difesero disperatamente il Cao, il Portugues e l’Aymerich di cui fu fatto scempio, mentre il marchese e il suo servo legati come salami furono condotti a Sassari.
Il delegato del viceré, dopo aver fatto cavare le cervella alle teste degli uccisi e averle fatte riempire di sale, diede un bando perché tutta la cavalleria, i titolati, i nobili, i cavalieri, i cittadini e la plebe, pena la vita e la confisca dei beni, si portassero a Cagliari ove in sinistro corteo dovevano essere condotti i condannati. Ad Alghero, puzzando le teste in modo che nessuno ardiva avvicinarsi al palco, esse furono trasferite a Porta Mare.
La marcia del corteo movente da Alghero durò 12 giorni. Il 9 giugno giunsero a Sant’Avendrace dove sostò per attendere gli ordini del viceré. Esso ordinò che l’ingresso in città avvenisse con grande spiegamento di forze e ne diede l’incarico al giudice Cavassa. La cavalleria precedeva il carnefice a cavallo con un tridente in cui erano infilzate le teste. Seguiva il vecchio Marchese avvilito e stanco, a piedi, con gli abiti logori e il servo Francesco Cappai che venne poi arruotato vivo. Il corteo percorse le principali strade della città a suon di tamburi e poi i due prigionieri furono chiusi nella torre dell’Elefante. Nel pomeriggio, perché la cerimonia fosse completa, una schiera di militi preceduti da tamburi e trombe seguiti dal boia, da ministri della cosiddetta giustizia e da sbirri, percorse le vie di Cagliari per mostrare le tre teste esposte poi su una tavola nel luogo ove fu consumato l’omicidio. Sotto la scorta di 50 soldati furono portate alla Torre dell’Elefante. Appese poi alla Torre di San Pancrazio furono di nuovo trasportate alla prima torre ove restarono 17 anni e furono rimosse solo il 1688 per grazia sovrana su petizione del parlamento.
Sei giorni dopo nell’attuale Piazza Carlo Alberto cadeva la testa di Jacopo Artaldo di Castelvì, valoroso militare e magistrato, con ogni probabilità innocente del delitto ascrittogli. Come nobile non poteva essere sottoposto a supplizio infamante per i privilegi dello Stamento militare. Il suo corpo, lasciato sul palco, fu sepolto dai nobili confratelli del Monte di Pietà e tumulato nella loro chiesa di Santa Maria del Monte (in via Corte d’Appello).
Il traditore Alivesi ebbe i ricchi feudi di Siligo e Banari confiscati al Marchese di Cea con la condizione di pagare 120 scudi annui al compare don Gavino Delitala di Nulvi detto “Bainzu Sgannau”. Di più, ebbe come premio 12 salvacondotti da vendere a banditi e galeotti.
Donna Francesca, la bella protagonista, finì in odore di santità in un monastero di Nizza. L’unico figlio nato da Don Silvestro Aymerich, don Gabriele, ottenne il reintegro del feudo di Sietefuentes e dei paterni, giacché, contrariamente alla tesi del San Germano, la maestà regia ritenne più tardi l’omicidio del Camarassa commesso per motivi privati e non in disprezzo della regia autorità. Gabriele sposò Donna Maria di Castelvì e per tale matrimonio i feudi di casa Laconi (marchesato di Laconi, contea di Villamar) passarono alla famiglia Aymerich dopo l’estinzione della linea maschile in don Francesco di Castelvì, lontano parente di Donna Maria di Castelvì. Nulla sappiamo della fine di Don Gavino Grixoni.
Fonti:
Araldica di Sardegna
Il mulino del tempo
Rubrica a cura di Ornella Demuru
