SA MATESSI DIE – 6 luglio 1795
Girolamo Pitzolo viene trucidato da popolani armati

Il 6 luglio 1795 viene ucciso a Cagliari Girolamo Pitzolo, uno dei protagonisti della Sarda Rivoluzione, che dopo essere stato protagonista della resistenza anti-francese e aver sollecitato i fatti de Sa Die era divenuto uno dei più ferventi sostenitori del re sabaudo.
Pitzolo, anche grazie alle sue capacità oratorie, era stato mandato in delegazione a Torino, come rappresentante dello Stamento militare, per perorare le così dette “Cinque domande” che il parlamento sardo aveva inviato al re sabaudo.
Personalità a quanto pare narcisa, dal carattere irascibile e dall’atteggiamento ondivago, mentre a Torino perorava la sua persona (e a corte si impegnavano a trovargli un titolo per ricompensarlo del suo impegno anti-francese) incitava privatamente alla sollevazione contro i funzionari sabaudi.
Al suo ritorno a Cagliari il 19 maggio 1794, dopo la sollevazione de Sa Die, viene accolto come un trionfatore e “padre della patria”.
Dopo aver redatto a nome degli Stamenti il “Manifesto giustificativo” della “emozione popolare” del 28 aprile, in cui si cerca di mostrare come questa sia stata fatta a fin di bene per il monarca, entra in scontro con il partito patriottico e critica il movimento popolare che ha portato all’espulsione dei funzionari continentali e la costituzione delle milizie urbane. Loderà invece il comportamento del monarca per il quale mostra una devozione mai esternata prima.
Secondo alcuni storici sardi Pitzolo, da aristocratico quale era, avrebbe sempre puntato ad una pura e semplice integrazione delle élite sarde nei ranghi del potere e dell’amministrazione sabauda in Sardegna.
Al suo ritorno da Torino, avvenuta dopo i fatti del 28 aprile, trovandosi davanti ad una politica sempre più dominata dall’elemento popolare, spaventato dai fantasmi di una rivoluzione democratica, avrebbe sempre di più rinculato su posizioni reazionarie.
Designato dal sovrano a una delle maggiori cariche del regno, quale quella di “Intendente generale”, insieme a Gavino Paliaccio, nominato “Generale delle armi”, progetta una sanguinosa repressione del movimento popolare.
Manda a Torino liste di proscrizione contro gli aderenti del partito patriottico e si mostra sempre più insofferente verso gli innovatori che accusa di averlo minacciato o voler attentare alla sua vita.
Per converso viene accusato dagli Stamenti di non voler sottostare alle decisioni del Parlamento sardo, di essersi intascato l’oro dei francesi, di voler comandare per ambizione popolare e non per servire il bene della Patria.
Con l’evolversi della situazione si radunano attorno a lui tutti i componenti più reazionari della classe dirigente sarda, avversi a qualunque spirito riformatore e disponibili a reprimere nel sangue le sollevazioni anti-feudali che stanno prendendo vita nelle campagne.
Si acuisce lo scontro con la figura di Giommaria Angioy che Pitzolo avversa perché è convinto che trami per fare della Sardegna una Repubblica sotto la protezione della Francia.
Nel 1795, mentre crescono a Cagliari le proteste per la mancanza del pane, Pitzolo e Paliaccio aumentano le difese del castello facendo puntare i cannoni sui quartieri popolari.
Circola inoltre voce che siano pronti ad arrestare i protagonisti della cacciata dei funzionari forestieri dopo Sa Die.
Il 2 luglio gli Stamenti domandano al viceré la sospensione di Pitzolo e Paliaccio dalle loro funzioni. La richiesta viene nuovamente votata il giorno 6 ma prima che la deputazione stamentaria arrivi a Palazzo Viceregio per ribadire la richiesta, verso le 13.00, scoppia la sommossa popolare.
Una parte degli armati si reca a casa di Pitzolo che attraverso una porta interna passa nell’appartamento del cognato, Emanuele Ripoll, mentre i domestici preparano due cannoni davanti alla porta e sparano con gli archibugi: da fuori il popolo risponde con altre fucilate e minaccia di appiccare il fuoco alla casa.
Il viceré interviene chiedendo che venga portato a Palazzo Viceregio ma una volta lì lo lascia in mano al popolo dicendo “il popolo lo ha arrestato, il popolo disponga di lui come gli aggrada”.
A questo punto le versioni si fanno altamente contrastanti: secondo alcuni il popolo è disposto a portarlo in carcere quando reagisce alle scariche di fucile sparate dalla casa di Pitzolo finendolo.
Secondo i conservatori è tutto ovviamente ordito da Angioy e dai “novatori” che hanno dato cenno a dei sicari di finire l’intendente generale.
In ogni caso il colpo mortale parte dopo il portico di Santa Lucia, mentre “l’intendente” veniva condotto al carcere di San Pancrazio. Il suo corpo viene portato nella piazza antistante il carcere, privato di abiti e lasciato al pubblico ludibrio per tutta la giornata.
L’uccisione del Pitzolo, e di lì a qualche giorno del Paliaccio, dimostra quanto sia alta la tensione nella Sardegna rivoluzionaria e quanto siano profondamente diverse le visioni della Nazione sarda futura portati avanti dai conservatori-reazionari e dai novatori-democratici: per i primi l’evocazione della nazione è al più un modo per chiedere maggiori benemerenze al sovrano, per i secondi essa è il veicolo per una trasformazione radicale delle condizioni sociali e politiche della Sardegna che contempla la formazione della Repubblica di Sardegna.
Fonti:
Franciscu Sedda, blog omonimo
Rubrica a cura di Ornella Demuru
