UNA GIUDICE? NONO, UNA JUYGHISSA-REINA!
Leggo il sottotitolo di un articolo su Oristano uscito ieri sul Venerdì de La Repubblica.

Si anticipa che, secondo alcuni, i pochi reati in città sono “il merito di una giudice del 1300”.
Provo un misto di vertigine e smarrimento. Non tanto per l’ipotesi in sé quanto perché intuisco che la stragrande massa dei lettori (italiani, ma anche sardi) penserà che la protagonista della vicenda trecentesca sia una specie di magistrato.
Immagino sia una semplificazione del titolista di Venerdì e invece all’interno dell’articolo – scritto da una giornalista di cui mi fido ciecamente, Gabriella Saba – scopro che è il Sindaco di Oristano, il riformatore Massimiliano Sanna, a parlare della “giudice Eleonora d’Arborea”.
Possibile che nel 2023 il Sindaco di Oristano non riesca a dire, non gli venga istintivo dire, che Eleonora era una regina-legislatrice e perda l’occasione per far sapere al grande pubblico che la sua città era la capitale di un regno sovrano?
Si dirà “ma del resto anche lei si definiva <<giudicessa>>”. Ma il punto è che “juighissa” in sardo voleva appunto dire “regina”: e infatti nella Carta de Logu si legge “juyghissa de su Rennu de Arbaré”.
E del resto, per lungo tempo i sovrani sardi chiamarono la moglie “reina” mentre chiamavano se stessi “iudike”, che era dunque “re” detto alla sarda. Per questo Elianora usa con fierezza quel termine quando scrive le leggi della “republicha sardischa”. Perché si deve capire – lo devono capire i sardi – che è regina-regina!
Aveva proprio ragione Sergio Atzeni quando con amarissima ironia faceva notare che Elianora d’Arbaré, diventando Eleonora d’Arborea, ed essendo Arborea ormai una località agricola, era più facilmente identificabile come “una procace ragazza dai capelli biondi che lavora al caseificio del dolcesardo” invece che come la sovrana-simbolo degli “ultimi sardi indipendenti”.
Il “gergo corruttore” che da troppo tempo storpia i termini del medioevo sardo, stravolgendone il senso e valore, imperversa. Lasciandoci senza memoria e senza futuro.
Per questo è imperativo non solo riconquistare la conoscenza approfondita della nostra storia ma anche reimpadronirsi del lessico originario, usare i nomi e le parole sarde medievali anche quando si parla in italiano. È faticoso. Qualcuno storcerà il naso. Ma è necessario per far vibrare una differenza che ci tiene vivi, perché tiene viva una storia di sovranità e libertà.
A innantis! ![]()
Franciscu Sedda
