SA MATESSI DIE – 24 ottobre 1681

Il Campidano d’Oristano viene decimato dalla peste e dalla carestia
Fallito interamente il raccolto del 1680, la fame serpeggiava terribile nel Campidano d’Oristano tanto che solo una sesta parte degli abitanti poté scampare alla morte, nutrendosi di carne di cavallo, di cani e altri animali non esattamente commestibili.
A Nuracabras scamparono alla morte giusto 4 vassalli, a Donigala 10, a Nuraxinieddu 7, a Solanas 9, a Baratili 15, a Riola 50, a Cabras morirono oltre 300 senza contare le donne e i fanciulli.
Ridotti a tale stato di desolazione e di miseria, dietro la relazione di Don Felice Salaris, tenente procuratore nella città di Oristano, delegato della verifica dei decessi avvenuti nei vari villaggi, il Consiglio, il 24 ottobre del 1681 deliberava a maggioranza di sospendere in questi villaggi l’esazione del donativo, di far pagare solamente dai superstiti la sola quota a ciascuno di essi assegnata nell’ultimo censimento.
La peste del Seicento, manifestatasi in una prima ondata del 1652 e rinvigoritasi nel 1655-1656 a Cagliari, Oristano e nella piana del Campidano, fu quindi un saccheggio demografico, ma non lo fu in modo uniforme sul piano del livello e dell’incidenza territoriale.
L’itinerario della sciagura si interruppe sulle terre montane dell’interno, le quali, tuttavia, qualche decennio dopo, dovranno fare i conti con la breve, ma devastante sul piano demografico, carestia del 1680-81 che impedì i rifornimenti nei tradizionali mercati dei Campidani di Cagliari e Oristano, della Trexenta e della Marmilla.
La carestia del 1680 colpirà in particolare Guspini, Arbus, Sanluri e San Gavino. Scoppiata alla fine di ottobre del 1680, raggiunse il momento più intenso nel marzo del 1681 per esaurirsi a partire dal maggio successivo.
Il calo demografico è notevole come registra il censimento dei fuochi del 1688.
Peste e carestia del Seicento ebbero ripercussioni negative anche sull’economia cerealicola con pesanti contraccolpi sul piano sociale che modificarono i rapporti cetuali all’interno delle comunità e dei feudi.
Quelle tragiche vicende e i loro devastanti effetti sono uno spartiacque nella storia economica e sociale della Sardegna.
Nulla, infatti, sarà più uguale a prima: verranno sconvolti gli assetti del popolamento di vaste aree rurali e di alcune città e l’economia agraria conoscerà un lungo periodo di crisi.
Sarà un’enorme catastrofe per le campagne dove l’impoverimento dell’habitat rurale e l’abbandono massiccio delle pratiche agricole saranno all’origine delle carestie ricorrenti nei decenni successivi.
In qualche caso la decimazione della popolazione determina addirittura la scomparsa di interi villaggi e la nascita di nuovi, o il ripopolamento di insediamenti precedentemente abbandonati: si tenterà, senza successo, anche di ripopolare Neapolis.
I censimenti dei fuochi del 1655 e del 1688 registrano un evidente crollo demografico per quasi tutti i comuni del Medio Campidano.
Certamente a quella crisi demografica contribuirono anche altri eventi calamitosi e traumatici, come carestie, stagioni siccitose, cattivi raccolti e invasioni di cavallette, tutte, insieme con la peste, combinate tra esse e a più ondate, seminarono la morte nella seconda metà del Seicento.
La peste rimase però il male assoluto e il calo del 25% dei “fuochi” registrato in tutta l’isola nel censimento del 1655 è un dato che probabilmente non restituisce la misura della devastazione causata da quella epidemia.
Fonti:
Pietro Meloni Satta, Effemeride Sarda
La Gazzetta del Campidano, “Peste e carestia nel Medio Campidano del Seicento”
Rubrica a cura di Ornella Demuru
