SA MATESSI DIE – 10 giugno 1801
Vincenzo Sulis, la testa calda anti-agioiana tenta di evadere dalla torre dello Sperone di Alghero

Chi ĆØ Vincenzo Sulis? Un personaggio difficile da etichettare. Figlio povero della Sardegna settecentesca, Sulis ĆØ stato molte cose insieme. Una testa calda, un avventuriero, un balente, un capopopolo, un tribuno, un uomo dāazione.
Ć stato il difensore di Cagliari durante il tentativo di conquista francese e colui che, dopo la cacciata dei piemontesi, aveva in mano le sorti della Sardegna.
Ć stato lāuomo che ha letteralmente salvato dalla polvere i Savoia e la loro gretta monarchia, ricevendo come ricompensa un durissimo carcere a vita.
Sulis diventa quindi un ergastolano di stato ma, duro a morire, vede, nel corso della sua travagliata vita, il passaggio di ben sei re di Sardegna e trova anche il tempo di regalare ai posteri le sue memorie.
Nasce nel 1758, figlio del popolo, nel rione cagliaritano di Villanova, in una casa non lontano dalla via che oggi prende il suo nome.
Il giovane Sulis frequenta cattive amicizie e si guadagna da vivere facendo traffici loschi. Ha mille avventure, come quando, sorpreso dagli sbirri mentre traffica in tabacco, viene inseguito tra le vie del Castello sino a Santa Croce. E pur di non farsi catturare non esita a buttarsi giù dal bastione (non dal noto Bastione di Saint Remy, ma da quelli medievali ndr.).
Poi, rimasto incolume, fugge nei vicoli di Stampace.
Poi gli viene lāidea di āchiedereā, armi in pugno, ad un signore benestante di farlo diventare il suo uomo di fiducia. Come un ābravoā di manzoniana memoria, assolve bene il suo compito e quando questi muore, trova un altro āpadroneā che gli affida il controllo della peschiera di Santa Gilla.
Ma non vuole essere solo un avventuriero e trova il tempo di studiare per diventare notaio.
Ora ha 35 anni, ĆØ ricco, ha una posizione rispettabile, una moglie giovane e bella ed una vita diventata, suo malgrado, tranquilla.
Ma poi, siamo allāinizio del 1793, accade qualcosa. Arrivano davanti alle coste di Cagliari decine di navi da guerra della flotta francese.
Al tentativo di invasione della Sardegna i ceti dirigenti sardi reagirono, in qualche modo rivendicando un potere decisionale autonomo e contestando il governo sabaudo. I nobili, il clero e gli strati popolari della città di Cagliari e del contado trovarono in quella circostanza la coesione che, nel 1793, consentì di fronteggiare gli invasori e di respingerli.
Forti del successo ottenuto, lāanno seguente i sardi si sollevarono e allontanarono dallāisola i piemontesi.
Questi eventi crearono le condizioni che consentirono a Sulis di affermare pubblicamente la sua personalità . Organizza la difesa della città per conto suo, anche perché corre voce che i francesi taglino teste, uccidano i preti e violentino le donne.
Recluta, tra Cagliari e dintorni, una milizia popolare fatta di giovani con cavallo e moschetto. E provvede alle necessitĆ del āsuo esercitoā anche con le proprie personali risorse. Lo organizza per quanto può e gli infonde il coraggio necessario per contrastare il nemico.
E così Sulis «si impose per le doti di coraggio e per il prestigio che gli derivava dalla posizione economica»; seppe regolare la furia popolare durante i moti che portarono alla cacciata dei piemontesi; ebbe ruoli politici di primo piano, schierandosi contro il moto antifeudale di Giovanni Maria Angioy (1796); fu un «tribuno popolare» amato e seguito da quello che egli avrebbe definito il «popolaccio indomito».
Una tale somma di potere nelle mani di un privato cittadino che, in virtù del proprio ascendente, comandava armati, guidava le folle, prendeva decisioni politiche, stabiliva se e come i Savoia potessero sbarcare in Sardegna, e, per giunta, era oggetto di lusinghe diplomatiche da parte di potenze straniere, indubbiamente non doveva tornare gradita ai sovrani sabaudi che il 3 marzo 1799 giunsero a Cagliari, divenuta sede regia dopo la perdita del Piemonte a causa dellāoccupazione francese.
Nel giro di soli sei mesi un accorto lavorƬo privò Sulis del sostegno fornitogli dai suoi seguaci. Egli stesso, incapace di comprendere le sottigliezze della politica, contribuƬ alla propria rovina rifiutando lāincarico di console a Smirne, che gli avrebbe consentito unāonorevole uscita di scena.
Il 9 settembre 1799 venne accusato di avere organizzato una congiura antimonarchica: Carlo Felice, allora governatore del Capo di Cagliari, offrƬ per la sua cattura una taglia di 500 scudi.
E quando infine Sulis si rende conto di che razza sono fatti i Savoia e fiuta il pericolo, ĆØ troppo tardi. Tenta una rocambolesca fuga notturna via mare, ma viene tradito per danaro da un suo cognato. Lāarresto avvenne il 14 settembre, a bordo di una feluca sulla quale Sulis sperava di allontanarsi da Cagliari per trovare la salvezza in Corsica.
Viene arrestato, con lāaccusa di Ā«voler uccidere i principi reali in una progettata visita alla tonnara di PortoscusoĀ», rinchiuso nella Torre dellāAquila, e gli si organizza un processo farsa con un verdetto scontato: la pena di morte. Però Sulis, anche se prigioniero, ĆØ pur sempre un capopopolo, e quindi, per paura delle eventuali conseguenze di una pena capitale, alla fine gli viene inflitto il carcere perpetuo da scontarsi nella lontana Alghero, dentro la Torre dello Sperone.
La grande torre ĆØ buia e tetra come una tomba. Lāingresso era diverso dallāattuale, e si accedeva da una scala in pietra chiusa da quattro porte. Ad una certa altezza cāera un ballatoio in legno, si vedono ancora oggi i fori di sostegno sul muro.
Sulis rimane rinchiuso lƬ, in condizioni disumane, per più di ventāanni.
Ma tenterĆ di scappare due volte. La prima volta taglia le sbarre nel foro del soffitto, a otto metri di altezza, ma viene tradito dalle guardie che hanno fatto finta di assecondarlo solo per prendergli dei soldi.
La seconda volta ci riesce. Dimostrando una forza di volontĆ fuori dal comune, finge di essere paralizzato. Sopporta senza fiatare ogni tentativo dei medici di verificare lāassenza di reazione con spilloni nelle carni e candele accese. E quando viene trasferito a Sassari, complice un fratello, fugge verso la Corsica. Ma, dopo che minacciano di arrestare e decapitare tutti i suoi parenti, si riconsegna spontaneamente.
Lāaccusa era infondata. Tale apparve allo storico Francesco Loddo Canepa che nel 1929 ritrovò le carte del processo e le studiò, notando la vaghezza dei capi di imputazione, lāimprecisione e la dubbia personalitĆ dei testi a carico, lo scarso spazio concesso alla difesa che, invece, presentava testimoni degni di stima e affidabili. Un processo politico, dunque, e dallāesito ampiamente scontato.
Lāimputato scampò la pena capitale solo per lāopposizione di un giudice, Gavino Nieddu; ma, il 20 gennaio 1800, fu condannato al carcere a vita.
La sua carcerazione si concluse soltanto il 24 luglio 1820, con la grazia concessa dal sovrano.
Di lĆ da qualche minima discrepanza sulle date, la narrazione del racconto autobiografico trova riscontro nei documenti che comprovano un primo tentativo di evasione avvenuto nel giugno del 1801; lāulteriore restrizione applicatagli, con la catena ai piedi e (forse) anche al collo; la richiesta di divorzio avanzata nel 1808 dalla moglie Vincenza Zedda; la finta apoplessia del gennaio del 1811 per la quale il detenuto fu sottoposto ai trattamenti del dottor Albesini; il trasferimento da Alghero a Sassari nel mese di marzo dello stesso anno; lāevasione (avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 dicembre 1811) e il suo rientro in carcere segnalato con lettera del conte Giuseppe Alessandro Thaon di Revel, governatore di Sassari, datata 13 gennaio 1812. Infine, dopo otto anni di silenzio (nel racconto autobiografico come nei documenti), finalmente la grazia.
Esce dalla Torre dello Sperone, in un tripudio di folla algherese, il 24 luglio del 1820, giorno del compleanno del suo āamicoā Vittorio Emanuele I, che finalmente gli concede la grazia.
Rimane un poā di mesi ad Alghero e cerca di rifarsi una vita. Ć difficile perchĆ© i suoi beni sono stati sequestrati, gli amici perduti, ed anche la bella moglie gli ĆØ stata portata via da qualcuno durante la prigionia.
Però Sulis non è tipo da arrendersi, ed inizia a commerciare in granaglie. Ma passano solo pochi mesi ed arriva il 1821, anno di moti libertari.
Ad Alghero, luogo di fame e miseria, nel marzo di quellāanno ci sono i moti del pane.
La folla inferocita uccide barbaramente un fornaio e sua figlia. La repressione delle autoritĆ ĆØ durissima. Oltre a secoli di carcere ci saranno una quindicina di impiccagioni.
Sulis, da poco uscito dalla torre, viene sospettato di essere lāistigatore occulto dei moti del pane. Ma, dopo un processo, appare evidente la sua estraneitĆ . Non verrĆ però lasciato libero. Per il nuovo re, gretto e sanguinario, Sulis ĆØ ancora un pericolo.
Viene condannato al confino perpetuo nellāisola della Maddalena. Trascorre alcuni mesi nei terribili sotterranei della Guardia Vecchia, ed infine viene lasciato libero. Ć ormai anziano e senza risorse. Vive in una casupola in una piccola via che oggi porta il suo nome.
Eppure la gente si ricorda di lui e lo va a trovare.
Un giorno, nel 1829, sbarca nellāisola il letterato sassarese Pasquale Tola. La sosta ĆØ casuale, dovuta a una tempesta che costringe il vascello che sta andando da Porto Torres a Genova a rifugiarsi alla Maddalena. I due si incontrano e Tola propone a Sulis di scrivere le sue memorie. La cosa ĆØ difficile e pure vietata dalle autoritĆ . Sulis non può neppure ādetenereā carta, penna e inchiostro.
Ma forse il vecchio capopopolo, quasi ottantenne, vede in queste sue memorie il riscatto, tanto aspettato, di unāintera vita e si mette al lavoro.
Scrive di notte, alla luce di una candela, e manda al Tola un capitolo alla volta per paura che i fogli si possano perdere durante il viaggio.
Infine lāopera ĆØ compiuta.
Il 13 febbraio 1834 (anniversario dello sbarco francese a Cagliari) Sulis muore alla Maddalena.
Non ha nemmeno una tomba.
I suoi resti finiranno mischiati in un ossario.
Mentre per un gioco del destino, proprio in quegli stessi giorni il giovane marinaio Garibaldi, infilatosi nei moti libertari di Genova, riceve una condanna a morte da Carlo Alberto. Garibaldi sognerĆ tutta la vita unāItalia repubblicana e finirĆ per riposare in una tomba di granito a poche centinaia di metri dallāOssario di Sulis.
Ma cāĆØ un ultimo capitolo del romanzo. Lāautobiografia di Sulis.
Pasquale Tola non troverĆ mai il coraggio di pubblicare il manoscritto avuto da Sulis. I tempi sono duri, lāEuropa ĆØ in fermento ed i Savoia sono lugubri e sanguinari. Il giovane Efisio Tola, fratello di Pasquale, viene fucilato senza complimenti nel 1833, perchĆ© sospettato di essere mazziniano e perchĆ© deteneva in casa ālibri sediziosiā.
Nel 1874 muore anche Pasquale Tola e il manoscritto viaggia nel tempo. Nellāestate del 1943 passa per la Maddalena, pure lui prigioniero del re, Benito Mussolini. Ed il re stesso, Vittorio Emanuele III, stavolta nella vera agonia del regno, si prepara a sbarcare alla Maddalena. CambierĆ idea allāultimo momento.
Infine, dopo un lungo sonno ed un viaggio nel tempo di 160 anni, le memorie di Vincenzo Sulis, scritte da lui medesimo, vengono pubblicate, siamo nel 1994.
Ć strano che la Sardegna non abbia dedicato mai nulla a questo singolare e sfortunato personaggio. Non un film, non un Museo e nemmeno una Mostra sulla sua vita. Ma forse il suo romanzo non ĆØ ancora finito.
Opere:
⢠Autografo dell’apologia esistente presso il municipio di Sassari (inedito)
⢠Autobiografia, con uno studio introduttivo ed a cura di Francesco Alziator, Cagliari, Editrice sarda F.lli Fossataro, 1964.
Nuova edizione: Vita scritta da lui medesimo, a cura di Giuseppe Marci, Cagliari, CUEC, 2007.
Fonti:
– Lāuomo della torre di Alghero, di Roberto Barbieri (in storiedialghero.it)
– Treccani
