SA MATESSI DIE – 24 maggio 1977
Il film “Padre padrone” riceve la Palma d’oro al Festival di Cannes

Il film Padre padrone scritto e diretto dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, liberamente tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Gavino Ledda, partecipa al Festival di Cannes.
Ambientato in Sardegna, narra il riscatto d’un giovane pastore dal dispotico capofamiglia che, per necessità, lo strappò alla scuola da bambino lasciandolo analfabeta sino all’età di vent’anni.
Vittorio Taviani su Cannes raccontò: «Padre padrone (essendo un film prodotto dalla TV) doveva andare in onda in seconda serata su Raidue, senza passare per le sale. Ma i delegati del Festival di Cannes chiesero di presentarlo in concorso. Noi eravamo perplessi, ma ovviamente la Rai non poteva farsi scappare un’occasione simile…».
Così nel maggio del 1977 il film partecipò al Festival di Cannes, che in quel periodo emergeva come la rassegna cinematografica più importante a livello internazionale, superando anche la mostra di Venezia, allora in crisi.
La giuria dei critici di Cannes, all’inizio titubante ma poi indotta dall’irremovibile decisione del regista Roberto Rossellini che presiedeva la commissione (per l’unica volta nella sua vita – morì tre settimane dopo), assegnò al film la Palma d’oro e il premio FIPRESCI.
Ciò creò subito scandalo, e non perché avesse vinto un film dal contenuto controverso, ma per il semplice fatto che fosse una pellicola prodotta dalla tv.
Era inoltre la prima volta che un film televisivo partecipava in concorso e che vinceva entrambi gli ambiti riconoscimenti.
Il film “Padre padrone” è considerato il capolavoro dei fratelli Taviani e una delle opere più rappresentative del cinema italiano degli anni settanta, grazie anche al realismo delle immagini e al notevole uso del suono.
In Sardegna il film riscosse contrastanti reazioni.
Se da alcuni intellettuali come Manlio Brigaglia e Giulio Angioni fu apprezzato senza riserve, altri, come Michelangelo Pira, Bachisio Bandinu e Francesco Masala, ritennero che il film raffigurasse la Sardegna in modo distorto.
Anche Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, non dimostrò apprezzamento verso il film quando fu presentato al Quirinale.
Molti lo descrissero addirittura come un film di una violenza gratuita, “falso e calunnioso”, senza rispetto di nulla e con una caratterizzazione dei personaggi (“il padre violento”, “la madre ‘muta’ che ride sempre”) assolutamente irreale.
Riguardo a queste polemiche, Omero Antonutti (attore che interpreta il padre padrone di Gavino) ha in seguito spiegato che il film e il libro «sono due cose diverse. Siamo stati accusati dai sardi di non esserci posti in un’ottica che riflettesse i loro problemi, ma il vero problema che il film ha voluto affrontare è universale, è il problema dell’uomo, e non solo del sardo, che privato della cultura è anche privato della libertà.»…
«Questo ha rappresentato Padre padrone, e non il tentativo del continente di infangare la Sardegna…»
«Il film poteva essere ambientato ovunque, non vi era nessuna analisi di un popolo, ma semplicemente del rapporto conflittuale tra un padre e un figlio.
Insomma, un tema universale, tanto è vero che abbiamo ricevuto grandi consensi persino negli Stati Uniti, dove una donna mi ha confidato: “Questi scontri generazionali c’erano anche nelle nostre campagne, anche se al posto delle pecore dovevi badare a mucche e cavalli”».
L’attore ha anche raccontato che in più di un’occasione venne invitato in Sardegna per raccontare la sua esperienza sul set, ma fu inondato di fischi e insulti.
Anche Vittorio Taviani, testimone in prima persona del plauso che il film ricevette all’estero, si è espresso in modo analogo ai commenti di Antonutti: «Noi, all’epoca, abbiamo sempre declinato l’invito ad intervenire sulla stampa isolana.
Pensavamo che Padre padrone era stato girato in un momento particolare: in Sardegna si discuteva molto, a livello intellettuale, sulla lingua e l’identità sarda, e certo il nostro film non voleva e non poteva occuparsi di queste problematiche. Però, attraverso la storia di Gavino, abbiamo portato la Sardegna in tutto il mondo e, dappertutto, nei dibattiti che seguivano la proiezione, gli spettatori dicevano che la storia di Gavino era l’emblema della solitudine dell’uomo, e non solo del pastore sardo.»
Il parere di Gavino Ledda
Ledda ci tenne a dichiarare che lui fu quasi estraneo alla lavorazione del film e non si recò mai sul set durante le riprese, anche se concesse un’ampia libertà ai due registi per elaborare l’adattamento dal romanzo, i Taviani vollero la sua collaborazione solo per girare quelle sequenze iniziali e quelle finali in cui lui, dietro le quinte, apre e chiude il racconto.
«Credo che i Taviani abbiano fatto il loro lavoro con grande onestà e buona fede… ma a loro mancava la nostra cultura, potevano raggiungere i toni della tragedia e hanno scelto la farsa.»
Restò comunque sorpreso e felice della vittoria a Cannes e, anche se con tono critico, commentò: «Ero molto soddisfatto che i francesi avessero capito il succo del film e prima ancora del libro. Questo nuovo riconoscimento mi rende ancor più felice. Purtroppo gli stranieri hanno dimostrato in questo modo di capire il nostro mondo più della stessa intellighenzia isolana… spero che questa vittoria possa considerarsi la vittoria di tutto il mondo pastorale subalterno e insieme del Terzo Mondo.
«Il film dei Taviani è stato fatto dall’esterno, come tutti i film. Il mio libro, questa Iliade di vita, al contrario, è stato scritto dall’interno…» G.Ledda
Fonti:
Wikipedia
