PAOLO PILLONCA E LA DIGNITÀ DELLA LINGUA SARDA
Paolo Pillonca (Osilo, 8 ottobre 1942 – Cagliari, 25 maggio 2018) è stato, prima ancora che un giornalista e uno scrittore, un vero militante della lingua sarda.
La sua opera, sia scritta che orale, ha avuto un valore ben più profondo della semplice divulgazione: è stata un atto di resistenza culturale.
Paolo Pillonca ha dedicato la sua vita a difendere la dignità del sardo, non come reperto di un passato remoto da conservare, ma come lingua viva, portatrice di una visione del mondo unica e insostituibile.
Non è un caso che il suo impegno più noto sia stato nella poesia e nella musica. La sua attività di riscoperta dei poeti estemporanei, la valorizzazione dei grandi improvvisatori come Remundu Piras, ma anche di Barore Sassu e di Peppe Sozu, e il suo ruolo nella nascita del Premio Ozieri, dimostrano una convinzione profonda: il sardo non è solo una lingua da studiare, ma da ascoltare, da vivere, da cantare.

Pillonca, come Max Leopold Wagner prima di lui, ha saputo cogliere il carattere stratificato e profondo della lingua sarda, riconoscendone l’autonomia e la nobiltà . Se Wagner ne ha tracciato le radici linguistiche, Pillonca ne ha rivendicato la modernità e la funzione sociale. Non si è limitato a osservarla da un punto di vista accademico: l’ha difesa, sostenuta e proposta come strumento di identità collettiva.
A differenza di molti intellettuali che vedono la lingua sarda come un problema da risolvere o una nostalgia da archiviare, Pillonca ha compreso che essa è un diritto e una responsabilità . Nei suoi scritti giornalistici, nei suoi saggi e nelle sue riflessioni, emerge sempre una stessa convinzione: senza il sardo, la Sardegna perde se stessa.
Il suo lavoro con l’Unione Sarda e La Nuova Sardegna e con le numerose pubblicazioni in lingua ha contribuito a dare alla lingua uno spazio pubblico e dignitoso, lontano dagli stereotipi folkloristici o dalle rigidità accademiche.
Tra i suoi libri più importanti troviamo Fascismo e clero nel divieto delle gare poetiche (1977), un’opera che documenta la repressione delle tradizioni poetiche sarde, e Sardegna segreta, cronache del villaggio (1986), in cui esplora la dimensione più intima e nascosta dell’isola. Narat su diciu (1987) raccoglie i proverbi del popolo sardo, mentre Caddos, tradizioni e miti equestri in Sardegna (1995) affronta un aspetto fondamentale della cultura tradizionale isolana.
Di grande importanza è il suo lavoro sulla poesia e il canto improvvisato, come dimostrano Chent’annos, cantadores a lughe ‘e luna (1996) e Remundu Piras, il poeta della gente (2003), così come la monumentale Remundu Piras Opera Omnia (2009). Ha inoltre curato la traduzione dal greco al sardo di due tragedie di Sofocle, Antigone (2010) e Aiace (2011), dimostrando come il sardo possa essere veicolo anche per i classici della letteratura universale.
Con il romanzo in lingua sarda Antonandria (2006) ha aperto nuove strade per la narrativa in sardo, mentre con Libertade (2011) ha reso omaggio alla poesia antifascista di Salvatore Fais Fadda. Il suo impegno per la memoria storica si riflette anche in opere come Il bandito senza colpa (2008) e Vita di Samuele Stochino (2009), in cui racconta la figura complessa di uno dei più noti banditi sardi.
Se oggi si parla di lingua sarda come elemento imprescindibile della cultura sarda, è anche merito di Paolo Pillonca.
Ha dimostrato che il sardo non è solo la lingua del passato, ma un veicolo di identità per il futuro.
Ha capito che il sardo non ha bisogno di difensori nostalgici, ma di parlanti coraggiosi.
Pillonca non è stato solo un cantore della Sardegna, ma un costruttore di coscienza linguistica.
È grazie a figure come la sua che oggi si può parlare di lingua sarda non come un’ombra del passato, ma come un’eredità viva da trasformare in una risorsa per il presente e per le generazioni future.
