SA MATESSI DIE – 3 Marzo 1803
Nasce Melchiorre Murenu, l’Omero sardo che cantava “tanca serradas a muru…”

Probabilmente il più grande poeta estemporaneo sardo di tutti i tempi, per quasi tutta la vita fu cieco e per questo motivo fu soprannominato l’Omero sardo.
Di modesta estrazione sociale, Melchiorre nacque a Macomer nel 1803 da piccoli proprietari terrieri, Battista Ledda e Angela Murenu.
Il suo vero nome era Melchiorre Ledda, ma adottò il cognome della nonna materna, Murenu ed in proposito ci sono versioni discordanti. Secondo alcuni lo usò perché i genitori non erano coniugati, secondo altri a causa dell’arresto e successiva sparizione del padre.
La sua vita fu segnata dalle sventure.
All’età di tre anni fu colpito dal vaiolo, che lo rese completamente cieco.
Lo raccontò in versi lo stesso poeta:
«Da-e pizzinn’ ‘e tres annos,
pro mia crudel’azzotta,
unu infettu de pigotta
sa vista mi nd’hat leadu».
«Quando ero bambino di tre anni
per mia disgrazia crudele
un’infezione di vaiolo
mi ha tolto la vista».
Sono molto famosi anche i suoi versi contro l’Editto delle chiudende del 1823 con il quale chiunque poteva recintare la terra comune, appropriandosene.
“tanca serradas a muru (terreni chiusi con il muro)
fatta a s’afferra afferra (fatti in tutta fretta)
chi su celu fut in terra (se il cielo fosse stato in terra)
iant serrau cussu puru” (avrebbero chiuso anche quello)
Il canonico Spano riferisce che aveva un viso abbronzato, significante, espressivo e butterato dal vaiolo.
Quando il padre venne arrestato di lui non si ebbero più notizie.
A seguito di questo evento la famiglia cadde in disgrazia a causa del sequestro dei beni in suo possesso; i fratelli dovettero lavorare come servi, ma Melchiorre non trovò mai un lavoro a causa della sua disabilità.
A causa della condizione sociale e della cecità, perciò, Melchiorre restò analfabeta, ma acquisì comunque una sua istruzione frequentando le Messe in chiesa e ascoltando i predicatori.
Gli studiosi che ne hanno ricostruito la vita gli attribuiscono, infatti, una formidabile memoria che gli permise di acquisire nozioni e una conoscenza critica degli eventi storici e sociali.
Forte della sua cultura e della sua vena improvvisatrice, Melchiorre si guadagnò la vita girando per i paesi della Sardegna ed esibendosi nelle gare di poesia a bolu (“poesia al volo”) o cantada (“cantata”), due generi della poesia estemporanea particolarmente diffusi nell’Isola.
Il suo stile pungente e sarcastico, le tematiche trattate, spesso moraliste, critiche e appassionate, a volte a sfondo sociale e politico, lo resero popolare nell’Isola, soprattutto fra gli strati sociali più poveri. I suoi versi furono tramandati dalla tradizione orale e poi attraverso gli scritti dagli studiosi, facendo del Murenu uno dei più celebri poeti sardi.
Il suo appassionato coinvolgimento e gli attacchi verbali diretti delle sue poesie lo resero però anche odiato e si è congetturato che ne abbiano addirittura causato la morte.
Morì nel 1854, precipitando da un dirupo, probabilmente spintovi da sicari.
La sera della morte, infatti, Murenu si trovava nella sua casa nelle vicinanze della chiesa di Santa Croce e tre persone si presentarono dicendo di essere venuti per conto del poeta bandito Maloccu prendendolo per condurlo ad incontrare il Maloccu che, a loro dire, lo voleva sfidare in una gara di poesia; fu invece condotto al dirupo che si trova nei pressi della vicina chiesetta e gettato giù; fu trovato appunto morto nel burrone.
Mentre ci sono pochi dubbi che i tre uomini lo abbiano spinto nel dirupo, le motivazioni dell’omicidio sono ignote; fra le ipotesi ci sono quella di una vendetta per versi particolarmente offensivi (con “Sas isporchitzias de Bosa” Murenu aveva offeso un’intera comunità) e quella per cui il mandante sarebbe stato il concorrente Maloccu. I versi offensivi, o ritenuti tali, potevano essere molti.
Murenu infatti componeva versi a richiesta (questa era un’antica tradizione soprattutto barbaricina e questo poetare era detto “ponnere una crobbe”) con i quali si indirizzava in metafora qualche indicazione in genere di tipo moralista a persone, spesso donne, i cui costumi suscitavano scandalo.
Ad esempio, nella produzione di Murenu ci sono Faziles amores de una libertina (Facili amori di una libertina), Sa muzere brincajola (La moglie saltellante), Capricciu amorosu (Capriccio d’amore), Peccadore, non vivas pius dormidu (Peccatore, non vivere più addormentato) e soprattutto “A una giovane libertina” che, secondo il canonico Spano, sarebbe la composizione di cui qualcuno avrebbe deciso di vendicarsi; nel componimento, Murenu lascia intendere di essere stato uno dei beneficati dai facili costumi della destinataria della quale, attraverso crude allusioni sessuali, i versi rivelano che per questa condotta disordinata aveva contratto una malattia, forse venerea.
Lo Spano, a chiusura della sua narrazione sul poeta, ricorda che la sua testa era bislunga, e quando si fece l’esame del suo cadavere si trovò che conteneva uno straordinario volume di cervello.
Come in tutte le storie, l’antagonista Maloccu, un poeta-bandito di Fonni, acerrimo rivale di Murenu, con il quale ingaggiava duelli di metafore e rime senza esclusione di colpi.
Piazze piene assicurate, pubblico che arrivava dagli angoli più remoti e divertimento garantito.
Un messaggero portava a Maloccu un biglietto con l’invito alla gara con il messaggio (in poesia) di sfida di Murenu.
Maloccu accettava la sfida rispondendo in rima a sua volta.
E sul palco, “rime da orbi”:
MURENU
Sa carrighera tua cun s’attelzu, (la tua cartuccera con “attelzu”) acciarino per la scintilla del fucile Maloccu, non mi causat paura: (Maloccu, non mi causa paura) cun-d-una frusta ti fatto ispanelzu, (con una frusta ti faccio …) brincas e segas dogni ligadura, (salti e tagli ogni legatura) comente cane chi linghet s’istelzu (come un cane che lecca il piatto) cando li dana calchi frustadura, (quando gli danno qualche frustata) lassat s’istelzu lintu e chentza linghere (lascia il piatto pulito e senza leccare) ca sa frusta a fuire lu custringhede. (perché la frusta a scappare lo costringe) MALOCCU Maloccu linghet e mandigat s’ossu (Maloccu lecca e mangia l’osso) ca portat dentes de lu mastigare (perché ha denti per masticare) cando sa frusta li soles mustrare (quando la frusta gli mostri) issu sa frusta ti segat a mossu. (lui la frusta te la taglia a morsi) Mancari siat pitticcu ‘e dossu, (Anche se sia un piccolo …) si podet de Murenu defensare. (si può da Murenu difendere) Abramu s’est in Canaam restituidu, (Abrano si è restituito in Canaam) a mie in Elicona an permittidu. (a me in Elicona mi hanno fatto accedere) MURENU Caglia como, Maloccu, e non faeddes (Zitto ora, Maloccu e non parlare) ca già mi as turbadu s’apposentu: (che già hai turbato l’ambiente) si morzera istanotte so cuntentu, (se morissi stanotte son contento) ma, si non morzo, est bisonzu ch’ischeddes. (ma se non muoio, è necessario che lo sappia) Apo fattu norantanoe peddes, (Ho fatto 99 pelli) solu sa tua mi mancat pro chentu. (solo la tua mi manca per arrivare a 100) Da chi fatto su tou pedditzone, (da che faccio la tua pellaccia) si mi ‘anto, mi ‘anto cun rejone. (se mi vanto mi vanto con ragione) MALOCCU Amigu meu, a su Venetzianu, (Amico mio, al Veneziano) cussu chi faghet festa inue at fogu, (quello che fa festa dove c’è fuoco) ti prego chi non sias inumanu (ti prego di non essere disumano) che a Cicciu Derosas e a Delogu; (perché a Ciccio Derosas e a Delogu)* Banditi sardi
mustra sas peddes chi giughes in manu (mostra le pelli che hai in mano)
si sun peddes de pulighe o priogu: (se sono pelli di pulci e pidocchi)
si sun de cussas, sun de perdonare (se sono di quelle, son da perdonare)
non l’arrestes, ma lassalu andare. (non arrestarlo, ma lascialo andare)
MURENU
Sa tazza mia la buffo piena (bevo piena la mia tazza )
pro nde leare su giustu sabore (per prendere il giusto sapore)
ca non so che a tie traitore (non sono come te un traditore)
c’h’as postu sette frades in cadena (che hai fatto mettere 7 fratelli in cella)
As ingannadu finas sa balena (hai ingannato perfino la balena)
chi t’at nutridu cun latt’ ‘e amore, (che ti ha nutrito con latte e amore)
sa chi t’at giuttu in corpus noe meses. (quella che ti ha tenuto in corpo 9 mesi)
Maloccu, malu fisti e peus ses! (Malocco, cattivo eri e peggio ora sei)
MALOCCU
Semus pruere e torramus a pruere (Polvere siamo e polvere torneremo)
semper in mesu a sa traitzione: (sempre inmezzo alla tradizione)
chi ses poeta dabi attentzione, (se sei poeta dai attenzione)
pagu bi cheret un’omine a ruere; (ci vuole poco per un un uomo a cadere)
da’ cussu puntu non ti podes fuere (da questo punto non puoi fuggire)
ca tue puru ses robb’ ‘e presone. (anche tu sei “roba da prigione”)
Si tue non t’esseras atzegadu, (se non fossi stato cieco)
fisti mortu in galera o impiccadu. (saresti morto in galera o impiccato)
c’è lo spazio anche per improvvisare un indovinello in rima:
MURENU
Maloccu, tue tenes bona fama, (Maloccu tu hai buona fama)
isculta su chi naro in custu muttu: (ascolta quello che ti dico in questa poesia)
naschidu est fizu prima ‘e sa mama (è nato il figlio prima della mamma)
poi da-e sa mama latte at suttu. (poi dalla mamma ha succhiato il latte)
Bogande a pizu cal’est custu fruttu (Scopri qual’è questo frutto)
si tenes ferramentas e fiama: (se hai arnesi e fiamma)
su fizu prima de sa mama est nadu, (il figlio prima della mamma è nato)
poi sa mama su fizu hat allattadu. (poi la mamma il figlio ha allattato)
Ma Maloccu non ci è cascato e ha risposto in rima
MALOCCU
Amigu meu, non cretas chi sia (Amico mio, non credere che sia)
a ti rispunder in nudda turbadu: (turbato nel risponderti)
chie gai su fizu at allattadu (chi il figlio ha allattato)
in custu mundu est ‘istada Maria. (in questo mondo è Maria)
Deus in sinu sou est ammannadu (Dio nel seno suo è diventato grande)
a salvare su mundu unu Messia; (per salvare il mondo il Messia)
chie gai allattadu at cussu fizu (chi ha allattato il figlio)
cuss’este, e non ti les pius fastizu. (questo è, non darti fastidio)
[…]
MURENU
Cando ‘enit Maloccu a Macumere (Quando viene Maloccu a Macomer)
Murenu tinnit che-i sa campana, (Murenu suona come una campana)
tenet sa fortza sa piùs sovrana (ha la forza più sovrana)
ca Deus li at dadu su podere: (perché Dio gli ha dato il dono)
deo ti fatto vendetta tirana, (io ti faccio vendetta tirana)
ammental’assumancu su dovere. (ricordati almeno il dovere)
Giuditta fit ermosa e de presentzia, (Giuditta era di bella presenza)
ti lasso e non ti do sa penetenzia. (ti lascio e non ti do la penitenza).
A questo link puoi sentire la famosa quartina cantata dal coro Supramonte di Orgosolo:
Fonti:
Wikipedia
Storie sarde in blues
Rubrica a cura di Ornella Demuru
