SA MATESSI DIE – 21 marzo 1959
Prima assoluta dell’opera lirica “I Shardana” di Ennio Porrino

Al Teatro San Carlo di Napoli viene rappresentata l’opera lirica “I Shardana” del grande Ennio Porrino, interpretata in questa occasione dal famoso tenore Gastone Limarilli e dal baritono Piero Guelfi.
I SHARDANA – GLI UOMINI DEI NURAGHI
dramma musicale in tre atti
libretto e musica Ennio Porrino
Immaginata come manifesto di un’idea musicale che ricerca «nel sangue della nostra gente una sorgente d’arte sana e non paesana» e divenuta giocoforza, per i casi della vita, una sorta di testamento artistico dell’autore – la prima al San Carlo di Napoli nel 1959 precede di pochi mesi la prematura scomparsa del compositore, il 25 settembre – “I Shardana” possiede una forte matrice epica ed etica.
L’invenzione, sollecitata dalle scoperte dell’archeologo Giovanni Lilliu, che proprio in quegli anni mise in luce il complesso di Barumini, e dall’iconografia “barbara” dei bronzetti (piccole sculture raffiguranti capi e guerrieri, uomini in lotta e perfino l’archetipo della “madre dell’ucciso”, un’arcaica icona della “pietà”) di una civiltà nuragica nel cuore del Mediterraneo s’intreccia alla memoria frammentata di un fervido Medioevo sardo. Il progetto iniziale – in collaborazione con il librettista di Respighi, Claudio Guastalla – infatti guardava all’età giudicale, e una traccia ne affiora nei nomi dei personaggi anche nella stesura definitiva, di pugno dello stesso Porrino che firma libretto e musiche de “I Shardana – Gli uomini dei nuraghi”.
Nella trama, tra l’eco di sanguinose battaglie contro gli invasori, cronaca di sconfitte e distruzioni di città e vittorie per mare, s’innesta il tema del sacrificio; e l’uccisione del figlio Torbeno, traditore per amore, mostra anche la forza pericolosa e distruttrice di eros, mentre la straniera Bèrbera Ionia incarna la femme fatale. Il rito sanguinario compiuto in nome della giustizia e della volontà del popolo (che rimanda a crudeli usanze ben presenti nell’immaginario dell’area mediterranea e mediorientale e in fondo si sposa al rigore delle leggi marziali in tempo di guerra) viene messo in risalto nell’ouverture, all’apertura di sipario, come un’estrema sintesi, un presagio della tragedia dalla regia di Livermore: su uno scoglio, o un’ultima sporgenza rocciosa protesa sul mare, il padre uccide il figlio e esplode il dolore insanabile della madre.
Icastica visione, in cui le acque si tingono di rosso, mentre l’orchestra dipana i temi che compongono il racconto in musica, nella densità di un prologo che già racchiude l’essenza di tutta l’opera: in quel gioco di ombre, cupo presentimento di futuro, riecheggia la ricca materia sonora mentre si rivela la cifra, tra dissolvenze incrociate e sovrapposizione di piani, di una costruzione scenica in cui si fondono e confondono storia e mito.
Il primo atto racconta di ansie guerriere e desideri di pace, con il canto di Perdu e dei pastori che inneggia al valoroso re Gonnario, e la consacrazione dei giovani principi, Orzocco e Torbeno, all’arte della guerra come futuri condottieri mentre la regina madre,
Nibatta svela la sua solitudine di sposa di un uomo d’armi e il fondato timore di dover presto piangere i figli perduti.
Irrompe Norace, comandante della flotta che impone la vendetta sui nemici mentre risuona il grido “Hutalabì!”.
Nella notte a contrappunto quasi in un montaggio incrociato si svela la passione segreta e “proibita” del secondogenito Torbeno per la misterosa Bèrbera Ionia, in una scena di vivida e selvaggia sensualità culminante sull’orlo del precipizio, in un fatale intreccio di eros e thanatos.
Il secondo atto si apre tra canti agresti e notizie di sconfitta, ma di nuovo come in un incantesimo accanto a Torbeno appare l’amata, che si svela nemica e lo incita al tradimento dei suoi; la guerra continua a sorti alterne finché Gonnario riconosce il figlio tra i nemici e, dopo la vittoria, lo fa imprigionare tra lo sgomento degli altri.
Nel terzo atto, mentre il popolo celebra la vittoria e si narrano le gesta di Norace, il re Gonnario – in una scena densa di pathos – denunzia il figlio: le donne invocano pietà ma l’esercito ne esige la condanna; e muore per mano di Orzocco anche Bèrbera.
Il dolore di Gonnario, straziato tra affetto di padre e dovere regale e il lamento, che si fa nenia, della madre Nibatta lasciano il posto alle pacificanti voci dell’Universo.
Nel finale il vecchio re preannuncia una nuova era, affidando il governo al vittorioso Norace e risuonano ancora i canti dei pastori e il grido di guerra degli uomini dei nuraghi.
La potenza evocativa della musica fa rivivere lo spirito di un popolo di pastori e guerrieri plasmati sul modello dei bronzetti nuragici, in
un’opera coinvolgente inserita nella temperie culturale e artistica
della prima metà del Novecento.
Nel video un’aria dell’opera
GONNARIO: Ferruccio Mazzoli
NIBATTA: Oralia Dominguez
TORBENO: Gastone Limarilli
BÈRBERA JONIA: Marta Pender
NORACE: Piero Guelfi
PERDU: Antonio Galiè
ORZOCCO: Vinicio Cocchieri
Roma, Auditorium Foro Italico, 24 settembre 1960
Orchestra Sinfonica e Coro di Roma della RAI
Direttore: Armando La Rosa Parodi
Maestro del Coro: Nino Antonellini
Fonti: Operaworld.es
