L’UNICO PAESE CHE POSSIAMO ANCORA INVENTARE
Note a margine di un incontro su Soru e il sorismo

La fine e la rimozione della stagione soriana è stata solo causa di un conservatorismo trasversale, che si annidava e si annida tanto nella destra quanto nel PD e nella sinistra, come è stato da più parti sostenuto in un recente incontro su Soru e il sorismo? Io credo che sia stata anche favorita dallo scioglimento di Progetto Sardegna, dalla dismissione di una forza sarda che poteva contribuire a cambiare in profondità gli assetti e le prassi del sistema politico isolano. Se quella scelta è stata fatta è anche perché vi era (e forse vi è ancora) l’incapacità di emancipare per davvero la visione della Sardegna dalle dinamiche e dagli interessi italiani, di situare per davvero l’isola dentro il mondo grande, terribile e bellissimo in cui ha titolo a stare, di immaginare finalmente la Sardegna e i sardi come il proprio Paese. L’unico Paese che possiamo ancora inventare.
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Ieri ho seguito l’interessante presentazione del volume di Massimo Dadea Meglio Soru (o no?), un libro che vuole fare il punto sull’esperienza soriana a 13 anni dalla sua conclusione e attraverso questa messa a punto sollecitare un dibattito sul futuro della politica sarda.
Sono andato per rispondere all’invito personale dell’autore ma anche per la curiosità di sentire cosa avrebbero detto i protagonisti di quella stagione e coloro che sono stati chiamati a integrare il libro con il loro punto di vista su quelle vicende (per chiarezza: non sono fra questi).
Nel suo intervento d’apertura Massimo Dadea, assessore agli Affari generali della Giunta Soru, dopo aver sottolineato i punti forti dell’esperienza soriana (ambiente, digitalizzazione, declinazione moderna dell’idea di popolo sardo) e aver rimarcato l’esigenza di un rilancio del centrosinistra sardo allargato ai 5Stelle ha detto con chiarezza che questo mondo deve – cito a memoria – “guardare anche all’indipendentismo, che è un sentimento che esiste ed è molto diffuso nella società sarda, con cui vanno fatti i conti”. Dadea ha anche evocato gli importanti numeri dell’indagine demoscopica del 2011, che vedeva il 41% dei sardi dichiararsi a favore dell’indipendenza e quasi il 90% per un incremento dei poteri della Sardegna.
Preso atto favorevolmente di questa apertura vorrei focalizzare un altro aspetto (certo, so bene che ce ne sono tanti, non ultimi quelli che riguardano quanto accadeva allora nell’indipendentismo: ma io mi concentrerò solo su uno). Le molteplici ricostruzioni degli eventi di quanto accadde fra 2004 e 2009 hanno fortemente sottolineato il conservatorismo che avrebbe prima ostacolato e poi abbattuto l’esperienza soriana. Un conservatorismo che, è stato da più parti denunciato, si annidava anche dentro il partito che più avrebbe dovuto supportare Soru, vale a dire il Partito Democratico.
Mi ha molto colpito che nessuno fra i relatori abbia sollevato un punto per me evidente e centrale già allora, benché da osservatore esterno. Ovvero che se il PD era stato così ingombrante e decisivo era stato anche a causa di Soru, che sciolse Progetto Sardegna, la lista-soggetto che ne aveva sostenuto l’ascesa, per andare a fare nel 2007 il padre fondatore del Partito Democratico italiano.
In altri termini, furono Soru (e i soriani che lo seguirono) che misero fine alla loro stessa libertà d’azione; al loro capitale di novità, partecipazione e sardità; a quel soggetto che poteva, senza spasmi anti-politici, fare da contrappeso alla tradizionale partitocrazia isolana e aiutare un percorso di sardizzazione dello scenario politico sardo – delle sue forze, dei suoi programmi, del suo dibattito, dei suoi orizzonti – che ancora oggi manca.
Soru, in questo più coraggioso degli altri convenuti, nel suo intervento finale ha invece centrato questo snodo. Perché dunque fu chiuso Progetto Sardegna? Stando a Soru “un po’ per ingenuità, un po’ per scarsa esperienza politica, per incapacità di leggere la fragilità dei partiti politici che oggi è evidente, e un po’ per umiltà rispetto ai grandi partiti di massa che avevano liberato l’Italia dal fascismo, l’avevano risollevata” e in quel momento stavano confluendo nel Partito Democratico.
Insomma, per Soru un po’ fu un errore e un po’ no, perché come ha chiosato con enfasi “volevo stare dentro a quella storia, volevo contribuire a quella storia: pensavo che bisognava curarne la memoria e svilupparla”.
Cioè, con grande onestà, Soru – allora carismatico e controverso presidente della Sardegna – ha detto di aver scelto di essere uno dei protagonisti della storia italiana, piuttosto che tenere concentrate tutte le sue energie su quanto di nuovo si stava e si poteva produrre in Sardegna. La cosa non deve scandalizzare: certamente Soru pensava di poter fare le due cose insieme, essere orgogliosamente sardo e patriotticamente italiano. Forse pensava persino che entrare da fondatore nel PD avrebbe rafforzato invece che indebolito la sua azione in Sardegna.
Ma non è andata così. Non è stato così. E non si attenuerà la frustrazione pensando che nel PD c’erano i sardi italiani civili ed emancipati bloccati dai finti italiani perversamente e barbaricamente sardi: ovvero, la soluzione non sta nell’addebitare il conservatorismo a qualche tara familistica sarda, come qualcuno potrebbe essere tentato di fare, perché a quel punto per centrare il conservatorismo nostrano si potrebbe parlare con più cogenza di un lascito della politica della rendita feudale di matrice spagnola, di un’eredità delle pratiche massoniche di antica impronta mazziniano-garibaldina, di un sottoprodotto d’importazione delle attitudini camorristiche italiane. E forse di tutte queste cose insieme. Non siamo forse noi sardi, come si ama ripetere stucchevolmente, usando una frase erroneamente attribuita alla Deledda, “fenici, romani, spagnoli, sabaudi” e che più ne ha più ne metta?
No, io credo che il punto non sia di carattere antropologico ma che abbia a che fare con l’immaginazione politica, quell’immaginazione che muove in profondità sentimenti e azioni.
Una terra così debilitata, vittima di molteplici traumi subiti dall’esterno e dall’interno, vittima di molteplici incurie e appetiti, vittima di investimenti politici a dir poco distratti, sempre con la testa e il cuore rivolti verso Roma, ha bisogno per riprendersi di un impegno globale e di una fede profonda, che può derivare solo da una immaginazione nuova e radicalmente diversa. Il che non significa necessariamente diventare dall’oggi al domani indipendentisti, ma quantomeno considerare la Sardegna come il proprio Paese.
Perché se si pensa di salvarla commisurandone le esigenze a quelle di un altro Paese – oggi l’Italia, ieri la Spagna, domani chissà – si rischia di veder frustrati anche i progetti più innovativi e i sentimenti più sinceri che si covano per questa nostra isola e per la sua gente. Le vertenze e divergenze fra Sardegna e Stato in materia di entrate, energia, trasporti, infrastrutture, scuola, lingua, patrimonio culturale sono da anni sotto gli occhi di tutti, a volerle vedere. Così come va visto che la riproduzione continua di una classe dirigente sarda mediocre e priva di una visione sarda, accompagnandosi come in un circolo vizioso a una popolazione mal istruita, demotivata, fiaccata dall’emigrazione giovanile e dal ricatto della raccomandazione, genera come in un circolo vizioso la sensazione diffusa che anche volendo noi sardi non possiamo fare meglio di così. Quando invece dobbiamo necessariamente fare meglio di così, meglio di quanto abbiamo mai fatto nella storia recente.
Concordo dunque con quanto diceva Soru in conclusione: si tratta di inventare la Sardegna. Ma quale? Non la Sardegna italiana che inventiamo da anni: né quella assistita e rivendicativa, né quella che si sente laboratorio e salvatrice d’Italia.
Se dobbiamo inventare la Sardegna, dobbiamo farlo bene. È del resto l’unico Paese che noi sardi possiamo ancora realisticamente inventare.
Franciscu Sedda
