SA MATESSI DIE – 18 Gennaio 1945
Scoppiano a Cagliari i “fatti di Piazza Yenne”

A Cagliari una folla di persone, prevalentemente giovani e universitari, dimostra contro la chiamata alle armi: esplode una bomba e un militare rimane ucciso.
Il fatto accade in un contesto di grandi tensioni. La Sardegna, libera dal nazifascismo, si trova in una sorta di indipendenza di fatto. Sulle pagine di diversi giornali (Il Solco, Riscossa ecc.) si apre nell’autunno-inverno del 1944 un acceso dibattito sul separatismo. Il Partito Sardo, che in quel momento ha più iscritti della Democrazia Cristiana, si trova a vivere quello che Salvatore Cubeddu definisce un “turbamento nei rapporti fra base giovanile e vertice del Partito”. Il ritorno di Lussu e le sue posizioni risolutamente unioniste hanno infatti frustrato le aspettative rivoluzionarie e indipendentiste che percorrono trasversalmente la società sarda e infiammano i giovani in particolare. Giovani che, come racconterà un protagonista d’eccezione come Michelangelo Pira, allora ragazzo, aspettavano Lussu come un liberatore.
Si tratta di un contesto teso e confuso, in cui si agitano fra l’altro anche i nostalgici del fascismo, fra cui un giovane Antonio Pigliaru, che vanno a costituire dei comitati clandestini per ricollegare la Sardegna con la Repubblica di Salò. Il 16 Gennaio arriva dunque una notizia che fa da detonatore. Su “l’Unione Sarda” si parla del prossimo richiamo alle armi delle classi di leva dal 1914 al 1924, destinate a combattere sul fronte italiano. Lo stesso bando chiamava alle armi anche coloro che sino a quel momento avevano goduto delle esenzioni, quali i parenti stretti di familiari al momento nelle Forze Armate italiane. La notizia aveva percorso la città e il giorno successivo, nel corso di un acceso dibattito nel Liceo “Dettori” gli studenti cagliaritani decisero di stilare un documento.
Nel pomeriggio del 18 Gennaio una imponente manifestazione studentesca si diresse verso le sedi de “L’Unione Sarda” e di “Radio Sardegna” per consegnare il documento stilato nel dibattito del Liceo “Dettori”, ma i militari impedirono agli studenti l’ingresso negli edifici del quotidiano e della radio.
La manifestazione fu costretta a ripiegare quindi verso via Manno, dove venne bloccata da un altro picchetto di militari che impedirono ai dimostranti di unirsi ad una seconda manifestazione (non autorizzata) in Piazza Yenne, nella quale alcuni oratori spiegarono le ragioni degli studenti. Fra i principali vi erano due figure del Partito Sardo d’Azione, il tenente Paolo Mocci e Antonio Tinti, già attivo militante antifascista di Monserrato arrestato dal regime fascista già nel 1937 quando a capo di un gruppo comunista si era unito con un gruppo indipendentista con lo scopo, secondo l’accusa, di portare avanti “idee antinazionali per rendere la Sardegna indipendente dal Regno”.
All’improvviso in Via Manno la situazione muta radicalmente. Secondo le fonti della polizia qualcuno iniziò il lancio di bombe a mano tra la folla e subito dopo altre ne vennero gettate in Piazza Yenne. Una granata esplose ai piedi della guardia Ezio Di Mambro, il quale si trovava in servizio d’ordine nella piazza e che rimase gravemente ferito. Altre bombe a mano ferirono in modo più leggero un funzionario e altri tre agenti di Polizia, tre soldati, un maresciallo dei Carabinieri e sei civili. Secondo i resoconti dei manifestanti la manifestazione, a causa della tensione e dell’impreparazione delle forze dell’ordine sfociò prima in una grande baruffa, quindi in colpi di armi da fuoco e nello scoppio di una bomba che il poliziotto aveva con sé.
Sta di fatto che nei giorni successivi la folla, in risposta agli arresti immotivati, prese d’assalto commissariati e caserme. Ulteriore segno della fragilità della presenza dello Stato italiano in Sardegna e di come le aspettative definite “separatiste” potessero apparire perseguibili anche in forma rivoluzionaria. Questo sentimento, tuttavia, non solo non troverà nel Partito Sardo d’Azione una guida né rivoluzionaria né istituzionale ma verrà invece apertamente e definitivamente avversato, dando vita ad un generale riflusso nel disimpegno o nell’ingresso di molti dei suoi giovani protagonisti dentro le formazioni a quel punto maggiormente rappresentative degli interessi italiani che Lussu e gli altri dirigenti sardisti avevano indicato come prioritari. Da qui anche l’inaspettato e repentino crollo di consensi del Psdaz.
Gli imputati dei fatti di piazza Yenne, difesi dagli avvocati sardisti Giovanni Battista Melis e Gonario Pinna, saranno tenuti in carcere per un anno e poi condannati a pene lievissime. I fatti lasceranno un segno profondo, tanto nelle scelte politiche immediate di cui parlavamo quanto nelle esperienze di chi era giovane all’epoca, tanto da nutrire ancora a distanza di anni racconti e leggende (di cui parleremo un’altra volta). Tuttavia questa profondità corrisponderà anche ad un inabissamento rispetto alla memoria pubblica, così come tutto ciò che ha riguardato il momento indipendentista che la Sardegna visse fra il 1943 e il 1945. Anche per questo, questi fatti complessi, oggi per lo più sono sconosciuti, restano non del tutto chiariti e meriterebbero di essere indagati.
A innantis! ![]()
Fonti
Salvatore Cubeddu, Sardisti. Vol. I, Edes.
Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna durante il fascismo, Laterza.
Materiali vari in rete.
