SA MATESSI DIE – 12 aprile 1970
Il Cagliari vince lo scudetto

<< Esistono gli istanti che inchiodano le lancette del tempo. E ci sono le facce che a quegli istanti si legano per sempre.
Come quella di Gigi Riva, nell’attimo in cui il Cagliari annunciava al mondo il definitivo riscatto di un popolo, della sua terra.
Era il 12 Aprile del ’70, il Bari appena sconfitto 2-0 (Riva, Gori), il vecchio Amsicora dolcemente ostaggio dei fremiti selvaggi di un’isola intera. E nel caos sull’erba, in quell’estasi nuragica, si svelava qualcosa di persino più emozionante dello stesso scudetto. Qualcosa di mai visto prima, anzi, di neppure immaginabile. La faccia di Riva, appunto. Ma non la solita faccia. Un’altra, senza solchi fumanti, furori trattenuti, ombrose inquietudini.
La luce drammatica del fighter, dell’eroe tripallico soffocata da un inedito sorriso liberatorio. Un Riva quasi lieve, pacificato, vestito d’orgoglio. Un Riva consapevole di aver fatto bene il proprio lavoro, perchĆ© lui, il calcio, non si ĆØ mai concesso il piacere di chiamarlo gioco. Come se quella utopia realizzata avesse all’improvviso spezzato il sortilegio, liberando la sua anima, tenacemente blindata in un pugno. Come se quello scudetto avesse di colpo ricucito le ferite dell’infanzia, l’incubo del collegio per orfani, la libertĆ negata, gli sfregi alla sua natura selvatica, a quei silenzi gonfi di tensione. Come se quel titolo l’avesse risarcito di troppi tormenti, di quel dolore sommerso che lo spinse ad armare il sinistro ciclonico, ad incatenarsi ad un’isola a protezione della sua diversitĆ .
Quel giorno, in quegli attimi, nessuna nuvola in transito, sul volto di Riva un’espressione nuova, sorta di manifesto di un doppio evento rivoluzionario, i suoi conti regolati col destino, il primo scudetto di una squadra del Sud. E poi le facce e i cuori e i muscoli e la fedeltĆ di tutti i suoi compagni.
[ Nella foto la formazione del Cagliari campione d’Italia 1969/70 ]Quel gruppo possedeva un alfabeto segreto, poggiava su una sorprendente alchimia umana, declinava il concetto di libertĆ alla maniera del suo allenatore bohĆ©mien. Una intelligenza aliena in quel calcio ingessato.
Scopigno coltivava l’arte del disincanto, dell’ironia malinconica, colpiva per la raffinatezza del pensiero, la passione per la pittura, lo humour dissacrante, le trappole dialettiche tese ai media, soprattutto per la straordinaria sensibilitĆ psicologica.
Con quella voce bassa, poco più che un sussurro, sapeva bene come responsabilizzare i giocatori. Quel Cagliari centellinava i ritiri, si allenava poco, era affollato di nottambuli, di pokeristi. Scopigno nulla vietava, anzi, spesso partecipava, filosofeggiando:
“La Sardegna ĆØ giĆ di per se stessa un eremo. Non c’ĆØ bisogno di imporre altre clausureā.
E la domenica, puntualmente, raccoglieva i frutti della sua gestione progressista, mai sovrapponendosi ai suoi campioni.
Il Cagliari vinse il titolo incassando, con Albertosi tra i pali, appena 11 gol, imponendo la qualitĆ della sua costruzione (con Cera, Domenghini, NenĆØ, Greatti), alimentando la ferocia predatoria del Re Brenno (21 gol), con Gori spalla ideale.
Riva non era solo āl’eletto -scomodando Brera ā chiamato a piazzare botte di squassante potenzaā. Di quella squadra era anche il capo branco naturale, faceva scudo, in campo, fuori, col proprio magnetismo, il fascino antiretorico, la superioritĆ fisica, etica. E con mille storie a cesellarne il mito. Le collere improvvise soffocate spingendo a tavoletta la spider sul lungomare. Le lusinghe miliardarie nordiste spazzate via dalla commozione per gli esodi biblici dei tifosi sardi in trasferta. La distanza sempre scavata tra se ed ogni forma di divismo, le seduzioni della politica, le frequentazioni altolocate. In fondo Riva, oggi come allora, resta il ragazzo di Leggiuno, quello capace, dopo una giornata in fabbrica (di ascensori), di giocare anche tre partite a sera per portare a casa salame, burro e formaggio.
Lui e il Cagliari, mezzo secolo fa, diventarono il simbolo della Sardegna emancipata, il maestrale che soffiava dal futuro, āIl successo di una minoranza ā scrisse Giovanni Arpino ā capace di ridare lustro ad una dignitĆ che poteva essere solo privataā. Tra i tanti motivi per cui si continua a romanzare attorno a quello scudetto, āche fece scalporeā – tuonò lo stesso Riva- come se l’avesse vinto una squadra di extracomunitariā.
Quel giorno di primavera, dentro l’Amsicora, mentre l’isola surfava su una felicitĆ fuori controllo, sulla faccia del bomber si leggeva anche questo. Assieme alla definitiva certezza di aver affondato le radici nella propria terra promessa >>
Giorgio PorrĆ su Sky Sport (12 aprile 2020, per il cinquantenario)
– Alcuni video della giornata:
Frammenti della partita del 12 aprile 1970
– Audio originale da Tutto Il Calcio Minuto per Minuto
