SA MATESSI DIE – 9 ottobre 1273
Giunge in Sardegna il famigerato Conte Ugolino, che per fame divorò la testa di un arcivescovo

Ugolino della Gherardesca nacque a Pisa da una famiglia di origine longobarda che grazie alle connessioni con la casata degli Hohenstaufen, godeva di possedimenti e titoli in quella regione (allora territorio della Repubblica di Pisa) e difendeva le posizioni dei ghibellini in Italia.
Questo ben si adattava alle esigenze politiche di una città come Pisa, storicamente sostenitrice dell’Impero.
Egli era però passato alla fazione guelfa grazie a una serie di frequentazioni e ad un’amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti, tanto che una delle sue figlie, Giovanna, venne data in sposa a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura (un’altra sua figlia, Giacomina, sposò nel 1287 il Giudice di Arborea Giovanni).
Tra il 1256 e il 1258 fu impegnato assieme a Gherardo della Gherardesca e gli alleati sardi in varie guerre contro il Giudicato di Cagliari di cui, a seguito della spartizione dello stesso giudicato nel 1258, ottenne una vasta porzione nella parte occidentale dove favorì la nascita dell’importante città mineraria di Villa di Chiesa.
Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini contro il podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, i quali finirono con l’arresto di Ugolino e l’esilio per Giovanni.
Morto Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio – un confino terminato qualche anno dopo manu militari, grazie all’aiuto di Carlo I d’Angiò.
Ugolino risiedette soprattutto nel castello di Acquafredda a Siliqua.
Il castello di Acquafredda domina dalla cima di un colle il territorio di Siliqua, distante quattro chilometri.
Scalate le sue pendici, il panorama spazia dal verde della valle del Cixerri sino a Cagliari, dalla Marmilla all’Iglesiente.
All’alba e al tramonto, si vedono le sue ombre allungarsi sulla vallata. Svetta fra la macchia mediterranea e si articola su tre livelli armonici con l’andamento del pendio.
Si può entrare a quota 150 metri attraverso una porta un tempo difesa da tre torri raccordate da una cinta muraria.
Sopravvive quella centrale, di recente ristrutturata. All’interno della linea difensiva, si trovava il borgo con alloggi, magazzini, stalle, cisterne e mulini.
A mezza costa, circa 200 metri, svetta la poderosa torre cisterna, che consentiva un’ingente scorta d’acqua: il nome Acquafredda, non a caso, deriva da una sorgente che sgorga dalle rocce del colle.
Nella parte più alta (250 metri) si elevano le imponenti mura del mastio, abitazione del castellano, accessibile da un ponte levatoio.
L’edificio aveva un sotterraneo con cisterna (oggi ben conservata), due piani e una terrazza guarnita da merli ‘guelfi’. L’accesso immetteva in uno spiazzo, attorno al quale erano disposti gli ambienti.
Al secondo piano si può ammirare ancora integra la torre di guardia: forse ci fu rinchiuso Vanni Gubetta, complice dell’arcivescovo Ruggeri (pure lui all’Inferno nella Commedia) nel tradimento di Ugolino.
Infatti la fama del Conte Ugolino si deve proprio a Dante che nella Divina Commedia lo colloca nell’Antenora, la seconda zona del nono cerchio dell’Inferno, dove vengono puniti i traditori della patria (canti XXXII e XXXIII). Ugolino, immerso nelle acque gelate di Cocito, appare come un dannato vendicatore, che divora brutalmente la testa dell’arcivescovo Ruggieri:
«Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: ‘Padre mio, ché non mi aiuti?’.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti
Poscia, più che il dolor, poté il digiuno”.
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ‘l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti»
(Inferno, canto XXXIII, vv. 67-78)
Oltre che nell’opera di Dante le vicende del Conte si trovano anche nei Racconti di Canterbury di Chaucer.
Ci narra la leggenda che a Ugolino furono dati i più alti riconoscimenti, ma Ruggieri, arcivescovo di Pisa, assieme alle famiglie Sismondi, Gualandi e Lanfranchi istigò il popolo a insorgere contro il suo potere.
Una folla assaltò il suo castello, furono uccisi due suoi nipoti e lui fu lui stesso rinchiuso in una torre, detta Torre della Muda, con i figli e altri nipoti rimasti in vita.
Sembra che le chiavi di questa torre vennero lanciate nel fiume Arno così i reclusi, completamente abbandonati a loro stessi, perirono in rapida successione per mancanza di cibo.
Si dice, che durante la prigionia, Ugolino si sia nutrito di carne dei suoi parenti. Conosciuta per questa leggenda, la torre venne ribattezzata “la torre della fame”. Alcuni resti della torre sono ancora visibili nell’attuale Piazza Dei Cavalieri.
La politica di Ugolino certo assai spregiudicata e null’affatto riguardosa degl’interessi delle classi più potenti, fallì in modo tragico per la reazione nobiliare appoggiata dallo scontento popolare per le restrizioni imposte da necessità economiche causate dalla sconfitta.
Nel 1287, inoltre, più forte si fece l’opposizione delle Arti ai due signori; questi fermenti ostili sfociarono l’anno successivo nella congiura che precedette la catastrofe. Il corso degli avvenimenti precipita: mentre Ugolino è nel suo castello di Settimo, la rivolta popolare capeggiata dall’arcivescovo e dalle famiglie più potenti scaccia Nino; quando il conte rientra in città convinto di poter riprendere il potere, la sommossa si rivolge contro di lui, che viene imprigionato (1 luglio 1288) con due figli, Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmo e Nino detto Brigata (che poi morranno con lui); un altro nipote, Guelfo, essendo lattante, sfuggirà alla morte e verrà liberato da Enrico VII 25 anni dopo.
Secondo un’altra versione dei fatti, l’arcivescovo Ruggieri avrebbe attirato Ugolino in città con la prospettiva di un accordo: questa pare la versione che D. seguì: nei suoi versi, Ruggieri è non meno traditore di Ugolino e questi lo tratta come suo traditore personale.
La prigionia di Ugolino si protrasse per circa 9 mesi: le cronache riferiscono infatti che allorché Guido da Montefeltro entrò in Pisa per assumerne la signoria (marzo 1289), il conte e i suoi congiunti erano appena morti. Sull’atrocità della morte fa testo il racconto dantesco che con ogni probabilità si basa su voci popolari; comunque Nino Visconti denunciò al papa il crudele agire dell’arcivescovo e questi fu condannato dal pontefice
Fonti:
Treccani
Sardegna Turismo
Rubrica a cura di Ornella Demuru
