SA MATESSI DIE – 5 novembre 1937
Nasce Carbonia, la città azienda voluta dal Duce

L’avviso intimoriva i minatori che ogni giorno oltrepassavano il cancello d’ingresso pronti a discendere nell’abisso della terra: fuori I muri del Duce celebravano il culto del littorio e imprimevano una fede politica nel popolo, nazionalizzandolo, cercando di farlo italiano a tutti i costi; nel sottosuolo, invece, i frequenti incidenti, spesso invalidanti, e lo sfruttamento a cui erano soggetti i lavoratori erano la miccia per lo scoppio di manifestazioni sediziose e scioperi.
Da quel mondo di sotto difficile da controllare, difatti, nacquero le prime unità antifasciste: nel Pozzo Schisorgiu, nella vicina miniera di Sirai, il 2 maggio 1942, vi fu uno dei primi scioperi organizzato da cellule del partito comunista all’interno del sindacato corporativo.
Nel ’42 le contingenze politico-economiche erano cambiate rispetto ai primi anni Trenta: tutte le miniere del bacino carbonifero erano state militarizzate, il Sulcis aveva già conosciuto il fenomeno dell’inurbamento di massa e Carbonia contava oltre 30 mila abitanti.
Esiste, però, una Carbonia “prima di Carbonia”, fatta di colline modeste, modellate dal vento isolano, brulle e malariche. Zona povera, dedita alla pastorizia, abitata da circa 4 mila persone concentrate in piccoli agglomerati sparsi.
Dobbiamo ruotare all’indietro le lancette della storia per capire le trasformazioni territoriali e antropologiche nel lungo periodo di questa fetta anarchica di Sardegna. Il vento del cambiamento iniziò a spirare tra metà Ottocento, quando vennero scoperti alcuni giacimenti carboniferi, e l’avvento di Anselmo Roux.
L’ingegnere piemontese fondò a Torino, nel 1873, la Società Anonima Miniere di Bacu Abis, dando inizio all’estrazione di carbone nel «corno sardo». Il progetto conobbe alterne fortune, il passaggio della società di mano in mano – tra i tanti anche il finanziere Ferruccio Sorcinelli, il «Sire di Bacu Abis» proprietario de «L’Unione Sarda» – fino al fallimento finanziario del 1933.
Nel dicembre dello stesso anno, a Trieste, nacque la Società Mineraria Carbonifera Sarda, azienda statale che rilevò le concessioni minerarie per l’estrazione del carbone del Sulcis. La Carbosarda era guidata da Guido Segre, già presidente della Società Anonima Carbonifera Arsa, in Istria, impegnata da oltre dieci anni nell’albonese. La storia sarda si collega a quella italiana: Benito Mussolini, il 9 giugno del 1935, visitò le miniere della zona e annunciò la volontà di costituire un’industria statale designata allo sviluppo del settore.
Dopo appena un mese nacque l’A.Ca.I. (Azienda carboni italiani): azienda pubblica che controllava la produzione dell’intero comparto del combustibile fossile in Italia, nata dalla fusione dell’Arsa anonima carbonifera e della Società mineraria carbonifera sarda. A capo di tutto fu nominato il commendator Guido Segre. Dietro alla figura di Segre si stagliano le contraddizioni intestine del regime e di quel capitalismo italiano che ha sempre ammiccato alle commesse statali e che col fascismo andava a braccetto. Per diversi anni Guido Segre fu uomo di enorme potere, amico del Duce, che lo volle a capo di un settore fondamentale negli anni dell’autarchia, di Rino Alessi, influente direttore de «Il Piccolo» di Trieste che non riuscì ad aiutarlo durante gli anni delle Leggi razziali, e dei maggiori capi d’azienda del Regno d’Italia. Il destino poco edificante che gli sarebbe spettato non poteva ancora immaginarlo quando, appena dopo l’inaugurazione del nuovo ente con sede a Roma, inaugurò otto nuovi pozzi sardi, dando ulteriore impulso all’attività estrattiva.
Dopo essere stato il deus ex machina nella fondazione di Arsia, pose tutte le condizioni necessarie per la creazione di «una città operaia di Stato a bocca di miniera».
Nel giro di qualche anno i pozzi aperti furono 22 in tutto il medio-Sulcis: si passò dalle 78 mila tonnellate di carbone estratte nel ’35 alle 160 mila del ’36, e a ben 1 milione e 295 mila nel ’40. Occorreva tanta manodopera, servizi, case, impianti di qualsiasi genere, scuole, spazi per la socialità , ospedale ecc. Segre promosse la costruzione di Carbonia, tra Sirai e Brabusi, lungo la strada che da Gonnesa corre verso la costa, e le relative borgate: Portoscuso e Cortoghiana in primis.
Carbonia era una città di frontiera, per molti aspetti il sogno americano nel far west sardo: arrivò manodopera a basso costo da tutta la Sardegna, ma anche dall’Italia: Veneto, Abruzzi, Sicilia, Marche, Basilicata, Toscana, Emilia. Attirati dalla possibilità di guadagno, giunsero a frotte per la miniera, tant’è che molti, pur di assicurarsi un misero salario, furono disposti a dormire in baracche o in alloggi di fortuna in attesa della costruzione degli edifici.
I rapporti di polizia hanno stimato che una buona parte della popolazione iniziale era composta da pregiudicati. La città conobbe una crescita tumultuosa, sorvegliata dall’onnipresente Segre che presiedeva l’intero processo edificatorio.
La struttura urbana fu concepita gerarchicamente; come sostenuto da Delogu «il sistema di comunicazioni funziona unicamente in due sensi: alloggi-miniera e alloggi-centro. Le strade che attraversano i quartieri di abitazione conducono direttamente, senza pause spaziali, alla piazza centrale, attorno a cui gravitano le diverse zone residenziali, con una distanza adeguata alla dignità sociale e aziendale dei residenti. In nessun’altra delle città nuove si riscontra una zonizzazione così rigorosa: un vero e proprio apartheid, una garanzia di non mescolarsi se non ai pari».
Carbonia a differenza delle città pontine – che nascono a servizio della bonifica – e di Tresigallo – città corporativa in cui le dicotomie sociali erano appianate anche urbanisticamente dalla coesistenza negli stessi spazi urbani dei capi d’industria e degli operai – era una vera e propria città -azienda.
Tutto ruotava attorno alla miniera. Il 18 dicembre 1938, Mussolini presenziò all’inaugurazione della città , ma Segre non era presente.
Nel frattempo erano iniziate le discriminazioni nei confronti dei cittadini italiani di religione ebraica e il capitano d’azienda che fino ad allora aveva conosciuto riconoscimenti e fama venne a poco a poco messo in secondo piano. La città era pronta: il piano regolatore era stato redatto dall’architetto Ignazio Guidi e l’ingegnere Cesare Valle; Gustavo Pulitzer Finali, poi, architetto triestino che aveva già ideato Arsia, elaborò la relazione finale del nuovo progetto.
Era prevista una città per 12 mila abitanti, ma presto ci si rese conto che a causa del rapido aumento della popolazione era necessario un piano di ampliamento che venne affidato ancora a Guidi e Valle e redatto da Eugenio Montuori.
A Carbonia si continuò ad estrarre anche nel dopoguerra.
Nell’Italia della ricostruzione occorrevano, infatti, fonti d’energia e la città sarda di Carbonia ebbe una vita nuova quanto caduca: nel 1949 si raggiunsero i 50-60 mila abitanti.
Dopodiché, in un contesto economico differente, il carbone estero, di miglior qualità e a miglior prezzo, soppiantò gradualmente il carbone del Duce, la «lignite del Sulcis» che aveva dato ossigeno a una terra ciclicamente colpita da povertà ed emigrazione.
Oggi Carbonia presenta i resti del Secolo del Lavoro che, con le sue contraddizioni fatte di sconfitte e rinascite improvvise, di capitani d’azienda e manodopera a buon mercato, di speculazioni edilizie e cambi di destinazione d’uso di diversi edifici, rimangono come monumenti attorno ai quali si concentra l’identità del territorio.
Negli ultimi venti anni l’Amministrazione pubblica ha portato avanti un’importante politica di recupero e valorizzazione del patrimonio dissonante: il centro storico di fondazione, riqualificato e in gran parte restaurato, è ancora riconoscibile nelle sue linee e peculiarità .
Sotto la Carbonia di oggi rimane, poi, la Carbonia sotterranea, costituita di chilometri di gallerie e cunicoli, dove persero la vita decine di minatori, 25 solo nel 1937-38.
Fonti:
Articolo di Giuseppe Muroni, “Viaggio nelle città dell’autarchia. Carbonia-Torviscosa solo andata: dalla «Ruhr italiana» alla «città della cellulosa». I sogni spezzati del Duce”
Rubrica a cura di Ornella Demuru
