POSSIAMO PERMETTERCI IL LUSSO DI ESSERE ITALIANI?
Può un Paese piccolo e fragile come la Sardegna permettersi di essere italiano?

La domanda è serissima. La sfiducia collettiva, la distruzione dei servizi pubblici, la precarizzazione del lavoro, l’iperburocratizzazione di qualunque ambito della vita, la percezione di una totale assenza di controllo sulle scelte strategiche sulla propria esistenza (energia, trasporti, insegnamento) ci stanno portando a dei picchi nei processi di spopolamento, emigrazione, denatalità, abbandono scolastico, violenza gratuita, astensionismo di massa.
Intendiamoci. Non che tutte queste cose siano colpa dell’Italia e i sardi siano invece degli agnellini. No, il punto non è questo. Il punto è se la Sardegna si possa permettere di vivere all’italiana. Il punto è se possiamo permetterci di non essere diversi. Il punto è se chi dovrebbe comportarsi da formica può permettersi di fare la cicala.
Sono di queste ore le cifre sull’evasione fiscale italiana: la più alta in termini assoluti in Europa, la quarta dopo Romania, Grecia e Bulgaria in termini percentuali sul PIL.
Può un Paese come la Sardegna, che ha bisogno di investire sulle infrastrutture e i servizi pubblici per ricreare un minimo di coesione sociale e di futuro condiviso, adattarsi a uno “stile fiscale” di questo tipo? Possiamo davvero permetterci sistemi fiscali iniqui e cervellotici, da un lato, e attitudini individuali evasive e anti-sociali, dall’altro?
Possiamo permetterci di far parte di uno Stato in cui a tutto questo si aggiungono ordinariamente corruzione, truffe, mafie? Dove troppe misure sono fatte per l’interesse di pochi e dove anche le misure buone sono viziate dalla disonestà di troppi? Dove le persone che provano a essere oneste sono quasi necessariamente le più stupide, fesse e povere?
Io non credo possa permetterselo nemmeno l’Italia, se vuol vivere bene. Ma l’Italia è l’Italia, è un Paese grande, con una grande cultura, un tessuto produttivo forte e una indubbia capacità di resilienza. O se preferite, di adattamento e sopravvivenza. Ma la Sardegna non è l’Italia. È un Paese che lungo la sua millenaria storia ha subito innumerevoli e pesantissimi traumi. E a “fare l’italiana” sta mettendo in gioco la sua stessa esistenza.
Scriveva Sergio Atzeni nel 1994 che “negli ultimi duecento anni molte abitudini e modi di vita italiani hanno attecchito nell’isola, prima in città, fra i colonizzatori e i domestici isolani, poi dappertutto”. E per quanto questo processo non fosse segnato da sole negatività, Atzeni concludeva: “possiamo escludere del tutto che una mentalità di tipo camorrista si sia insinuata nell’isola nel corso degli ultimi cinquant’anni?”.
A distanza di trent’anni, parlando della vita quotidiana con amici e conoscenti – giornalai o musicisti, colleghe o pensionate – capita sempre più spesso che concludano scoraggiati dicendo “mal resto così va in Italia”, oppure “le solite cose all’italiana” o addirittura “eh, ma noi italiani siamo così”.
Ammesso che noi si sia diventati italiani; ammesso che, per essere più realisti del re, noi si sia diventati persino peggio degli italiani; una domanda resta: possiamo permettercelo?
A innantis!
