S*ART

di Antonio Perra
Abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo in questi giorni la Settimana Santa, che per i cristiani è un tempo di grazia ricco di segni, simboli e parole. Vogliamo entrare con voi ancora più a fondo nel mistero di questi giorni, andando a scoprire una delle sculture più importanti e rappresentative della fede della nostra isola: il “Cristo di Nicodemo” della chiesa di San Francesco a Oristano, officiata dai Frati Minori.
.
La scultura, tra gli esempi più alti dell’arte sarda, è chiamata in questo modo perché, secondo la leggenda, Nicodemo stesso (un discepolo di Gesù, dottore della legge ma attratto dalle parole del Maestro) lo scolpì. Tale opera sarebbe stata poi trasportata da alcuni cristiani fuggiaschi dall’Oriente a Oristano.
La realtà, però, è ben diversa da quella che la leggenda ci racconta: si tratta infatti di un crocifisso databile al XIV secolo.
.
Raccontare le vicende storiche di quest’opera è assai difficile: la prima attestazione della sua presenza risale alla data ormai tarda del 1516, dove viene citato nel “Campion del conbento de San Francesco de menores claustrales desta ciudad de Oristan”. Secondo un’ipotesi avanzata nel 2007 da Maria Grazia Scano, però, questo crocifisso era legato in origine non ai Frati Minori, ma alle clarisse di Oristano, che lo custodirono nella chiesa di Santa Chiara, il cui accesso era riservato solo a poche persone, tra cui le donne della famiglia giudicale. Se così fosse, sarebbe dunque lecito pensare che la stessa Eleonora d’Arborea abbia visto questo crocifisso e pregato davanti a esso.
.
L’opera, alta 2,77 metri e larga 1, 61 metri, rappresenta il Cristo agonizzante sulla croce, secondo la tradizionale iconografia del “Christus Patiens”, ossia del Cristo sofferente: viene colto in particolare il momento più alto della sofferenza di Gesù, quello immediatamente precedente alla morte, in cui esclama: “Tutto e compiuto!”. La scultura è di evidente produzione gotica: la possiamo riconoscere dalle linee sinuose e guizzanti, dalla figura slanciata e dalla flessione accentuata degli arti, soprattutto delle gambe. Si possono individuare inoltre diversi possibili tipi di fattura: dalla tedesco-renana alla catalana, dalla fiamminga all’inglese, fino ad arrivare alle botteghe toscane.
.
E’ una statua scolpita su due tipi di legno diversi: la croce è fatta in legno di pino, mentre il Cristo è modellato su legno di pero. Il Cristo poi, prima di essere dipinto, è stato cosparso con un sottile strato di gesso.
.
Il Crocifisso di Oristano è differente rispetto ad altri crocifissi sardi per via delle eccezionali conoscenze anatomiche del suo autore (che ancora oggi resta anonimo), della resa attenta dei particolari e per un forte senso di equilibrio. Il Cristo infatti non appare mai eccessivo o forzato nelle pose e nei movimenti: la sua è una sofferenza vera e cruenta, espressa con grande crudezza dalle piaghe che lo ricoprono, realizzate con grande semplicità ma attenzione al dettaglio. L’espressione del volto è poi capace di trasmettere all’osservatore il dolore e il sacrificio che Gesù sta provando in quel momento. La rappresentazione di un Cristo così sofferente nella sua solenne compostezza, in un’epoca segnata da numerose pestilenze e da numerose difficoltà, era profondamente utile al fedele per avvicinarsi ancora di più al dolore del Signore e a trarre forza dal suo amore per sopportare le fatiche della vita quotidiana.
.
L’opera, proprio per via del suo equilibrio solenne, risulta assai monumentale, concepita dunque per essere vista secondo una prospettiva distanziata: ciò era molto utile ai predicatori francescani, che insieme ai domenicani avevano basato la loro predicazione soprattutto sulla Passione del Signore, e che quindi necessitavano di un’opera a cui riferirsi. Oggi quest’opera si trova in una posizione fortemente decontestualizzata dalla sua precedente collocazione: pensato come crocifisso per un’altare maggiore, oggi si trova in una delle cappelle laterali della chiesa di San Francesco a Oristano, che nell’Ottocento venne ricostruita dagli architetti Antonio Cano e Gaetano Cima in stie neoclassico.
.
In conclusione, si può affermare senza ombra di dubbio che nella storia dell’arte in Sardegna esiste un “prima” e un “dopo” Crocifisso di Nicodemo: numerosi artisti, infatti, colpiti dalla forma e dalla bellezza di questa statua, decisero di riprodurne sembianze e forme nei loro dipinti. Divenne un modello iconografico fondamentale del Cinquecento sardo, e non solo: il modello compositivo del Cristo di Nicodemo fu infatti in grado di superare i confini dell’isola, diffondendosi anche in tutta Europa. Ciò è prova di un interesse culturale che vede la Sardegna pienamente coinvolta tra i movimenti creativi ed artistici europei, per niente estromessa dal linguaggio internazionale dell’epoca.
