Perché a Vittorio Emanuele sta tanto a cuore l’“Hymnu sardu nationale”?

Perché ai monarchi, tanto più quando rozzi come i Savoia, interessa la sudditanza, la prostrazione totale dei sudditi.
Quell’inno, più conosciuto come “Cunservet Deu su Re”, è il figlio della repressione nel sangue della Sarda Rivoluzione e della concomitante emersione di una classe dirigente sarda complessata, che pensa di farsi perdonare per la propria diversità sacrificandosi per il re e per il risorgimento italiano.
Questi nostri antenati, anche se usavano ancora l’aggettivo “nazionale” per ciò che è sardo, pensavano che questa nostra nazionalità era rozza, primitiva, barbarica. Qualcosa che li faceva sentire delle “nullità”, come dirà l’erudita Giovanni Spano in una sua lettera privata.
L’unico modo di riscattarsi, per sgravarsi di questa tara, era dunque sacrificarsi per il re e per il risorgimento italico. Di questo parla l’Hymnu sardu nationale, scritto (in sardo) nel 1843 dal sacerdote, poi secolarizzatosi e divenuto deputato al Parlamento Subalpino, Vittorio Angius (1797-1862).
L’inno, fatto temporaneamente proprio dalla casa reale italiana e conosciut con il titolo di Cunservet Deu su Re (“Dio conservi il Re”), ha come motivo dominante (se non unico) l’obbedienza e la disponibilità dei sardi a sacrificarsi per il Re: “Cumanda su chi piagati/ Si bene troppu duru/ E nde sias tue seguru/ chi at a esser fattu, o Re” (“Comanda ciò che più ti piace foss’anche troppo duro, e stai sicuro che sarà fatto [dai sardi], o Re”).
Ecco perché Vittorio Emanuele lo ha voluto al suo funerale. Ecco perché spero sinceramente che insieme a lui venga seppellita anche la Sardegna suddita e complessata del passato.
A innantis! ![]()
Franciscu Sedda
