SA MATESSI DIE – 16 agosto 1966
Muore Pedru Mura, “operaiu ‘e luche soliana”, poeta del vento e del sole

Pedru Mura, uno dei più grandi poeti in lingua sarda del Novecento, era per sua stessa definizione ‘operaiu ‘e luche soliana”, operaio di luce solare. ‘Cada corfu ‘e marteddu / Allughia unu sole”.
Figlio di Antonio e Luigia Orrù, Predu Mura nasce a Isili nel 1901, ‘cittadina ridente del vecchio e sonante Sarcidano’, da una benestante famiglia di ramai e commercianti di rame.
Il padre Antonio era un “aribari” che in romaniska, la lingua usata dai ramai dell’isilese, significava artigiano o meglio, come dichiarò lo stesso poeta, un “cobeddari maggeri”, cioè un ramaio di rango.
L’adolescenza di Mura fu segnata dalla Grande Guerra a causa della quale la famiglia si trovò in gravi difficoltà economiche vedendosi requisito dal Governo il rame necessario agli approvvigionamenti bellici.
Con la chiusura della bottega di famiglia, Pietro Mura iniziò a seguire alcune gare poetiche locali che lo entusiasmarono talmente da iniziare a comporre versi all’età di 14 anni.
Approdò a Nuoro nel 1925 dopo aver camminato per l’isola intera a vendere i manufatti tipici in rame: lapiolos e sartainas.
A Nuoro, Pedru Mura sposò Mariantonia Bande Ticca, nipote del canonico Giuseppe Ticca, che la allevò fin da bambina.
Iniziò quindi a viaggiare anche nei paesi vicini per vendere i manufatti e fu proprio durante questo suo vagabondare (come egli stesso lo definì) che, spinto dalla naturale curiosità, cercò di capire meglio e più a fondo le sofferenze dei contadini e dei pastori sardi che saranno elementi fondanti e ricorrenti nelle sue opere.
Aveva bottega-officina in un angolo dell’arco di via Mannu, Pedru faceva da ramaio e da stagnino.
Forgiava recipienti per il latte e per il formaggio.
Aprì anche una cartolibreria ma non gli fruttò niente: cosa vecchia, paccottiglia rifilatagli da un parente.
La libreria si trasformò in negozio di ferramenta.
Ma andava poco. Pedru Mura comunque poetava.
Pedru Mura e ‘Ticca Bande Mariantonia” ebbero cinque figli: il primogenito Antonio, nato nel 1926, Peppino, Anna, Luisa e Sebastiano.
Nel 1936 spinto dalla crisi economica andò in Africa a lavorare come volontario. Mandava i soldi alla moglie e nella cedola del vaglia scriveva: ‘Fai studiare i bambini”.
Rientrato a Nuoro nel 1939, nel seguire i figli che frequentavano le scuole superiori, ebbe modo di dedicarsi a letture molto impegnative per un autodidatta.
Sono questi gli anni importanti della sua formazione di poeta, quelli del dopoguerra.
A Nuoro frequentò, come raccontano parenti ed amici, uomini di cultura e poeti quali Gonario Pinna, Raffaello Marchi, Gavino Pau. Sono anni che corrispondono con la maturità del poeta.
Dal 1957 iniziò a partecipare al prestigioso Premio Ozieri che vinse successivamente nel 1960 con la poesia Sos chimbe orfaneddos e nel 1963 con “Fippo operaiu ‘e luche soliana” definito dal professore e linguista Nicola Tanda, “un vero e proprio manifesto della nuova poesia in limba sarda del Novecento” .
Pietro Mura, e come lui Benvenuto Lobina, e successivamente Antoninu Mura Ena hanno avuto il merito e l’oneroso compito di usare la lingua sarda come uno strumento cardine per rilanciare con nuovi significati la profondità della poesia sarda del Novecento.
Ha sperimentato e denunciato con fervore romantico la complessa e controversa realtà dell’isola. E lo ha fatto raccontando con straordinario sentimento la Sardegna come “luogo dell‘immaginario che produce il progetto di un’identità dinamica, dal quale deriva l‘energia vitale e morale di un nuovo modello di sviluppo economico e civile.
La tenace passione culturale lo spinse a leggere, a documentarsi, a informarsi, a impadronirsi della cultura del passato e di quella contemporanea per trasferirla nella sua lingua.
È in questo incontro di vivace studio che scrisse opere al limite tra realtà e romanzo di denuncia come in “L’hana mortu cantande” in cui l’odio viene soffocato dal canto come espressione della felicità umana. Una felicità lontana in una terra vessata dalle difficoltà e forgiata nelle sofferenze. Ed allora il senso liberatorio del canto che solo può vincere i pensieri malvagi degli uomini e accomunarli nella fraternità e nella solidarietà.
Muore a Nuoro il 16 Agosto del 1966 a soli 65 anni.
Fonti:
La Nuova Sardegna
Wikipedia.
Rubrica a cura di Ornella Demuru
Poesias:
Cherimus un’arbor’e pache
un’arbor’e sole caente
nol’imbias un’arbor’e luna?
cherimus un’arbor’e luche
beranile, bestiu ‘e lentore
chin chentu puzones nidande
Naran jocande sos chimbe orfaneddos
chin candida boche de nibe
sos chimbe orfaneddos locande
O puru una machina ‘e sole
chi fravichet mizzas d’isteddos
pro los dare a sa notte nighedda
cando apperin sa janna sos tronos
Naran jocande sos chimbe orfaneddos
chin candida boche de nibe
sos chimbe orfaneddos jocande
Dego cherjo sa pache ‘e su pane
dego cherjo s’amore ‘e su bentu
dego cherjo una tanca froria
dego chentu chitarras sonande.
Naran jocande sos chimbe orfaneddos
Chin candida boche de nibe,
Sos chimbe orfaneddos jocande.
Pedru Mura, Premio «Città di Ozieri» – 1960
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Fippo operàiu ‘e luche soliana
E commo Deus de chelu
a chie canto
cust’ùrtima cantone cana?
A bentanas apertas
a su tempus nobu promissu
a Sardigna
barandilla de mares e de chelos?
Su bentu ghettat boches.
Commo m’ammento:
unu frore rùju
una melagranada aperta
una tempesta ‘e luche
cussa lapia ‘e ràmene luchente!
Fippo operàiu ‘e luche soliana
commo so’ oscuru artisanu de versos
currende un’odissea ‘e rimas nobas
chi mi torret su sonu ‘e sas lapias
ramenosas campanas
brundas timballas e concas
e sartàghines grecanas.
Cada corfu ‘e marteddu
allughia unu sole
e su drinnire
de una mùsica ‘e framas
m’ingravidabat su coro
e mi prenabat sos ocros
d’unu mare ‘e isteddos.
Frailàrju ‘e cantones friscas
camino a tempus de luche
pudande sos mezus frores
in custa paca die chi m’abbarrat
prontu a intrare
in su nurache ‘e s’umbra.
Gai fortzis su sole
in custa die de chelu
est bénniu a cojubare
frores de neulache
chin fruttos de melalidone.
Pedru Mura, Premio «Città di Ozieri» – 1963
