PERCHÉ IL 28 APRILE I RAGAZZI SARDI NON VANNO A SCUOLA?
Sa Die de sa Sardigna nasce come festa nazionale del popolo sardo, grazie ad un dibattito che si sviluppò tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 del secolo scorso, intorno all’idea di sovranità della Nazione sarda nel passato, nel presente e nel futuro.

Questo dibattito portò alla promulgazione da parte della Regione Sardegna di una legge nel 1993, che stabilì il 28 aprile come “giornata del popolo sardo” ovvero “Sa Die de sa Sardigna”.
Si scelse questa data per ricordare la sommossa dei cosiddetti “vespri sardi” avvenuta il 28 aprile 1794, che costrinse alla fuga da Cagliari il viceré Vincenzo Balbiano e i funzionari piemontesi e savoiardi residenti in Sardegna.
Siamo in un momento storico molto particolare, con la Francia in piena “rivoluzione francese” e la veloce diffusione dei valori repubblicani e dei diritti dell’uomo in molti regni europei così come accadde in Sardegna, dove grazie soprattutto all’azione di Giovanni Maria Angioy spirò forte il vento della libertà e quindi della rivolta contro le monarchie e le classi aristocratiche del tempo.
In quegli stessi giorni i ribelli sardi usarono la formula sarda, rimasta celebre, “nara cixiri!” – che significa: devi dire ceci! – questo per identificare subito chi non era sardo, in quanto la pronuncia di questo termine risultava assai complicato per le persone di lingua italiana, e chi non riusciva a pronunciarlo correttamente veniva subito bloccato in quanto non sardo, per poi essere imbarcato e rispedito nel nord Italia.
E’ così che traendo spunto da questi eventi della storia, sull’onda di un’idea di maggiore dignità e autonomia dei sardi, trent’anni fa si istituì “sa Die” che nei primi anni fu caratterizzata da celebrazioni spettacolari, come la suggestiva e partecipata rievocazione storica nella città di Cagliari nel 1996.
Ma col passare del tempo “sa Die de sa Sardigna” è diventata il pretesto per parlare di tutto tranne che dei significati, passati e odierni, di quella che fu la Sarda Rivoluzione. E men che meno dell’idea di sovranità della Nazione sarda nel passato, nel presente e nel futuro.
I vari Governi sardi che si sono succeduti sino ad oggi hanno snobbato i doveri della programmazione, previsti dalla legge, e hanno stravolto il senso stesso di quella giornata storica.
Le varie Giunte regionali si sono impegnati a scovare un tema generico a cui dedicare la giornata stessa: dalla Brigata Sassari a sa Limba, dalla Bandiera dei 4 mori ad Antonio Gramsci, da Sardegna terra di migrantes al canonico Giovanni Spano e altro ancora.
Anche nella giornata di ieri l’istituzione regionale ha disatteso le aspettative organizzando all’ultimo momento generiche parate in costume che richiamavano l’età nuragica, l’età medievale, le tradizioni delle maschere del Carnevale, tutto senza un senso preciso, se non quello di rievocare il passato come una carrellata museale delle varie tradizioni popolari della Sardegna.
Lo stesso presidente della Regione Sardegna Cristian Solinas durante le celebrazioni di ieri mattina ha affermato che “la bandiera dei quattro mori, l’inno sardo Procurade ‘e moderare e l’emozione di sa Die, la sarda rivoluzione, rappresentano una simbologia identitaria per mantenere inalterati i tratti distintivi e originali di una Comunità” come a dire che quegli eventi, quegli uomini e quelle donne che sul finire del ‘700 diedero la vita per lottare contro il governo del re sabaudo, lo fecero giusto in quanto sardi e diversi, e non per i valori universali della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza che hanno guidato tutte le rivoluzioni europee nazionali dell’epoca e sono a guida tutt’ora in tutto il mondo.
Una giornata “identitaria” insomma che fa più rima con folklore che con lo sviluppo di una coscienza di nazione.
Insomma il senso de “Sa die” è perduto da tempo, e il primo luogo dove questa giornata andrebbe veramente celebrata, cioè le scuole di ogni ordine e grado, il 28 aprile rimangono chiuse per volere regionale.
Nessuna disposizione o direttiva viene inviata alle scuole per ricordare degnamente “Sa Die de sa Sardigna” con studi, approfondimenti o eventi particolari da poter realizzare perlomeno nei giorni precedenti.
“Sa Die de sa Sardigna” rappresenta un puro e semplice giorno di vacanza, un giorno in cui i giovani sardi se ne stanno per conto loro, o ancor peggio, quando son troppo piccoli li si può trovare nei baby parking o gestiti da baby sitter, perché è sì il “Giorno della festa del popolo sardo” ma non tutti i cittadini sardi hanno questo prezioso beneficio di festeggiare: lo hanno soltanto i sardi che lavorano nella scuola e nell’amministrazione pubblica.
A ulteriore dimostrazione che quei valori di uguaglianza e l’invito ai sardi fatto ieri dal Presidente di intraprendere “un cammino per raggiungere l’autodeterminazione all’interno della Repubblica italiana” – frase già di per sé contraddittoria – sono espressione di pura retorica e non di una reale e chiara volontà politica.
Ornella Demuru, 29/.4/2022 su QuotidianoSociale.it
L’intervento di Ornella Demuru sul Quotidiano Sociale
