SA MATESSI DIE – 17 settembre 1916
Nasce il poeta ribelle Cicitu Masala, unu de sos laribiancos

Grande intellettuale e testimone privilegiato della Sardegna, dagli anni del fascismo sino alla controversa contemporaneità, Cicitu Masala è stato poeta, scrittore e saggista tra i massimi esponenti della letteratura sarda del Novecento.
Come scriveva Paolo Pillonca, suo grande amico ed estimatore, nel 2012: “Cicito era scomodo anche da morto? Sono passati cinque anni dalla sua scomparsa e Francesco ‘Cicitu’ Màsala non gode ancora della simpatia dei potenti. Eppure le attuali vicende amarissime delle industrie in Sardegna, di anno in anno più drammatiche, era stato proprio lui a prevederle fin dai primi insediamenti, in netto anticipo sugli altri. “Profezia” difficoltosa: allora l’industria sembrava a molti il rimedio a ogni male, l’incenso era il profumo dominante e le voci fuori dal coro si contavano sulle dita di una mano. Oggi è diverso, ma la riconoscenza, come si diceva una volta, non è di questo mondo.
Cicito Masala è sempre stato un osservatore acuto degli errori di chi governava ai suoi tempi e di chi dava le notizie alla gente. Per questa ragione ha pagato di persona a caro prezzo le sue esternazioni ardite.”
Nato a Nughedu San Nicolò il 17 settembre 1916, dopo i primi studi nel paese natale, frequentò il ginnasio a Ozieri, il liceo classico a Sassari e completò la sua formazione laureandosi in lettere all’Università La Sapienza di Roma, con una tesi su Il teatro di Luigi Pirandello, con Natalino Sapegno come primo relatore.
Partecipò alla Seconda guerra mondiale, combattendo prima sul fronte jugoslavo e poi su quello russo dove, ferito a una gamba, si meritò una decorazione al valor militare e iniziò a scrivere un romanzo su quella tragica esperienza umana e militare.
“… Mette conto di dire che, la guerra, l’ho veramente fatta, sono stato decorato al valor militare, sono stato ferito in combattimento sul fronte russo, cioè, come comunemente si dice, ho versato il sangue per la patria. Ma mi è capitato ciò che già capitò a mio nonno, gambadilegno, che perdette la gamba destra nella Battaglia di Custoza, durante la Terza Guerra d’Indipendenza: anche la mia intrepida gamba destra si è beccata la sua eroica pallottola, russa, stavolta, là, fra il Dnieper e il Don. Voglio dire, insomma, che io e mio nonno, ambedue di nazionalità sarda, abbiamo fatto le guerre italiote: da leali sardi, s’intende, eroi buoni, in tempo di guerra, ma cattivi banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie trincee, in pace, nelle patrie galere… [Insomma] la guerra mi tolse, per così dire, dagli occhi, le bende di due retoriche ufficiali: da un lato, quella della “eroica piccola patria sarda” e, dall’altro lato, quella della “grande imperiale patria italiana.”
(Frantziscu Màsala, da “Il riso sardonico”, 1984)
Frantziscu Màsala a combattere sul fronte russo ci finì venticinquenne. Con lui altri 300.000 giovani, in gran parte convinti di andare a coprirsi di gloria, imboniti dalla retorica fascista. Ne morirono circa 115.000, dei quali 85.000 in poco meno di tre mesi, tra il dicembre 1942 e la primavera successiva, durante la seconda battaglia sul Don, lo sbando e la disastrosa ritirata che ne seguirono.
Dopo la guerra insegnò per trent’anni, prima a Sassari e poi a Cagliari, nella scuola media superiore.
Giornalista pubblicista (fu critico letterario e artistico a L’Unione sarda negli anni sessanta, ma collaborò anche con La Nuova Sardegna, Paese Sera, Il Messaggero Sardo) e soprattutto fu scrittore bilingue, in sardo e italiano, pubblicò numerosi articoli e libri di poesia e narrativa, di teatro, di saggistica e di critica letteraria.
Come poeta trasse ispirazione dalla grande tradizione in versi della sua terra, in particolare dalle opere di Peppino Mereu; nel 1951 vinse il Premio Grazia Deledda e nel 1956 il Premio Chianciano per la raccolta di poesie Pane nero.
Come romanziere fu scoperto da Giangiacomo Feltrinelli, che nel 1962 gli pubblicò “Quelli dalle labbra bianche”, epopea in chiave grottesca della gente di Arasolè sul fronte orientale e di un po’ tutti i “dimenticati dalla storia”.
Per il palcoscenico, oltre alla riduzione teatrale del suo romanzo (1972, con il regista Giacomo Colli), collaborò con la Cooperativa Teatro di Sardegna per i testi bilingui dei drammi popolari Su connottu (1976) e Carrasegare (1978), entrambi con il regista Gianfranco Mazzoni.
Per la RAI scrisse i radiodrammi Emilio Lussu, il capotribù nuragico (1979), Gramsci ovvero l’uomo nel fosso (1981) e Sigismondo Arquer, al rogo! (1987). Masala si accostò anche alla musica pop collaborando con la cantautrice Marisa Sannia.
Masala è stato anche militante nel PSI prima e nello PSIUP poi.
Nel 1981 pubblicò con Vanni Scheiwiller Poesias in duas limbas.
I suoi versi, tesi al pari dei romanzi a esaltare un popolo umiliato e offeso dalla storia come quello sardo, sono stati tradotti in spagnolo, croato, russo, ungherese, francese, polacco e portoghese.
Del 1984 è “Il riso sardonico”, raccolta di ricordi e brevi racconti di vita vissuta in cui riso e pianto sono legati indissolubilmente in una comicità paradossale, intrisa di satira pungente nei confronti della classe politica isolana. Vi compare inoltre uno dei temi più cari a Masala, la difesa della lingua sarda, da lui utilizzata in numerose poesie e nel romanzo autobiografico S’istoria (1989).
Cicìtu, com’era conosciuto e chiamato dagli amici, fu presidente della commissione del Premio letterario in lingua sarda Città di Ozieri e, nel 1978, del Comitadu pro sa limba, che si fece promotore della “Proposta di legge d’iniziativa popolare per il bilinguismo perfetto in Sardegna”, da cui sarebbe poi scaturita la Legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 per la “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”.
Dalla sua opera più conosciuta, Quelli dalle labbra bianche, nel 1999 è stato tratto il film Sos Laribiancos – I dimenticati, sceneggiato e diretto da Piero Livi (menzione d’onore al Palm Springs International Film Festival), con gli attori Lucio Salis, Sandro Ghiani e Alessandro Partexano.
Del 2008 è invece il cortometraggio d’animazione Dopo trent’anni prima, che il fumettista Silvio Camboni ha realizzato ispirandosi al racconto “Apologo dell’uomo bue e dell’uomo cacciavite”, dove Masala contrappone la Sardegna contadina a quella industriale.
In suo ricordo è stato istituito nel 2008, dall’associazione culturale Arcipelago in collaborazione con la Provincia di Cagliari, il Premio Francesco Masala per il teatro.
Muore a Cagliari il 23 gennaio 2007
+++Dalla raccolta “Poesias in duas limbas – Poesie bilingui”, Scheiwiller, Milano (2° ed. 1993, 3° ed. 2006 per i tipi de Il Maestrale di Nuoro).
La sezione che include questo “cantone” è intitolata “Cantones pro sos laribiancos”, ossia “Ballate per quelli dalle labbra bianche”. “Quelli dalle labbra bianche” è prima di tutto il titolo dell’opera prima di Masala, pubblicata nel 1962 da Feltrinelli, racconto dell’epopea della gente di Arasolè, piccola frazione del comune di Tonara, in provincia di Nuoro.
Le “labbra bianche” sono quelle dei morti di fame, dei morti di fatica, dei morti di guerra…
I “cantones” inclusi in quella sezione di “Poesias in duas limbas” sono dunque una trascrizione poetica di quel piccolo romanzo di esordio, quasi un’ “Antologia di Spoon River” sarda.
Cantone de Giuanna, sa ruja, bagassa de gherra
In tota Arasolè fit notòriu:
deo, Giuanna, sa Ruja,
prima ’e mi cojuare,
faghia sa bagassa,
ma, a la narrer giusta,
pro campare sa vida,
mi daia a sos riccos, pro inari.
A mie no mi piaghet a coddare,
mi piaghet mandigare.
La deviades bider, bona zente,
sa faccia ’e su Maresciallu
cando m’idiat nuda:
mi faghiat «la dichiarazione d’amore».
Ma deo li naraia:
«A prima su inari, Marescià,
poi la dichiarazione d’amore».
Gai li naraia.
Posca, mi so cojuada
cun-d unu ciabattinu, Antoni Néula,
ca fit feu, fentomadu Mammutone,
fit su capu ’e sos pòveros de idda,
sos laribiancos de Arasolè,
cheriat fagher sa rivolussione,
poner sos riccos cun su culu in terra.
Zente, maridu meu
no at fattu sa rivolussione
e no est diventadu
ne pòveru ne riccu:
est solamente mortu,
una gherra l’at bocchidu,
addae, in terra ’e Russia.
Mai pius, in bidda,
amus a bider unu ciabattinu
bravu comente a issu.
Como, boza o no boza,
mi giuto ’ene sos annos,
sos pilos mios sunu ancora rujos,
su colore ’e su ràmine.
Donzi annu, cun sa candela in manu,
naro pregadorias
no solu pro s’ànima ’e su colzu
ma pro s’anima mia, pro sos peccados
mios, ca dae vint’annos,
boza o no boza, torra,
deo fato sa bagassa
cun sos riccos de idda,
ca est pagu sa pensione
de viuda de gherra,
e gai campo sa vida
de una fiza rachìtica e malàida
chi mi at lassadu Antoni Mammutone.
Versione italiana di Francesco Masala
BALLATA DI GIOVANNA, LA ROSSA, PUTTANA DI GUERRA
In tutta Arasolè era notorio:
io, Giovanna la Rossa,
prima di sposarmi,
facevo la puttana,
cioè, a dir la verità,
per campare la vita,
mi prostituivo ai ricchi, a pagamento.
A me non piace fare l’amore,
piace solo mangiare.
Gente, dovevate vedere
la faccia del Maresciallo
quando mi vedeva nuda:
mi faceva la dichiarazione d’amore.
Ma io gli dicevo:
«Marescià, prima i soldi,
poi la dichiarazione d’amore».
Proprio così gli dicevo.
Dopo mi sono sposata
con un calzolaio, Antonio Nebbia,
per la bruttezza, noto Mammutone.
Era il capo dei poveri di Arasolè,
quelli dalle labbra bianche,
voleva fare la rivoluzione,
mettere i ricchi col culo per terra.
Gente, mio marito
non ha fatto la rivoluzione,
e non è diventato
né povero né ricco:
è soltanto morto,
una guerra l’ha ucciso,
là, in terra di Russia.
Mai più, ad Arasolè,
avremo un ciabattino
abile come lui.
Ora, per forza di cose,
mi porto ancora bene i miei anni,
i miei capelli sono ancora rossi,
colore del rame.
Ogni anno, con la candela in mano,
prego coscienziosamente
per l’anima di mio marito
ma anche per i miei peccati,
perché, da vent’anni,
per forza di cose, di nuovo,
faccio la puttana,
con i ricchi di paese,
perché misera è la pensione
di vedova di guerra,
e così campo la vita
di una figlia rachitica e malata
che mi ha lasciato Antonio Mammutone.
Link al video “S’arrejonada” con Cicitu Masala, trasmissione condotta da Paolo Pillonca, presso l’emittente televisiva Sardegna 1 (anno 2002)
Fonti:
Paolo Pillonca in La Nuova Sardegna
Wikipedia
Rubrica a cura di Ornella Demuru
