QUANDO COSSIGA BLOCCÒ LA MESSA IN SARDO
Sarebbe bello se i mali della Sardegna fossero dipesi sempre e solo da qualche cattivo colonizzatore che nei decenni si fosse messo d’impegno per impedire ad una classe dirigente chiaramente schierata a favore del popolo e della nazione sarda, di far valere i nostri diritti all’autodeterminazione. No. Non è andata così. Generalmente i sardi hanno votato (e votano) chi gli promette di mettere una buona parola a Roma. Anzi, di trasferirsi a Roma e scalare le vette del potere italiano. Quanto ci fa sentire bene! Quanto ci fa sentire importanti! Quanto è inutile! E in molti casi, persino dannoso.
Questo voler essere più italiani degli italiani ci ha tagliato le gambe e mozzato la lingua. Un bell’esempio lo ha offerto un’intervista di Don Tamponi, antesignano del movimento per l’uso della lingua sarda nella messa, in un’intervista all’Unione Sarda.
Il 20 gennaio 1995 a Bulzi si doveva celebrare la messa in sardo. Si trattava dell’esito di un percorso partecipativo di traduzione dei testi sacri, che scaturiva dall’incontro fra la sensibilità di Don Tamponi e una comunità che aveva una forte coscienza di sé, della propria appartenenza alla cultura della nazione sarda. Fu un vero “laboratorio popolare” – come lo ha definito Don Tamponi – con decine e decine persone che si riunirono per un anno per arrivare all’esito tanto atteso.
Il giorno di San Sebastiano, patrono di Bulzi, la messa in sardo però non si tenne.
Perché?
Perché Francesco Cossiga, da tre anni ex-Presidente della Repubblica italiana, chiamò il vescovo e gli chiese di impedire quella messa a tutti i costi, perché poteva avere conseguenze sociali indesiderate, prima fra tutte quella di rafforzare e legittimare l’indipendentismo sardo.
Un’altra di quelle storie che dice molto della classe dirigente sarda, quella che ambisce a salvare il Paese-Italia mentre sacrifica il Paese-Sardegna. Quella classe dirigente che, come ha mostrato bene Cossiga in quegli anni, non esitava ad usare la sardità – ridotta a macchietta, a segno di stranezza e follia – per i suoi giochi di potere. Ma che era inflessibile nel non concedere alcuno spazio al desiderio di dignità e autodeterminazione dei sardi.
Anche per questo, per rimediare a questi complessi, sabato a Cagliari (Lazzaretto, 9.30) noi di A innantis! faremo delle proposte molto concrete per la lingua sarda e un reale plurilinguismo. Per far capire che ci può essere, c’è, una classe dirigente che senza nulla concedere al vittimismo e all’utopismo, riporta il tema della cultura nazionale dei sardi in su tretu suo: quello della politica, del governo, della mobilitazione civica, della proposta argomentata che mette tutti e ciascuno davanti alle proprie responsabilità. E ci chiama ad agire con più coraggio, ambizione, pragmatismo. Vi aspettiamo.
A innantis! ![]()
