Sa Battalla

Sa batalla 2022
Via S. Lorenzo 15 Sanluri
È il 30 giugno del 1409 e a Sanluri si affrontano due eserciti: da un lato una delle più grandi potenze al mondo, la Corona d’Aragona, dall’altro l’exercitu gentis sardorum, l’esercito del popolo sardo, della “naciò sardesca”, come scritto nelle fonti dell’epoca.
Dopo la morte della giudicessa de facto Eleonora d’Arborea nel 1402 e cinque anni dopo quella del giovane erede Mariano V, si aprì per i sardi una crisi dinastica che la Corona di Aragona, mai rassegnata a perdere l’Isola, volle sfruttare per continuare la guerra e scongiurare il pericolo di perdere definitivamente il Regno di Sardegna e, con esso, una delle fondamentali componenti di quella “ruta de las islas” che serviva all’espansione politica e commerciale dei catalano-aragonesi nel Mediterraneo.
L’esercito dei sardi
Nel Regno di Arborea in quegli anni la crisi dinastica produsse gravi danni ed il nuovo giudice/re Guglielmo III di Narbona-Bas non riuscì in poco tempo a attirare verso di sé la stima dei suoi soldati, né a dare all’esercito sardo una solida organizzazione militare per poter competere alla pari con quello molto più moderno del nemico. Era numericamente superiore, ma poco addestrato per combattere battaglie campali decisive. La fanteria era composta prevalentemente da soldati sardi sprovvisti di corazze e di armature adeguate. L’arma più utilizzata era probabilmente la “virga sardesca”, un particolare spadone che secondo alcuni storici aveva un corto manico di legno ed una lama affilata. Alcuni avevano forconi e altre armi di fortuna. Era l’esercito del popolo. A dare aiuto però erano sopraggiunti contingenti di soldati pisani e francesi bene addestrati e contava sulla forza dei temibili balestrieri genovesi. La cavalleria era formata da 2.000 cavalieri francesi bene armatii e montati.
L’esercito dei catalano-aragonesi
L’esercito catalano guidato dall’infante Martino Il giovane (figlio del re Martino Il vecchio) disponeva di ottomila fanti e tremila uomini a cavallo. Benché Inferiori di numero erano però militarmente preparati e molto ben organizzati. I fanti erano forniti di elmo, corazza e scudo, erano armati con una spada lunga ed una corta; era dotato inoltre di arcieri e balestrieri. I cavalieri provenivano dai diversi possedimenti della Corona ed erano principalmente catalani, aragonesi, siciliani, valenzani e balearini, armati di tutto punto con cavalli ben protetti da una solida armatura. Erano inoltre dotati di artiglieria, anche se antiquata, giunta a Castel di Cagliari dalla Spagna qualche decennio prima.
Il piano degli aragonesi prevedeva di puntare con il grosso dell’esercito verso il castello di Sanluri dove li attendevano i sardi mentre dei distaccamenti avrebbero dovuto marciare uno verso ovest al comando di Giovanni de Sena nella direzione di Villa di Chiesa, l’attuale Iglesias, e l’altro verso est al comando di Berengario Carroz, nei territori dell’Ogliastra e del Sarrabus a conquistare il castello di Quirra.
Dopo alcuni contatti tra avanguardie avvenuti alcune settimane prima, la domenica del 30 giugno, l’esercito di Martino il Giovane, dopo aver risalito il Flumini Mannu avvicinandosi a Sanluri, si mosse alle luci dell’alba dall’accampamento nel quale aveva passato la notte avvicinandosi al borgo fortificato di Sanluri. A quel punto Guglielmo di Narbona uscì allo scoperto con i suoi fanti e manovrò per lanciare la cavalleria francese contro la fanteria aragonese in un luogo che ancora oggi e chiamato Bruncu de sa Battalla (Poggio della Battaglia).
L’avanguardia catalano/aragonese era guidata da Pietro Torrelles e contava un migliaio di uomini armati mentre Martino Il Giovane, più indietro guidava il grosso delle forze. Dimostrandosi abile stratega fece assumere al suo esercito una formazione a cuneo. La tattica si rivelò quella giusta in quanto pervenne a sfondare il fronte delle forze avversarie investendole nel centro del loro schieramento in linea. La manovra riuscì in pieno e divise l’esercito sardo in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero passando a fil di spada 600 fanti e facendo prigioniere 300 donne. La seconda parte, guidata da Guglielmo III riuscì a rifugiarsi nel vicino castello di Monreale le cui mura ressero l’assalto.
Nel frattempo l’altro troncone dell’esercito sardo– quello destro – fu incalzato dai restanti fanti che riuscirono a chiudere la via di fuga verso il borgo. Abilmente la cavalleria aragonese riuscì a spingerlo nella vallata di Furtei. Da qui – in realtà – attraversando il Flumini Mannu, avrebbe potuto risalire verso il borgo di Sanluri e riunirsi alle forze residue. Ma il fiume in quei giorni era eccezionalmente in piena.
Gli aragonesi sfruttarono quell’opportunità e impiegarono la loro riserva tattica costituita da 2000 soldati riuscendo così ad intrappolare i sardi. Questi da una parte non potevano attraversare il fiume e dall’altra furono costretti a difendersi risalendo un’altura, oggi nota col triste nome di S’Occidroxiu (il macello), dove i sardi finirono massacrati dagli aragonesi che occupavano saldamente la sommità .
Sa Batalla è un evento imprescindibile, un evento che va ricordato e capito in profondità : per il numero di sardi che coinvolse – secondo le fonti catalane circa 20.000 – per la quantità di persone che vi trovarono la morte – 6.000/7.000 – per quella che era la posta in gioco e per la sua capacità di riassumere alcuni dei nodi principali delle vicende della Sardegna medievale.
Nonostante la vittoria sui sardi, qualche tempo dopo destò grande scompiglio in Aragona la notizia della morte del giovane Martino, ultimo discendente della casata catalana dei conti di Barcellona, probabilmente dovuta alla malaria contratta mentre risaliva il Flumini Mannu dirigendosi verso Sanluri.
Ricordare oggi “sa Batalla” dopo più di 600 anni, significa ricordare tutti quei sardi che si recarono volontariamente a Sanluri il 30 giugno 1409 per battersi per l’indipendenza della Sardegna, e per affermare quei valori di libertà e giustizia che devono muovere le azioni di qualunque essere umano.
Per approfondire:
Franciscu Sedda, a cura di, Sanluri 1409. La battaglia per la libertà della Sardegna, Cagliari, Arkadia Editore.
Francesco Cesare Casula, La Sardegna aragonese. 2 Voll., Sassari, Chiarella.
Rafael Conde y Delgado De Molina, La batalla de Sent Luri, Textos y Documentos, introduzione di Giampaolo Mele, con un saggio di Luisa D’Arienzo, Oristano, S’Arvure.
Andrea Garau, Mariano IV d’Arbore e la guerra nel medioevo in Sardegna, Cagliari, Condaghes.
Rubrica a cura di Ornella Demuru
