SA MATESSI DIE – 3 luglio 1985
Francesco Cossiga viene eletto Presidente della Repubblica italiana, il sardo dall’accento marcato, ma dal cuore italiano

Quando si dimetterà nel 1992, con due mesi di anticipo rispetto sulla naturale scadenza, in un discorso televisivo a reti unificate, si rivolse ai giovani chiedendogli «di amare la patria, di onorare la nazione, di servire la Repubblica, di credere nella libertà e di credere nel nostro paese», e lo fece scandendo ciascuna richiesta con le dita.
Concluderà (con marcato accento sardo per il quale veniva sempre parodiato) dicendo “Vita l’Italia! Viva la Repubblica!”
Nato a Sassari il 26 luglio 1928, Francesco Cossiga proveniva da una famiglia medio-borghese repubblicana e antifascista originaria di Siligo.
I genitori erano Giuseppe Cossiga e Maria “Mariuccia” Zanfarino.
Era cugino di secondo grado di Enrico e Giovanni Berlinguer (la cui madre Maria “Mariuccia” Loriga era cugina di Maria Zanfarino poiché i rispettivi padri Giovanni Loriga e Antonio Zanfarino, condividendo la stessa madre, erano fratellastri). Nonostante egli fosse comunemente chiamato «Cossìga», la pronuncia originaria del cognome è «Còssiga». Còssiga in sassarese significa Corsica e indica la probabile provenienza della famiglia.
A sedici anni si diplomò, in anticipo di tre anni, al Liceo classico Domenico Alberto Azuni: l’anno successivo si iscrisse alla Democrazia Cristiana e tre anni dopo, a soli 19 anni e mezzo, si laureò in Giurisprudenza, iniziando una carriera universitaria che gli sarebbe in seguito valsa la cattedra di Diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari.
Una mente a dir poco brillante, che si mise al servizio della Repubblica italiana.
La scelta di dare le dimissioni con due mesi di anticipo sulla naturale scadenza del mandato, annunciandole polemicamente il giorno della Festa della liberazione, dice molto del temperamento di Cossiga. La sua lunga e controversa carriera politica, precoce e diversa da quella di tutti gli altri politici della cosiddetta Prima Repubblica, è stata influenzata molto dal suo protagonismo, dal suo carattere fuori dagli schemi della sua epoca, i cui tratti si accentuarono con l’età e che fu sintetizzato con efficacia dal soprannome che gli diede il giornalista Filippo Ceccarelli, lo “sciamano”.
Cossiga fu a lungo il più giovane segretario alla Difesa e il più giovane ministro dell’Interno, e ancora oggi è il più giovane della storia a essere stato eletto presidente della Repubblica. Dopo le dimissioni rimase senatore a vita per 18 anni, fino alla sua morte avvenuta il 17 agosto del 2010.
Da quando aveva 17 anni fu iscritto alla Democrazia Cristiana e a 20 anni, nel 1948, entrò a far parte di una struttura clandestina anti-comunista che si formò a Sassari sotto la guida di Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica nei primi anni Sessanta. A rivelarne l’esistenza fu Cossiga stesso, diversi anni più tardi: «Segni mi mandò a prendere le armi in previsione di un possibile tentativo comunista di golpe dopo l’attentato a Togliatti e come risposta alla vittoria elettorale della DC», raccontò nel 1992 al quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, in una delle sue tante interviste in cui si esprimeva su fatti storici sensibili e controversi.
La carriera di Cossiga ad alti livelli cominciò negli anni Settanta, con la prima nomina a ministro, quando aveva già accumulato esperienze da deputato, da sottosegretario e da leader dei “Giovani turchi”, la corrente con cui alla fine degli anni Cinquanta aveva preso il potere nella DC sassarese, ancora una volta appoggiato dal più anziano Segni.
Da sottosegretario alla Difesa, Cossiga si trovò ad avere un ruolo importante in una vicenda oscura dei primi anni Sessanta, quella del cosiddetto “piano Solo”: un piano segreto per un colpo di stato (o presunto tale) ideato dal generale dei Carabinieri e capo dei servizi segreti militari Giovanni De Lorenzo. La minaccia di attuare questo piano sarebbe servita a ridimensionare le richieste del Partito Socialista, in particolare del segretario Pietro Nenni, che stava trattando con il democristiano Aldo Moro la formazione del primo governo di centrosinistra del dopoguerra. Nel 1966 ci fu una commissione ministeriale sulla vicenda e Cossiga si occupò di censurare alcune parti del rapporto finale, per tutelare il segreto militare.
D’altronde Cossiga si è sempre detto un appassionato – e a suo dire esperto – di servizi segreti e di spionaggio.
Nel 1976 fu nominato ministro dell’Interno a 48 anni, un ruolo delicato nel periodo probabilmente più complesso e precario della storia repubblicana. Cossiga badò alla sicurezza e all’ordine pubblico del paese durante dure contestazioni studentesche, durante gli anni più violenti della lotta armata dei gruppi extraparlamentari e durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, conclusi con l’assassinio di Moro stesso; il piglio violento e repressivo con cui interpretò il ruolo di ministro rese Cossiga odiatissimo, soprattutto negli ambienti della sinistra extraparlamentare. Divenne l’obiettivo preferito delle contestazioni e per le strade era facile imbattersi in scritte sui muri che lo insultavano apertamente.
Nel 1985 divenne l’ottavo presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Sandro Pertini. Per la prima volta nella storia repubblicana, l’elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti): Cossiga ricevette il consenso oltre che della DC anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra Indipendente.
A 57 anni, Cossiga è stato il più giovane presidente della Repubblica Italiana.
I sette anni in cui Cossiga fu presidente della Repubblica sono la rappresentazione migliore della singolarità del personaggio. Il suo mandato fu atipico fin dall’inizio: per la prima volta nella storia della Repubblica l’elezione avvenne subito, al primo scrutinio, con una larghissima maggioranza. Soltanto nel 1946 era avvenuto un fatto simile, quando Enrico De Nicola venne eletto alla prima votazione capo provvisorio dello Stato, ma erano tempi molto diversi e non era ancora stata scritta la Costituzione.
L’aspetto più raccontato del settennato di Cossiga sono però le due fasi distinte che ebbe: la prima durò cinque anni e fu tranquilla e silenziosa, priva di scossoni; la seconda durò poco meno di due anni, durante i quali Cossiga fu irrequieto, ciarliero, facile a battute contro il governo e contro il suo stesso partito che portarono i giornali a definirlo il “presidente picconatore”, prendendo spunto da una definizione dello stesso Cossiga il quale chiamava le sue esternazioni «picconature».
A contribuire alla fine anticipata del mandato di Cossiga fu la decisione di Andreotti, presa a ottobre del 1990, di rivelare l’esistenza dell’operazione Gladio, la struttura difensiva segreta della NATO in Italia nata per contenere il comunismo. Cossiga aveva fatto parte di quell’operazione e non prese bene la decisione di Andreotti di rivelarne l’esistenza, giudicandola troppo avventata, ma decise comunque di autodenunciarsi e rivendicare il suo ruolo, causando l’indignazione dei comunisti che ne chiesero la messa in stato d’accusa per attentato alla Costituzione.
Era il dicembre del 1991. Poco dopo Cossiga rivolse agli italiani il più breve discorso di fine anno della storia della Repubblica: durò solo tre minuti e mezzo, che Cossiga impiegò a spiegare perché non aveva voglia di dire niente.
Morirà a Roma il 17 agosto del 2010 all’età di 82 anni.
È sepolto nel cimitero comunale di Sassari, nella tomba di famiglia, poco distante dalla tomba di Antonio Segni, l’altro presidente sardo che diede la vita per l’Italia ma non per la Sardegna.
La conferenza stampa con le sue dimissioni:
Fonti:
Il Post
Wikipedia
Rubrica a cura di Ornella Demuru
