SA MATESSI DIE – 18 ottobre 1810

Nasce Raffaele Rubattino, l’armatore genovese che grazie alla ricchezza della Sardegna divenne un punto di riferimento nell’economia dei trasporti e della marina italiana.
L’armatore Raffaele Rubattino non è esattamente un personaggio “sardo di Sardegna” (anche se la madre di cognome farebbe Gavino…) come noi de “Sa matessi die” intendiamo (con cuore e cervello in Sardegna) ma riteniamo, comunque, sia importante far conoscere ai nostri lettori la sua storia e le sue vicissitudini.
Innanzitutto perché si tratta di una figura che della Sardegna ha fatto la sua fortuna, ma in verità perché dopo più di un secolo il nome Rubattino ancora “aleggia” ancora per i nostri mari.
Infatti mentre i sardi – spesso anche nella nostra contemporaneità – non riuscirono a cogliere le opportunità che questa Terra offriva, ci furono dei personaggi, come il genovese Raffaele Rubattino, che invece colsero appieno le possibilità e gli spazi di crescita e di progresso che la Sardegna e il Mediterraneo tutto offrivano, per poi divenire così dei punti di riferimento dell’economia dei trasporti italiana nonché dell’economia del mare (grazie all’industria del sale), ma che poco o niente hanno lasciato nella nostra Sardegna.
Nato a Genova il 18 ottobre 1810 da Pietro (1785-1829) e da Giovanna Gavino (1785-1831), che gli imposero il nome di Dominique Raphael Joseph, Raffaele Rubattino era di famiglia piuttosto agiata (il padre era commerciante), frequentò il Collegio reale della Superba, dove acquisì una formazione umanistica che non poté tuttavia mettere a frutto in quanto, ventenne, perse in breve tempo entrambi i genitori e la sorella maggiore, Anna Amelia.
Si vide quindi costretto a procurarsi da vivere, trovando un aiuto prezioso negli zii Giovan Battista Gavino e Lazzaro Rebizzo, attivi nel commercio e nella finanza.
Si trasferì quindi a palazzo Doria, dove Rebizzo risiedeva insieme alla moglie, Bianca De Simoni, con la quale intrecciò una lunga relazione sentimentale.
Lo stesso Rebizzo lo introdusse negli ambienti dell’opposizione politica genovese e lombardo-veneta: nella sua casa ebbe modo di incontrare, fra gli altri, Nino Bixio, Goffredo Mameli e Cavour, giovane ufficiale dell’esercito sabaudo. In questa fase coltivò simpatie mazziniane, iscrivendosi alla Giovine Italia.
Debuttò sulla scena degli affari cittadini come noleggiatore e assicuratore, prima gestendo uno ‘scagno’ (ufficio) in vico Dogana, poi costituendo, nel settembre 1837, la Compagnia lombarda di assicurazioni marittime (d’ora in poi Lombarda). Fondata insieme a Gavino, Rebizzo e Gaetano De Luchi, la Lombarda contò fra i suoi soci anche Carlo Cattaneo e Federico Confalonieri: presto si aprì al cabotaggio, impiegando sulla rotta Genova-Livorno il piroscafo di seconda mano Dante, cui egli affiancò il Virgilio, realizzato dal cantiere livornese di Gustavo Capanna. All’ingresso nel settore armatoriale affiancò la scelta, innovativa per la Genova dell’epoca, di puntare con decisione sul vapore anziché sulla vela. Nel 1840 la Lombarda si trasformò in De Luchi, Rubattino & C. per la navigazione a vapore sul Mediterraneo e, due anni più tardi, divenne De Luchi, Rubattino & C. per la navigazione a vapore sul Mediterraneo dei bastimenti sardi, Castore, Virgilio e Dante.
Fu anche grazie alla risonanza di una serie di brillanti iniziative, cui aggiunse una vivace presenza nel Consiglio comunale e in quello della Camera di commercio genovesi, che all’inizio degli anni Cinquanta divenne partner dello Stato sabaudo, con cui nel 1851 sottoscrisse una convenzione per gestire il servizio postale per la Sardegna, dal 1853 prolungato fino a Tunisi.
L’apertura a istanze liberiste sostenuta allora, su tutti, da Cavour offrì lo scenario adatto per l’accordo, antefatto del saldo legame tra le principali compagnie di navigazione private e l’operatore pubblico che, fra Otto e Novecento, avrebbe marcato il Regno d’Italia. Questa intesa, inoltre, sollecitò un processo di integrazione industriale che vide Rubattino acquisire partecipazioni in varie imprese dell’isola, fra cui la Compagnia delle saline di Sardegna, fondata nel 1852 con Giacomo Filippo Penco.
Nello stesso anno si lasciò coinvolgere in un progetto imprenditoriale promosso dal capitano Giovanni Pittaluga e sostenuto dal governo piemontese. All’iniziativa aderirono vari industriali e finanzieri, tra cui Penco e Carlo Bombrini (direttore generale della Banca nazionale degli Stati sardi), i quali l’anno seguente, insieme allo stesso Rubattino e a Giovanni Ansaldo, costituirono la Gio. Ansaldo & C., che – superate gravi difficoltà iniziali – sarebbe diventata la maggiore azienda meccanica italiana.
Il progetto di Pittaluga prevedeva la nascita di un’impresa armatoriale dotata di piroscafi per il trasporto di merci e passeggeri nelle Americhe. Fino ad allora, nessuna società italiana o straniera aveva mai utilizzato vapori su linee transoceaniche regolari. Nata nell’ottobre 1852, la Compagnia transatlantica (d’ora in poi Transatlantica) beneficiò di un sussidio statale per predisporre, con sette navi di nuova costruzione, viaggi mensili sulle rotte Genova-Montevideo e Genova-New York.
Ma la Compagnia transatlantica fallì.
Il 4 settembre 1881 fu costituita a Genova la Navigazione Generale Italiana (Società riunite Florio e Rubattino), il cui capitale sociale era ripartito per un 40% agli ex-soci della Rubattino, un altro 40% agli ex-soci della Flotta Florio, e per il restante 20% al Credito Mobiliare.
Rubattino accanto all’attività marittima ebbe partecipazioni rilevanti anche in imprese di altri settori. Ad esempio nel 1852, quando aveva iniziato il collegamento navale con la Sardegna era diventato socio della Compagnia delle Saline della Sardegna.
Tuttavia, la più importante delle partecipazioni di Rubattino, derivava dalla sua attenzione per la crescente importanza dell’industria pesante. Infatti, insieme a Giovanni Ansaldo e al banchiere Carlo Bombrini, fu fra i soci fondatori delle officine Ansaldo di Sampierdarena.
Rubattino fu anche un fervente patriota dell’unità d’Italia. Fu amico personale di Cavour, di Nino Bixio col quale condivide l’estensione delle attività marittime italiane sui mari; con Giuseppe Biancheri, Paolo Boselli.
Dopo l’apertura del canale di Suez, nel 1869 il governo italiano, ormai avviato verso l’espansione coloniale, aveva acquistato attraverso l’opera del missionario-esploratore Giuseppe Sapeto la Baia di Assab in Eritrea. Tuttavia, i presidenti del consiglio Luigi Federico Menabrea e Giovanni Lanza, timorosi delle reazioni delle altre potenze coloniali, chiesero a Rubattino di intestarsi la baia con il pretesto di farci una base per il rifornimento di carbone. L’armatore genovese, dal canto suo, non poteva sottrarsi alla richiesta, in quanto obbligato verso lo stato che lo stava salvando dal fallimento.
Di fatto il contratto di acquisto della Baia di Assab si risolse in un nulla, in quanto l’area fu quasi subito rioccupata dall’Egitto.
Nel 1880 Rubattino comprò, sempre per conto del governo italiano, la ferrovia Tunisi-La Goletta da una compagnia inglese.
La mossa maldestra rivelò le intenzioni italiane di estendere la propria influenza coloniale sulla Tunisia.
La Francia reagì, considerando l’acquisto italiano un'”aggressione” nei propri confronti, e conseguentemente attuò una propria politica tunisina, che sfociò nel Trattato del Bardo del 1881.
Rubattino muore nella propria villa ad Albaro (Genova) il 2 novembre 1881, lasciando erede universale dei suoi beni la cugina Selene Gavino.
Viene sepolto nella cappella di famiglia del cimitero di Staglieno, vicino alla moglie Bianca De Simoni.
Nota bene:
Gli è stata intitolata una nave della flotta Tirrenia, la Raffaele Rubattino, varata nel 2000 e in servizio stabile sulla rotta Napoli – Palermo.
Opere di approfondimento: “Sulle corrispondenze marittime fra la Sardegna e la Terraferma. Osservazioni in proposito del bilancio della R. Marina”, Genova 1850; “Lettera di Raffaele Rubattino al generale Nino Bixio deputato al parlamento”, Torino 1861.
Fonti:
Treccani
Rubrica a cura di Ornella Demuru
