POVERTÀ EDUCATIVA: COME IL SISTEMA SCOLASTICO ITALIANO DISTRUGGE L’IMMAGINAZIONE DEI SARDI
(Di Giuseppe Daga)
Al giorno d’oggi la parola “povertà” apre uno scenario paradossale: tutti sappiamo dell’esistenza di questo enorme problema sociale, ma non lo comprendiamo pienamente.

Chiunque oggi si riferisca alla povertà lo fa comunemente intendendone solo una delle tante sfaccettature, vale a dire l’indigenza in termini economici: ma si tratta di una visione riduttiva, che non guarda al problema nella sua interezza. Uno degli aspetti eccessivamente sottovalutati è la povertà educativa, un problema di proporzioni preoccupanti in Sardegna, derivante dall’inadeguatezza dell’attuale sistema scolastico pubblico italiano. Essa non è strettamente correlata alla situazione economica dell’individuo che ne soffre, bensì colpisce indiscriminatamente anche chi ha mezzi economici sufficienti, perdendo di vista l’obiettivo basilare della formazione integrale della persona e del suo pensiero critico.
Si è parlato di povertà educativa anche nella conferenza tenutasi lo scorso 13 giugno al Palazzo della Fondazione di Sardegna a Cagliari, con particolare riferimento al caso della società sarda odierna. Lo scenario è a dir poco allarmante: il tasso di abbandono scolastico, in continua crescita, in Sardegna giunge a sfiorare un temibile 25% – significa che circa un quarto dei giovani sardi non conclude gli studi. Se si confronta questo dato con la media di altri stati europei come la Germania o la Francia, entrambe sotto il 10%, risulta chiaro che si deve intervenire al più presto, per garantire alla Sardegna una futura classe dirigente che sia costruita su stabili fondamenta. Un obiettivo che sembra lungi dall’adempimento, se si tiene conto che la maggior parte degli studenti sardi di alto profitto emigra dalla Sardegna per proseguire gli studi accademici: rimane sull’isola – tristissimo a dirsi – solo chi non ce la fa.
L’esigenza di riformare un’istruzione incapace di venire incontro a noi sardi risulta ancor più necessaria di fronte alle sconcertanti falle della legge italiana, che prevede la chiusura dei plessi scolastici che non raggiungano un certo numero di studenti. A causa del tasso di natalità più basso al mondo (0,9 figli per donna), la Sardegna viene legalmente privata dei servizi sul territorio: chi abita nei paesi così si ritrova spesso a fare il pendolare banalmente per poter mandare i figli a scuola, spesso in macchina, dal momento che la ferrovia nei paesi è un miraggio lontano anni luce. Il passo immediatamente successivo, manco a dirlo, è l’abbandono dei paesi privi di scuole da parte degli abitanti stessi, in una situazione già a dir poco precaria in termini di spopolamento.
Ma il nucleo del cancro è indubbiamente la povertà immaginativa – come ha ricordato il presidente di A innantis!, Franciscu Sedda: sebbene non manchino eccezioni, la tendenza generalizzata è la sostanziale mancanza di progetti e di idee in prospettiva di un futuro in Sardegna e per la Sardegna. Basta intervistare un campione casuale di giovani sardi per sentirsi dire che lasceranno la Sardegna: “non c’è niente da fare”, dicono; ma al contrario in Sardegna c’è tutto da fare, e non è forse questa comune ignoranza un segno manifesto della povertà educativa in Sardegna?
Una delle concause di questo fenomeno è con grande probabilità la mancanza di programmi scolastici adattati alle esigenze della società sarda: senza l’intervento provvidenziale di docenti illuminati, il giovane sardo medio studia secondo i programmi ministeriali italiani, che prevedono che della Sardegna si conosca forse solo Grazia Deledda e la civiltà nuragica. In Sardegna si cresce senza conoscere le linee basilari della storia dell’isola; se non lo si è imparato in famiglia, la competenza del sardo, specie in città, è molto scarsa; infine, si rimane privi di mezzi per comprendere la scena politica sarda di oggi e, di conseguenza, ignoranti e privi di idee per risolvere passo dopo passo tutto quel mare di problemi in cui la nostra isola annega Solo se si agisce al più presto contro questa tendenza, i giovani sardi potranno formarsi e divenire pienamente responsabili del futuro della propria terra, comprendendone in profondità potenzialità e problemi: possedere i mezzi educativi adeguati per inserirsi nel mondo, partendo dal luogo in cui si nasce e si vive, è il primo passo per costruire tutti insieme l’avvenire della società sarda.
