SA MATESSI DIE – 11 Marzo 1901
A soli 29 anni muore il grande poeta Peppino Mereu

Uno dei poeti sardi più importanti di fine ‘800, fu e lo è ancora una figura di grande rilievo nel panorama culturale della Sardegna, ancora oggi le sue poesie vengono recitate e cantate da giovani e vecchi in tutta l’Isola e non solo.
Giuseppe noto Peppino Mereu nasce a Tonara il 14 gennaio 1872 in una famiglia della media borghesia locale.
La tranquillità familiare venne meno tra il 1887, anno in cui la madre morì, e il 1889, anno che registrò la morte del padre.
In seguito a tali eventi, abbandonò gli studi e nel 1891 si arruolò nei carabinieri.
Oltre a garantirgli una certa stabilità economica, il servizio nell’arma gli offrì l’occasione di girare la Sardegna in lungo e in largo: da Cagliari a Nuoro, da Osilo a Sassari, da Cossoine ad Assemini furono tante le città e i paesi dell’Isola che Peppino Mereu ebbe modo di visitare, e ai quali si legò in maniera poetica e sentimentale, sino al ritorno a Tonara avvenuto nel 1896 in seguito all’aggravarsi del suo stato di salute.
Una visita al cimitero di Bonaria di Cagliari lo ispira a comporre “Dae una losa ismentigada “(Da una tomba dimenticata) poesia di grande pregio che invita il lettore a riflettere sul senso della morte e della vita:
*Non sias ingrata, no, para sos passos,
o giovana ch’in vid’happ’istimadu.
Lassa sas allegrias e ispassos
e pensa chi so inoghe sepultadu.
Vermes ischivos si sunt fattos rassos
de cuddos ojos chi tantu has miradu.
Para, par’un’istant’, e tene cura
de cust’ismentigada sepoltura…*
Nel 1899 esce la prima edizione, pubblicata a Cagliari dalla tipografia Valdes, dell’antologia poetica intitolata Poesias.
Il libro viene stampato grazie al prezioso contributo dell’amico Nanni Sulis, il famoso Nanneddu della poesia a lui dedicata, che introduce la raccolta poetica con una presentazione dell’uomo e poeta Peppino Mereu diventata ormai leggendaria:
“ho creduto non fosse privo d’interesse far conoscere al popolo sardo le prime manifestazioni giovanili del pensiero e del cuore di Giuseppe Mereu – giovane d’ingegno vivace e proteiforme – dell’alpestre Tonara, il quale, nella melanconica solitudine della vaga campagna, coltiva, con entusiasmo, le muse; rivelandosi, fin d’ora, fra le giovani forti speranze della poesia dialettale, a carattere eminentemente soggettivo. E dico a carattere eminentemente soggettivo, poiché, sia che egli decanti le bellezze della sua patria, sia che sciolga un canto ad una giovinetta defunta, o porti i saluti all’amico lontano, vi trasfonde sempre né versi tutta la grande amarezza dell’anima sua, profondamente addolorata, ma ricca di nobili ed elevati sentimenti.”
Nel marzo del 1901, all’età di ventinove anni, la malattia che lo aveva tormentato per tutta la vita spegne per sempre la sua avventura umana ma non quella poetica che continua ancora oggi. Le sue poesie infatti sono tra quelle maggiormente conosciute ed apprezzate della storia letteraria sarda.
Poesie d’amore
*Beni, dammi sa manu, isfortunadu,
tue ses dignu de s’istima mia:
lottend’in dunu mar’ ’e angustia
custu virgine cor’has meritadu…
A Nanni Sulis
Nanneddu meu,
su mund’est gai,
a sicut erat
non torrat mai.
Semus in tempos
de tiranias,
infamidades
e carestias.
Como sos populos
cascant che cane,
gridende forte:
«Cherimus pane».
Famidos, nois
semus pappande
pan’ ’e castanza,
terra cun lande…*
In questo video la poesia “Solferino” musicata e cantata dal “Collettivo Peppino Mereu di Tonara”
La celebre battaglia assume nei versi di Mereu una caratterizzazione tragicomica dovuta soprattutto all’accostamento di un linguaggio confuso tra sardo e italiano
Solferino
«Ebbè, come la và, signor Francesco?»
nesit Pedru passend’in su caminu.
«Semus a s’orizont’e su destinu:
vieni figlioccio che prendiamo il fresco.
Ti voglio raccontar, se ci riesco,
comente fit sa gherra a Solferinu,
si no pregunta a frade meu Peppinu
come fuggì l’esercito tedesco.
La notte che ci avevano attaccati
zunchiavano le balle sulla testa
come fanno i calleddi appena nati.
C’era un calore che nel mio termometro
il mercurio bolliva, e la tempesta
del fuoco si sentiva ad un centometro».
Fonti:
La Nuova Sardegna
