CONTRO I DISTURBI MENTALI SERVE PIÙ CULTURA (CONDIVISA)

La cultura, soprattutto quando è praticata in forme condivise, è un potente farmaco contro i disturbi mentali e la depressione in particolare.
Se ci pensiamo lo sappiamo già, lo sappiamo tutti, perché è solo quando partecipiamo a esperienze stimolanti, creative, collettive che percepiamo la pienezza della vita, non ci sentiamo soli, guadagniamo autostima e voglia di fare.
Oggi però lo dimostrano una serie di ricerche e di progetti di livello internazionale, che trovano spazio sulle riviste di medicina e che sono sostenuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Uno di questi progetti parte dalla Harvard University e dalla collega di lingue e letterature romanze Doris Sommer ma coinvolge anche, fra gli altri, Pierluigi Sacco, uno dei maggiori esperti internazionali di economia della cultura.
Con Pierluigi, che ne era il coordinatore, ho avuto la fortuna di lavorare alla stesura del Piano Regionale dei Beni Culturali nel 2008. Un piano di avanguardia, forse troppo, restato poi nei cassetti della RAS.
Una delle cose che avevo proposto in quel piano, ispirandomi ad altre esperienze, era la realizzazione in tutta la Sardegna, possibilmente paese per paese, quartiere per quartiere nelle grandi città, dei “Centri di Traduzione Culturale”.
Ne parlerò meglio in un altro post ma in sintesi si trattava di luoghi pubblici in cui – sotto la guida e l’animazione di giovani laureati in comunicazione, pedagogia, arti, lingue – far ritrovare le persone a creare, far collaborare assieme generazioni e competenze diverse per tener vive le comunità anche d’inverno, far incontrare persone comuni con i nostri artisti (dai poeti ai musicisti, dagli artisti visuali ai cuochi, dai videomaker agli artigiani…) in modo da riempire la vita di stimoli positivi, creativi. In modo da generare
Già oggi in parte lo si fa. Ma lo si fa spesso a compartimenti stagni. Lo si fa prevalentemente a pagamento. Lo si fa come ricerca individuale di una professionalità. Lo fanno ad esempio le scuole civiche di musica, i corsi di cinema, fumetto, danza, di teatro, fotografia.
Ma i Centri di Traduzione Culturale erano e possono essere un’altra cosa ancora, capace di mettere a sistema quanto c’è già di buono e portarlo ad un altro livello: creare luoghi di ritrovo, di competenza, di espressione condivisa. In cui non sentirsi soli, in cui ritrovare fiducia in se stessi, in cui sperimentare la gioiosa complessità del fare le cose insieme.
Per realizzarli servono visione, coraggio, risorse, organizzazione. Ma ne vale la pena, per combattere depressioni, rassegnazioni, disprezzo per l’altro, violenze crescenti.
Mai come ora la cultura serve. E ci può salvare.
A innantis! ![]()
Franciscu Sedda
