ANNATA DA DIMENTICARE: SERVE UNA RIFORMA AGRARIA SARDA
Di Danilo Melis

È un cabudanni amaro per tanti viticoltori sardi, anzi acido come i chicchi d’uva andati a male. I pochi rimasti ovviamente, perché intere vigne sono state bruciate dal calore estremo arrivato immediatamente dopo le prolungate piogge di giugno. I grappoli rimasti sono diventati cibo per volatili affamati, vespe e formiche, così come si può vedere nella foto. Ciò che mostro è uno dei grappoli più fortunati, che comunque, anche se ripulito, non farà un buon vino. Lo stress termico ha influenzato anche l’equilibrio organolettico dell’uva.
Davanti a questa situazione è difficile mantenere la lucidità per prospettare soluzioni per il futuro ma ci proviamo. Dobbiamo cambiare tanti paradigmi dell’agricoltura. Il primo è il seguente: certe zone, soprattutto quelle in pianura, a basse altitudini, non sono più adatte alla viticoltura, nemmeno avvalendosi dell’irrigazione. Ormai è necessario salire d’altitudine, ricercare terreni freschi e arieggiati, se si vuole salvare e sviluppare il settore vitivinicolo sardo.
Le zone basse andranno di conseguenza riconvertite a colture che tollerano maggiormente il caldo. Chissà, potremmo azzardare sa figu morisca e i frutti tropicali, così come da anni stanno facendo in Sicilia, aprendo così nuovi scenari imprenditoriali per i sardi. Dobbiamo studiare e comprendere meglio la desertificazione e agire prima che sia troppo tardi adattando le colture.
Il secondo paradigma, di cui nessuno parla, è l’ingiusta distinzione tra hobbisti e coltivatori diretti. Perché ingiusta? Il sistema attuale rivolge l’attenzione solamente ai secondi mentre sarebbe più che necessario coinvolgere anche i primi. Entrambi producono per la Natzione, sfamano famiglie intere, e hanno pari diritto a pronunciarsi in merito alla pianificazione del territorio, ad accedere ad eventuali indennizzi (stante che è sempre preferibile una politica di prevenzione che una politica emergenziale), ad accedere ad una formazione specializzata che possa aiutare a migliorare le loro colture e, chissà, magari spingere i cosiddetti hobbisti verso l’imprenditoria vera e propria.
Sono questioni che in qualche modo strizzano l’occhio ad una nuova e tanto agognata riforma agraria sarda. Voi cosa ne pensate?
I tempi corrono, il clima cambia, nosu boleus sighiri a innantis, prontus po afrontai su benidori chi s’abetat.
