DONNE AL POTERE: CAMBIA IL GENERE, MA NON LA MUSICA?

Per anni ho creduto che l’emancipazione femminile avrebbe portato con sé un cambiamento radicale nella società e nella politica. Che più donne al potere avrebbero significato una visione diversa, un nuovo orizzonte. Che la leadership femminile avrebbe segnato una rottura con le logiche patriarcali, con le gerarchie di sempre.
Ma oggi, guardandomi intorno, mi trovo a chiedermi: è davvero andata così?
Sì, le donne hanno conquistato spazi che prima erano loro preclusi. Sono arrivate ai vertici delle istituzioni, dell’economia, della finanza, della diplomazia. Ma il mondo è davvero cambiato grazie alla loro presenza? O l’emancipazione ha prodotto risultati solo in parte, lasciando intatte le strutture di potere esistenti?
Da una parte, vediamo leader come 𝙂𝙞𝙤𝙧𝙜𝙞𝙖 𝙈𝙚𝙡𝙤𝙣𝙞, 𝙈𝙖𝙧𝙞𝙣𝙚 𝙇𝙚 𝙋𝙚𝙣 𝙚 𝘼𝙡𝙞𝙘𝙚 𝙒𝙚𝙞𝙙𝙚𝙡, che hanno fatto della politica autoritaria, identitaria ed escludente il loro marchio di fabbrica. Donne che, anziché proporre un modello di leadership alternativo, sembrano replicare, e talvolta esasperare, le modalità tradizionali del potere maschile, perpetuando logiche di potere autoritarie, verticaliste, escludenti. Perché? Perché alcune donne, una volta arrivate ai vertici, sembrano più inclini a rafforzare le logiche autoritarie anziché a metterle in discussione?
Il caso di 𝘼𝙡𝙞𝙘𝙚 𝙒𝙚𝙞𝙙𝙚𝙡 è emblematico. Leader del partito tedesco di 𝙚𝙨𝙩𝙧𝙚𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙨𝙩𝙧𝙖 𝘼𝙛𝘿, ha costruito la sua carriera politica sull’ostilità verso l’immigrazione, l’egoismo e la retorica nazionalsocialista. Eppure, nella sua vita privata, vive in quanto 𝗼𝗺𝗼𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲, 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗮 𝗻𝗲𝗼𝘇𝗲𝗹𝗮𝗻𝗱𝗲𝘀𝗲 𝗱𝗶 𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗶 𝗮𝘀𝗶𝗮𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗲 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗰𝗿𝗲𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗶 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶. Un paradosso che non è un’eccezione, ma una dinamica ricorrente in molte figure femminili della destra radicale: l’affermazione pubblica di valori che sembrano smentiti dalla loro stessa esistenza privata. È solo opportunismo politico o il segno di una più profonda contraddizione tra il ruolo pubblico e la realtà personale?
Eppure, esistono altri esempi, altre esperienze. 𝑴𝒊𝒄𝒉𝒆𝒍𝒍𝒆 𝑶’𝑵𝒆𝒊𝒍𝒍, 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒑𝒓𝒆𝒎𝒊𝒆𝒓 𝒄𝒂𝒕𝒕𝒐𝒍𝒊𝒄𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝑰𝒓𝒍𝒂𝒏𝒅𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝑵𝒐𝒓𝒅 dal 3 febbraio scorso (non se n’è accorto nessuno!!), rappresenta una leadership diversa, orientata alla riconciliazione, alla cooperazione, al superamento delle divisioni storiche del suo Paese. E proprio in 𝑮𝒆𝒓𝒎𝒂𝒏𝒊𝒂 𝑨𝒏𝒏𝒂𝒍𝒆𝒏𝒂 𝑩𝒂𝒆𝒓𝒃𝒐𝒄𝒌 𝒎𝒊𝒏𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝑬𝒔𝒕𝒆𝒓𝒊 𝒕𝒆𝒅𝒆𝒔𝒄𝒂, incarna una visione progressista della diplomazia, fondata su diritti umani, ambiente e multilateralismo. 𝑯𝒆𝒏𝒓𝒊𝒆𝒕𝒕𝒆 𝑹𝒆𝒌𝒆𝒓, 𝒔𝒊𝒏𝒅𝒂𝒄𝒂 𝒅𝒊 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒏𝒊𝒂, ha fatto della sua amministrazione un modello di inclusione e di politiche sociali innovative.
Dunque, possiamo parlare di un percorso accidentato dell’emancipazione femminile? 𝗙𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲, 𝗺𝗮 𝗹’𝗮𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗮𝗹 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗹𝗲.
Il femminismo non si è mai limitato a chiedere che più donne occupassero posizioni di potere, ma ha sempre puntato a un cambiamento strutturale. Tuttavia, se il sistema premia chi si conforma ai suoi schemi preesistenti, non sorprende che molte donne, per avere successo, finiscano per riprodurre gli stessi modelli che avrebbero dovuto cambiare.
Allora, la domanda resta aperta: 𝙞𝙡 𝙛𝙚𝙢𝙢𝙞𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 𝙝𝙖 𝙫𝙞𝙣𝙩𝙤 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙞𝙣 𝙥𝙖𝙧𝙩𝙚? L’emancipazione ha portato le donne nelle stanze del potere, ma ha davvero cambiato il modo in cui quel potere viene esercitato? 𝙊 𝙨𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙖𝙣𝙘𝙤𝙧𝙖 𝙞𝙣 𝙪𝙣’𝙚𝙥𝙤𝙘𝙖 𝙞𝙣 𝙘𝙪𝙞 𝙞𝙡 𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚𝙢𝙖 𝙧𝙚𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚, 𝙚 𝙡𝙚 𝙚𝙘𝙘𝙚𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙥𝙤𝙨𝙞𝙩𝙞𝙫𝙚 𝙛𝙖𝙩𝙞𝙘𝙖𝙣𝙤 𝙖 𝙙𝙞𝙫𝙚𝙣𝙩𝙖𝙧𝙚 𝙡𝙖 𝙧𝙚𝙜𝙤𝙡𝙖?
