DETASSARE PER CREARE LAVORO: VA FATTO, SI PUO’ FARE, COME FARLO

IN SINTESI
Detassare per attirare e generare investimenti. È una delle proposte lanciate ieri da Alessandra Todde per generare economia e lavoro. Lo si può fare da subito manovrando le detrazioni sulla parte delle imposte che sono di nostra competenza (art. 8 Statuto: 9/10 delle Accise, 7/10 dell’Irpef, 9/10 dell’Iva ecc.). Tali misure vanno praticate in forma mirata e temporanea per attivare comparti strategici dentro una visione di programmazione che risponda agli interessi della nostra terra. Si tratta di provvedimenti a costo zero se applicati in comparti oggi inesistenti o poco sviluppati: la nostra condizione di crisi e de-industrializzazione può diventare fattore di opportunità. La detassazione va applicata a valle, per evitare che imprese fameliche prendano contributi e poi scappino, lasciando danni sociali e ambientali: bisogna usare lo strumento del credito d’imposta e legare la sua erogazione al compimento di tutta una serie di clausole economiche, sociali, ambientali a garanzia dei sardi e della Sardegna.
L’INTERVENTO COMPLETO
Detassare per attirare e generare investimenti.
È una delle proposte lanciate ieri da Alessandra Todde in un incontro dedicato all’industria (manifatturiera, agroalimentare, farmaceutica…) in Sardegna.
La strada è quella giusta. Ed è possibile percorrerla senza aspettare l’elemosina dallo Stato o il pur necessario cambiamento dello Statuto sardo.
Come dico da tempo il governo sardo può detrarre le imposte che sono di nostra competenza (stando all’articolo 8 si tratta dei 9/10 delle Accise, 7/10 dell’Irpef, 9/10 dell’Iva ecc.).
Il punto è che tali misure vanno praticate in forma mirata e temporanea per attivare comparti strategici per la produzione di lavoro, per favorire investimenti, per alleviare il carico fiscale su attività produttive in difficoltà o su cittadini ed imprese sarde in situazioni d’emergenza (rincaro benzina, calamità ecc.).
Si tratta di una politica fiscale ambiziosa che chiaramente deve tenere ben presente che bisogna coniugare sovranità e responsabilità: usare un potere come questo implica saper fare bene i conti, per non incidere sulle risorse che oggi ci servono per garantire i servizi.
In questo ci viene incontro, paradossalmente, la nostra condizione di de-industrializzazione: tagliare le tasse in comparti praticamente inesistenti, che ad oggi non producono quasi alcun gettito, significa riuscire ad attirare investimenti senza rinunciare ad un gettito consolidato. In poche parole, bisogna saper vedere nell’aspetto apparentemente critico della nostra economia le condizioni di una grande opportunità.
La futura presidente Alessandra Todde ha giustamente ricordato che per troppo tempo si sono viste imprese arrivare in Sardegna, prendersi i soldi e andarsene via, lasciando macerie sociali e ambientali. Per ovviare a questo rischio la detassazione va applicata a valle e non a monte. Bisogna usare lo strumento del credito d’imposta e legare la sua erogazione al compimento di tutta una serie di clausole economiche, sociali, ambientali a garanzia dei sardi e della Sardegna.
Infine, per fare bene una cosa così ambiziosa c’è bisogno di:
1) Avere un controllo diretto al minuto delle proprie entrate, per questo serve dare piena attuazione all’Agenzia Sarda delle Entrate varata nel 2018 e da 5 anni tenuta ferma come una Ferrari in un garage;
2) Sburocratizzare in maniera profonda tutte le procedure, per non correre il rischio che l’appetibilità della detassazione venga smorzata dall’incubo del mostro burocratico che la cultura sabaudo-italiana ci ha lasciato in eredità;
3) Infrastrutturare, a livello materiale e immateriale, nei trasporti e nel digitale, per costruire un ambiente favorevole agli investimenti: oggi fatto 100 il livello di infrastrutture in Italia la Sardegna sta a 40. Questo è l’unico vero modo in cui siamo stati mantenuti dallo Stato: mantenuti senza infrastrutture degne di un paese europeo – quale vogliamo essere – e degne delle nostre potenzialità di sviluppo.
4) Puntare con forza e con risorse vere sull’istruzione, la conoscenza, la formazione dei sardi e delle sarde: perché se gli investimenti si attivano, generano una domanda di lavoro qualificato ma non c’è un’offerta altrettanto pronta e qualificata l’occasione viene sprecata e il lavoro non si crea.
5) Smetterla di pensare a cosa è strategico per l’Italia: come ha ricordato più di uno dei relatori dell’incontro di ieri molto spesso in Sardegna si sono fatte industrie, e più in generale scelte di politica industriale, che sono state strategiche per l’Italia ma non per la Sardegna, che di vantaggio da quelle scelte ne ha tratto ben poco. La strategia deve essere quella strategica per noi, per questa nostra terra, inserita nel panorama mediterraneo, europeo, globale. Del resto, si fa tanto parlare della nostra condizione insulare, che pone alla nostra economia vincoli specifici: se tanto mi dà tanto questo significa che la nostra condizione porta la Sardegna ad avere interessi strategici naturalmente differenti e divergenti da quelli dalla penisola. Dunque, leviamoci ogni complesso e pensiamo a cosa è bene per noi dentro questo mondo grande e terribile.
A innantis! ![]()
Franciscu Sedda
