LA RIVOLUZIONE DELL’APPARTENENZA
La proposta di A innantis! per il bene dei sardi [Discorso di Franciscu Sedda al vertice fra centrosinistra, forze indipendentiste e civiche]

Salute a tutte e a tutti da parte dagli indipendentisti di A Innantis!, rappresentati qui da me, Franciscu Sedda, e da Francesco Ledda che, ci tengo a sottolinearlo, è l’unico 20enne nella stanza. Vorrei ripartire dai punti su cui ci possiamo incontrare. Perché è evidente, c’è molta pluralità e la pluralità è una ricchezza ma per fare più di una semplice coalizione bisogna trovare punti reali di incontro. E allora mi pare importante sottolineare alcuni passaggi e concetti emersi negli interventi d’apertura di Piero Comandini e Eugenio Lai. Li riassumo in due temi: rivoluzione e appartenenza. Ecco, io dico che bisogna fare una rivoluzione dell’appartenenza.
Bisogna fare in modo che quello che è classicamente il centrosinistra faccia per la prima volta nella storia un balzo verso la Sardegna, mettendo la Sardegna al centro e al di sopra di tutto. So che ciascuno di voi, di noi, sente già di farlo, ma evidentemente fino ad oggi non lo si è fatto veramente, non nei modi in cui io sto proponendo di farlo e in cui io credo che vada fatto. Serve una rivoluzione dell’appartenenza.
E credo – cerco di andare velocemente – che questa rivoluzione vada fatta per due motivi: primo, perché la disperante situazione della Sardegna non è figlia soltanto degli ultimi 5 anni, è una condizione storica. La “questione sarda” – a cui ha fatto riferimento anche Giulia Lai – non la inventiamo noi. Allora, o c’è un grande cambiamento che va nel senso dell’emancipazione, del progresso sociale, della solidarietà, del protagonismo popolare, con al centro e al cuore la Sardegna e soltanto la Sardegna, della Sardegna in Europa, nel mediterraneo e nel mondo, oppure noi qui non stiamo producendo il cambiamento necessario, per la Sardegna e per costruire un vero progetto invece che una semplice ed ennesima coalizione. Quando constatiamo la fine dei nostri paesi spopolati, l’emigrazione di giovani e meno giovani, la denatalità, l’abbandono scolastico, la sporcizia lungo le strade, il cinismo dell’accozzo e della lotta del tutti contro tutti, la violenza contro gli amministratori, l’astensionismo; quando constatiamo tutto quello che non va – la sanità, i trasporti, il lavoro, l’assalto al vento e al paesaggio, la burocrazia che strozza le nostre piccole e medie imprese, la folklorizzazione della nostra cultura, l’assenza della Sardegna e della sardità nelle scuole – beh, questo è frutto di una storia, una storia di una mancata connessione fra un popolo dalle mille potenzialità e una classe dirigente con un’idea di giustizia sociale e un’idea di libertà dei sardi.
Secondo motivo per cui bisogna fare questa rivoluzione dell’appartenenza: o la si fa e si propone un cambiamento radicale o non sono convinto che si vinca. Si può avere davanti la peggiore destra della storia, la peggior Giunta della storia; si può avere, come diceva Franco Cuccureddu, il dato pregresso che negli ultimi 25 anni ha portato costantemente ad un’alternanza fra chi governa e chi sta all’opposizione; però non mi pare che il vento spiri – forse lo diceva anche Luca Pizzuto – in questa direzione: perché i sardi sono stati abituati, anche da voi, a votare guardando cosa succede a Roma, a orientarsi secondo cosa va per la maggiore “a livello nazionale”, ovvero fuori dalla Sardegna.
Per questo serve cambiamento, ma il cambiamento molto spesso è parassitato dalla destra che oggi giorno si pone quasi come più rivoluzionaria della sinistra. E allora, o noi mostriamo che c’è un cambiamento, o noi mostriamo che non si ripetono le stesse dinamiche di subalternità – per cui, per favore, non invitate come al solito i “Big nazionali” (italiani), lasciateli a casa, non portateli! Portiamo Gilles Simeoni, portiamo il presidente della Catalogna, Pere Aragones, di Esquerra Repubblicana, portiamo quelli con cui vogliamo fare una politica europea come la macro-regione insulare, portiamo quelli! Oppure non portiamo nessuno e diciamo ai sardi ce la faranno con le loro forze e la loro capacità di innovare, che ce la faremo perché crediamo in questo popolo e questa terra! – ecco, o noi cambiamo, anche in questi rituali, nel modo in cui impostiamo una campagna elettorale, oppure non si vince. Non si vince se non si offre la percezione di un cambiamento radicale, che invece è quello che serve: una rivoluzione dell’appartenenza.
Guardate, o cambiano i nomi o cambiano le idee. Sarebbe meglio che cambiasse un po’ tutto assieme, ma, siccome qua non è che si sia di primo pelo, siccome i nomi rischiano di essere un po’ sempre gli stessi, allora le idee devono essere radicalmente nuove, l’approccio deve essere radicalmente nuovo.
Noi siamo a questo tavolo convintamente, siamo qui per una storia pregressa, siamo qui per dei dialoghi avviati con Sardegna Domani e chiaramente anche con gli indipendentisti, con gli altri fratelli e sorelle indipendentiste, che sono qui presenti. Però attenzione: se anche questa coalizione si mettesse l’etichetta di una presenza indipendentista – “ci sono anche gli indipendentisti!” – e poi non c’è innovazione, non c’è una rivoluzione dell’appartenenza, il voto indipendentista non arriva! Levatevelo dalla testa!
Gli indipendentisti sono un mondo complesso, come la sinistra per altro, eh! Poi siccome molti indipendentisti sono di sinistra, insomma capite quanto è complesso… [risate e applausi]. Allora, lo dico semplicemente: o si parla di autodeterminazione del popolo sardo, o si mette al centro un percorso di sovranità dei sardi o non si genera quell’entusiasmo e quella credibilità che può attirare le tante persone che stanno da troppo tempo attendendo di poter credere in una visione di emancipazione nazionale e sociale della Sardegna!
Vi sembreranno parole troppo forti. Allora ricordate che era stato il centrosinistra a convocare nel 2008 una consulta per la riscrittura dello Statuto sulla base della “sovranità del popolo sardo”. Perché non lo si è rifatto? Perché il centrosinistra si è messo paura. Allora, vogliamo ripartire anche da quello che è stato fatto e interrotto? Vogliamo ripartire dall’Agenzia sarda delle entrate? L’abbiamo fatta noi – l’ha fatta l’incontro fra indipendentismo di governo e centrosinistra. Abbiamo una Ferrari dentro al garage, che chiaramente non è stata tirata fuori e fatta camminare Solinas. Sull’energia, lo vogliamo fare un piano di indipendenza energetica? Dobbiamo farlo! Siamo stati noi, nella legislatura 2014-2019 che abbiamo iniziato riprendendoci le dighe dall’Enel, a sperimentare le comunità energetiche, a progettare l’uso dei palazzi istituzionali, delle scuole, degli ospedali come “pile”, per sviluppare l’energia solare, costruire pezzi di una nostra indipendenza energetica – che significa pagare meno l’energia, lasciare i soldi in tasca alle famiglie, favorire il lavoro! – ma con meno impatto paesaggistico-ambientale. Riusciamo a lanciare messaggi così forti. chiari? Riusciamo a lanciare il messaggio che se vogliamo fare tante cose che abbiamo in mente, cose che sicuramente emergeranno dal confronto, c’è bisogno di produrre più ricchezza diffusa e sostenibile? Certo, dobbiamo sfruttare tutti i soldi non spesi da questa giunta di destra incapace di programmare, come ricordava anche Massimo Zedda, ma dobbiamo anche aumentare la ricchezza prodotta dai sardi e per i sardi. Il turismo, ad esempio, oggi non lascia in Sardegna tutta la ricchezza che potrebbe lasciare: a fronte del forte impatto ambientale e sociale, dell’impatto sul territorio e i servizi, non lascia quanta ricchezza potrebbe e dovrebbe lasciare.
Concludo con una proposta che si riallaccia a quanto si diceva a proposito dello strumento delle primarie. Io sarei più radicale. Mi spiego. Bisogna certamente trovare una figura che sappia mediare e che sappia tenere insieme, che sappia incarnare l’innovazione. Sì, certo, che sia anche vincente. Però secondo me serve primariamente qualcuno che abbia il carattere giusto per fare squadra, per far funzionare una squadra. Perché sappiamo come va molto spesso, ovvero che il presidente eletto l’indomani si trova a dover gestire tutte le tensioni delle parti che lo hanno scelto. Ma anche ammesso che si trovi in una condizione di concordia è evidente che non è un presidente da solo che può produrre un cambiamento così grande come quello che serve alla Sardegna. La Sardegna cambia se c’è un’idea veramente alta, dove c’è una squadra che si sente veramente portatrice di una visione, di un’etica e di un progetto nuovo. E dunque bisogna trovare qualcuno o qualcuna che faccia squadra. Ma come dicevo, sarei ancora più radicale. Io chiederei – visto che sicuramente non siamo d’accordo su tutto – chiederei anche che alcune grandi idee vengano messe alla prova dei sardi. Le primarie non devono servire soltanto per trovare il o la presidente – nel caso non emerga “naturalmente” – ma anche per mettere alla prova dei sardi alcune grandi idee: per esempio, dentro lo statuto ci dobbiamo mettere – come hanno fatto alle Baleari, in Catalogna, come stanno provando a fare in Corsica in queste ore – il riferimento alla Nazione sarda? Io e alcuni di voi non siamo d’accordo: bene, sentiamo anche i sardi che cosa dicono. Sentiamo i sardi, che cosa dicono su questi grandi temi che magari noi non riusciamo a sciogliere per intero. Anche questo sarebbe un gesto rivoluzionario: intanto di umiltà e ascolto verso i sardi; ma anche di incontro fra di noi, di apertura a ragionare e costruire fuori dagli schemi, con coraggio. Offrire alla discussione pubblica grandi valori e grandi questioni – magari per scoprire che i sardi sono più avanti e più coraggiosi di quanto si pensi e di quanto non sia la politica! – anche così si produce il cambiamento, la rivoluzione dell’appartenenza.
Ecco io credo che dobbiamo innovare a tanti livelli. Se noi non lo facciamo, non possiamo essere sicuri di vincere, ma soprattutto non possiamo essere sicuri, vincendo, di cambiare la Sardegna come vogliamo, cioè per il bene di tutti i sardi e di tutte le sarde.
Grazie e A innantis!
Franciscu Sedda
