BASTA COMPLESSI E IPOCRISIE
I PRODOTTI SARDI VANNO CANTATI BENE, SUONATI OVUNQUE E MANGIATI DI PIÙ

È poco lungimirante pensare di conquistare i mercati esteri se nel mentre non conquistiamo il mercato interno, se prima le nostre carni, i nostri prodotti, non entrano nelle mense delle scuole, degli ospedali, dei luoghi di lavoro; se non vengono consumate in casa e in famiglia; se non vengono proposte in forma tradizionale o rielaborata nei nostri ristoranti; se non sono presenti nei piccoli e grandi luoghi vendita con un prezzo giusto per i produttori e i consumatori finale. Se non si fanno gusto collettivo, presenza costante, abitudine di consumo, organizzazione del lavoro. Se non riusciamo a convincere noi stessi, anche grazie a migliori narrazioni e a una nuova etica del consumo, che quel po’ che paghiamo in più per i prodotti sardi lo stiamo guadagnando in gusto, qualità e prosperità per la nostra terra. Ogni balzo commerciale verso l’esterno, come quello che finalmente si profila dopo l’annunciata fine sull’embargo alla movimentazione delle carni suine sarde, è tanto più efficace quanto più ha una base di mercato interna, che al di là del volume di mercato – su cui numeri non va mai sputato sopra – genera l’effetto comunicativo di un prodotto con cui quel territorio si identifica, di cui i sardi e la Sardegna possono e devono essere i primi testimonial.
È stato questo il punto d’arrivo del mio intervento al convegno sulla *Valorizzazione del suino di razza sarda* che si è svolto lunedì 19 dicembre presso il Banco di Sardegna di Cagliari e che prendeva le mosse dalla costituzione di un presidio SlowFood per la Razza Suina Sarda (RSS) e dal lavoro che l’AAR Sardegna, l’associazione degli allevatori nostrani, sta facendo per rilanciarne l’allevamento della RSS costruendo una filiera e un marchio certificato. L’obbiettivo è quello di rilanciare il comparto di un prodotto d’eccellenza, chiaramente di nicchia, che non andrà certo nelle mense ma che può fare da vetrina e traino per l’intero comparto della produzione suinicola.
Anche il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Cualbu, ha ricordato che gli eventi spot per la valorizzazione delle nostre carni e dei nostri prodotti possono essere utili, ma molto più utile è fare in modo che finalmente l’intero sistema sociale sardo sia attivo nella loro valorizzazione. Peraltro, lo stesso Cualbu ha fatto notare che in questi giorni la peste suina in Italia è arrivata alle porte di Roma, ma nessuno ha pensato di mettere un embargo: segno – ma questo lo dico io – del fatto che in Italia ci si preoccupa della Sardegna solo quando si presenta come una minaccia agli interessi dello Stato, che di conseguenza davanti all’Europa difende i suoi interessi ma non i nostri. Per questo fa piacere che oggi in tanti, compreso il presidente Coldiretti, ricordino che è stato nella “Legislatura Pigliaru” – di cui ero partecipe in veste di Segretario politico del Partito dei Sardi – che si è avuto il coraggio di dare il via alla battaglia, non priva di sacrifici, per uscire dalla peste suina e far valere i diritti dei nostri allevatori suinicoli in Europa.
Per questo, e ne abbiamo parlato anche ai margini del convegno, ho ricordato a tutti i presenti che un’eccellenza non è tale finché non viene raccontata a se stessi e agli altri in modo eccellente, in modo da trasmettere il senso dell’eccellenza. Ci sono un’infinità di prodotti sardi che fino a pochi anni fa erano vissuti dai sardi stessi come qualcosa di arretrato, di cui vergognarsi, e non perché fossero meno buoni. O meglio, sembravano meno buoni proprio perché ce li raccontavamo male. O comunque non venivano raccontati in modo tale da sprigionare il proprio valore e sapore a partire dalla comunicazione che li accompagnava.
Ed è evidente che se troppi sardi sono disposti a spendere due euro in più per qualunque porcheria ma non per il formaggio o la carne sarda c’è un problema di consapevolezza del consumo e di coscienza natzionale dei sardi, ovvero di coscienza di come i nostri atti d’acquisto producano (o distruggano) lavoro in Sardegna.
Al netto della qualità intrinseca delle nostre carni, sui cui ieri hanno dibattuto e detto cose importanti in tanti, sottolineando fra le altre cose le qualità in termini di salute con delle nuove indagini sugli omega3 comparate anche con le carni bianche, il punto è quanto sappiamo, cosa raccontiamo, quanto costruiamo una narrazione coerente e chiara.
Ho fatto ad esempio notare che se per dar valore alla RSS è giusto richiamarsi al lavoro pioneristico di Francesco Cetti, allora sarebbe più coerente ricordare che Cetti la valorizzava proprio in quanto “superiore in sapore a quella d’Italia”, facendo notare che nel suo linguaggio settecentesco che il porco sardo e il porco italiano erano completamente diversi. Perché dunque mettere il tricolore nel logo del “Prodotto di razza suina sarda 100%”? Non è meglio fidarsi pienamente di Cetti, piuttosto che delle diciture burocratiche statali, e puntare sull’identificazione esclusivamente sarda del prodotto, magari utilizzando la sagoma della nostra terra?
Considerato quanto sono decisive le ghiande dei nostri lecci per il sapore delle nostre carni, e che proprio Elianora d’Arbarée li proteggeva nella Carta de Logu – aspetti su cui si è soffermato l’amico Antonino Pirellas di Agris nel suo intervento – sarebbe molto più coerente ed efficace usare l’albero come simbolo identificativo del nesso fra maiali e Sardegna.
Ma se non si vuole arrivare a tanto, dato che il coraggio in Sardegna è quasi più raro dell’aquilegia nuragica, almeno si eviti il tricolore – ho detto, giocando il ruolo di voce fuori dai soliti cori che mi ha assegnato Raimondo Mandis, padrone di casa di SlowFood e dell’iniziativa.
Perché, proprio come ha ribadito anche Raimondo, o ci si racconta in modo nuovo o si rischia di girare a vuoto, rimanendo impigliati in letture sbagliate della realtà. Una lettura fuorviante su tutte: “non ha senso valorizzare la RSS quando ormai costituisce una fetta di mercato minima della produzione delle carni in Sardegna”. Come è stato fatto notare la razza autoctona spagnola – quella del “patanegra de bellota” – rappresenta solo l’1% della produzione del famoso “jamon iberico” ma ha fatto da traino per tutto il settore e per la costruzione dell’identità generale dei prosciutti spagnoli, facendo levitare il valore dei prodotti e del comparto. Se non ce ne rendiamo conto, se non ci raccontiamo la giusta storia, potremmo continuare a pensare che un prodotto da 1% non conta, non incide, non merita protezione, rilancio, investimenti, procedure più rapide ed efficaci da parte delle istituzioni sarde e dei suoi uffici. E invece abbiamo altre storie, come quella iberica, che ci dicono che non funziona così: che l’1% può essere il traino del restante 99%!
Ultimo aspetto fra i tanti. Serve lavorare in sinergia. Le tante voci che hanno parlato ieri – allevatori, amministrazioni, associazioni di categoria, università, veterinari, enti di ricerca e promozione – hanno linguaggi diversi, svolgono la loro azione con modalità e obbiettivi immediati diversi, lavorano su terreni parzialmente diversi: ma solo la loro sinergia può produrre un cambiamento strategico dei cui benefici, economici e sociali, tutti potremmo godere.
A innantis!
