SA MATESSI DIE – 17 luglio 1900
Esce nelle librerie “Caccia grossa” dove i banditi sardi vengono paragonati a belve feroci

Esce nelle librerie “Caccia grossa: scene e figure del banditismo sardo”, scritto da Giulio Bechi e dedicato alla campagna dell’anno precedente contro i banditi del nuorese. Lo scrisse usando lo pseudonimo “Miles”.
Il libro diventa subito un caso. L’autore, un ufficiale fiorentino del reggimento di fanteria inviato nel nuorese nel 1897 e successivamente impegnato nelle grandi operazioni del 1899, contro il banditismo culminate con la distruzione della banda Serra-Sanna e la resa di decine di latitanti, traccia un ritratto della Sardegna che sembra fosco e crudele.
Giulio Bechi non affondò affatto (come volle far credere) il coltello nella piaga del banditismo sardo: il suo libro non è nulla più che una riuscita descrizione d’ambiente, una raccolta d’impressioni vivaci, ma superficiali e disordinate; se qualche volta, sembra sul punto di affrontare “le questioni grosse” le lascia subito per mostrare al lettore “una magnifica collezione di facce”.
E, tuttavia, bastarono pochi accenni alle condizioni miserabili dell’isola “dimenticata”, alla trama di collusioni di interessi su cui poggiava il fenomeno del banditismo, per scatenare contro il suo libro e contro sé stesso una reazione violentissima.
Il libro ebbe numerose ed apprezzate critiche tra gli italiani mentre suscitò un’ondata di aspre polemiche e proteste tra i sardi, che lo additarono “come calunniatore malizioso della Sardegna”, che ebbero come acme una sfida a duello per aver “parlato male delle donne sarde”.
Attraverso la metafora della “caccia grossa” con una degradazione dall’umano al ferino, i banditi equiparati a belve feroci e i carabinieri “una muta di bracchi” sulle loro orme.
La reazione dell’opinione pubblica sarda è unanime: l’indignazione e la protesta sfociano in numerose querele e in ordini del giorno di protesta da parte di decine di consigli comunali.
Il Ministro della Guerra, su segnalazione del comitato “Pro Sardinia”, formatosi per l’occasione, e dietro richiesta della delegazione dei parlamentari sardi, gli inflisse, anche per placare l’opinione pubblica e 2 mesi di arresti nella Fortezza di Santa Maria in San Giorgio del Belvedere di Firenze (la sua città).
Ma ciò non fece altro che far acquistare a Giulio Bechi una certa notorietà ed il libro esaurì in breve tempo numerose edizioni.
Nonostante l’incarceramento, e nonostante l’urto provocato nella sua coscienza, aperta alle nuove idee, dall’impiego del Regio Esercito nella repressione dei primi moti socialisti, Giulio Bechi continuò a credere nella “grandezza della missione” del soldato e volle persistere nella carriera di ufficiale.
Caccia grossa gli procurò molti ambìti consensi di scrittori insigni e di maestri, quali Edmondo De Amicis e Mario Corsi e Benedetto Croce, che fu anche suo amico, diede un giudizio favorevole e generale dell’opera letteraria del Bechi, specialmente di “Caccia grossa”.
E Raffa Garzia (critico letterario sardo) dalle pagine dell’Unione Sarda, invita a una lettura più distesa del libro in cui i sardi possono trovare elementi di riflessione e di approfondimento.
La polemica su “Caccia grossa” durerà per molti anni.
Emilio Lussu e Antonio Gramsci lo condanneranno sottolineando la gretta mentalità poliziesca dell’autore e la sua ingenuità di fondo.
Ma la situazione della Barbagia guardata con sospetto ed accerchiata dalle forze di uno Stato la cui presenza è la cui natura erano avvertite come estranee e nemiche, non migliora.
Fonti:
Manlio Brigaglia, Cronologia della Sardegna
Wikipedia, Passi di Gramsci
Rubrica a cura di Ornella Demuru
