SA MATESSI DIE – 31 maggio 1410
Muore il re aragonese Martino I il Vecchio colui che volle “sterminare” i sardi

Martino I Il Vecchio re d’Aragona e II di Sicilia come duca di Montblanch, fu incaricato dal fratello Giovanni, re d’Aragona, di difendere gli interessi della corona in Sicilia.
Nel 1392 si trasferì nell’isola con il figlio Martino il Giovane, sposatosi l’anno prima con Maria de Luna, erede, in quanto figlia di Federico III, della Sicilia.
Dalla Sicilia tentarono di promuovere una grande politica di espansione mediterranea, conducendo imprese nell’Africa settentrionale e inviando il figlio Martino Il Giovane alla conquista, (che fallì) della Sardegna.
Morto il figlio nel 1409 a Cagliari, (la leggenda dice oltre che a causa della malaria – anche dalle eccessive attenzioni di una bellissima giovane del borgo di Sanluri, la quale, per vendicare il massacro degli abitanti e dei soldati sardi rifugiatisi nel castello, volle far giustizia a suo modo, sfiancando e riducendo allo stremo delle forze Martino I – che se ne era perdutamente invaghito – facendogli avere una lunghissima serie d’amplessi).
Martino Il vecchio rimase così l’unico erede però senza discendenti, ebbe si la corona di Sicilia ma non quella di Sardegna.
La sua morte segna la fine della gloriosa dinastia dei conti-re di Barcellona (nel 1410, alla morte del padre Martino I d’Aragona, II di Sicilia, si apriva una crisi
dinastica, sanata dal compromesso di Caspe del 1412, che assegnava la Corona d’Aragona a Ferdinando I, della dinastia castigliana dei Trastámara) e si colloca alla vigilia della fine de facto del giudicato d’Arborea e del sogno d’indipendenza dei sardi: nel 1410, durante l’assedio di Oristano, capitale giudicale, il territorio storico del “giudicato” veniva trasformato in marchesato di Oristano, il più grande feudo del Regnum Sardiniae et Corsiae, e infeudato a Leonardo Cubello.
Il contenzioso con Guglielmo II, ultimo “giudice” d’Arborea, venne risolto dalla Corona nel 1420, durante il regno di Alfonso V (1416-1458), con il versamento al visconte di 150.000 fiorini d’oro d’Aragona, che vennero liquidati a lui e al suo erede nel corso di un decennio (e neppure per intero), in cambio
della sua rinuncia ai diritti sul trono giudicale.
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Riportiamo qui l’introduzione del saggio “Alle radici de sa Battalla”, di Franciscu Sedda, dove vengono analizzate le lettere che Martino I Il vecchio, scrisse a seguito della vittoria dei catalano-aragonesi sui sardi nella nota e amara “battaglia di Sanluri” del 1409:
1. Lettere dal 1409 di Martino I Il Vecchio.
Il 14 luglio del 1409, due settimane dopo la battaglia combattuta a Sanluri la domenica del 30 di giugno, il sovrano della Corona d’Aragona Martino Il Vecchio invia una serie di lettere che sono pervenute fino a noi e che rimangono tutt’oggi una delle fonti più interessanti per ricostruire il valore affettivo, politico ed ideologico dell’evento.
Esse ci mostrano, in primo luogo, il valore internazionale di quanto era accaduto e stava accadendo in Sardegna.
Il re catalano-aragonese comunica infatti della battaglia e del suo epilogo all’imperatore Roberto, a Carlo VI re di Francia, a re Enrico IV d’Inghilterra, al re di Navarra Carlo III, alla regina di Navarra, all’infante Ferdinando di Castiglia, a Ladislao re di Gerusalemme e di Napoli, al conte d’Urgell, al duca di Brabante, al duca di Borbone, al duca di Borgogna, al duca di Berry, al duca di Bar, e presumibilmente anche al re di Portogallo.
In secondo luogo dalle lettere, che vengono scritte “a caldo” il giorno stesso in cui il re riceve le notizie dal figlio Martino Il Giovane, traspaiono i sentimenti di gioia, piacere, allegria che gli derivano da una vittoria che descrive ripetutamente come uno “sterminio” (exterminio).
Questi sentimenti – che il re chiede e si aspetta vengano condivisi dagli altri attori della politica internazionale, spesso con lui imparentati – nutrono un senso di onore che si rafforza e motiva nel contrasto con il fare dei suoi avversari, che volta in volta descrive come traditore, sleale, tirannico, superbo, audace, temerario, folle; un modo di azione che li ha prima portati a conquistare gran parte del “suo” regno di Sardegna e poi a sfidarlo in battaglia schierando un esercito che nel racconto appare più numeroso di quello guidato da suo figlio e re di Sicilia, Martino Il Giovane, che tuttavia vince assistito dalla potenza e giustizia divina.
Ora, quello che qui ci interessa focalizzare è l’identificazione collettiva di questo avversario.
Nella lettera all’imperatore Roberto, scritta in latino, l’avversario è il visconte di Narbona alla guida dell’exercitu perfide gentis sardorum, l’esercito del popolo sardo perfido e traditore.
Nelle altre lettere, scritte in catalano o in castigliano, ad apparire e affermarsi è invece il ruolo della nació sardescha / nación sardesca.
Si prendano solo questi due esempi, in cui la nazione sarda emerge come soggetto dell’azione.
In data odierna abbiamo ricevuto una lettera del nostro carissimo primogenito re di Sicilia, il quale, per nostro ordine, si trova nel nostro regno di Sardegna al fine di ridurlo all’obbedienza. Il visconte di Narbona, infatti, con i suoi seguaci e il sostegno di tutta la nazione sarda [tota la nació sardescha], traditrice e ribelle, occupò con la prepotenza gran parte di tale regno.
(Martino il Vecchio a Carlo VI re di Francia, Barcellona, 14 Luglio 1409)
Vi attestiamo che oggi, in data della presente, abbiamo ricevuto una lettera del re di Sicilia, nostro carissimo primogenito, nella quale si comunicano l’esecuzione e lo sterminio da lui portato a termine, grazie all’aiuto di Nostro Signore Iddio, contro tutta la nazione sarda [toda la nación sardesca], il visconte di Narbona e alcuni dei suoi seguaci, i quali, mossi da folle audacia e presunzione temeraria, avevano cercato di occupare con la prepotenza gran parte del regno di Sardegna.
(Martino il Vecchio, presumibilmente al re di Portogallo, Barcellona, 14 Luglio 1409)
Un soggetto dunque riconosciuto e riconoscibile, come attesta anche il riferimento alla bandera dels sards inviata al sovrano aragonese dai così detti “Sette compagni della greva” che si vantano di averla strappata in battaglia all’esercito sardo e chiedono che venga esposta nella cattedrale di Barcellona.
Poste dunque queste premesse il nostro intento è provare a comprendere meglio la presenza, il valore, il significato di questo riferimento alla nazione sarda (e ai suoi simboli) riandando al luogo della sua emersione, sulla base di quanto ne sappiamo e dei testi che ci sono fino ad oggi pervenuti.
Ci concentreremo dunque sull’analisi di una parte decisiva e a nostro modo di vedere sottovalutata delle Costituzioni emanate dal Parlamento celebrato nel 1355 a Cagliari dal re Pere d’Aragó/Pietro IV d’Aragona, in cui il sovrano fa appello diretto alla sardica natio riconoscendola di fatto come attore di un rapporto intersoggettivo. A sua volta questo ritrovamento ci porterà, in primo luogo, a focalizzare l’attenzione sul mediterraneo fra fine Duecento e inizio del Trecento, laddove una serie di eventi, discorsi, cronache riportavano in auge i correlati concetti di gens e natio associandoli non solo a un’idea di comunanza linguistica e di appartenenza etno-culturale ma al valore politico di libertà dall’oppressione. In secondo luogo l’insieme dell’analisi del testo delle Costituzioni e del loro sfondo ideologico consentirà di apprezzare meglio il valore dei concomitanti eventi sardi, ovvero l’appello ai sardi di Mariani d’Arbarê/Mariano IV d’Arborea che ne determina la sollevazione nel 1353 e che ritroviamo in forma peculiare nella deposizione del 27 marzo 1359 di Johannes Sart, colui che il sovrano giudicale aveva incaricato di guidare il piano per prendere il castello di Cagliari al fine di impadronirsi dell’intera Sardegna.
Il saggio vuole dunque evidenziare alcuni snodi storici secondo noi trascurati e alcune relazioni di senso fortemente significative, se non rivelatrici, che hanno al centro la sardica natio. Come vedremo, e come già s’intuisce da queste note introduttive, il riferimento alla sardica natio acquista valore non solo attraverso i discorsi in cui si manifesta ma anche attraverso i giochi di traduzione linguistico-discorsiva che coinvolgono il termine natio (gens, nació, nación, nasione…) così come attraverso il suo distinguersi, affiancarsi o parzialmente sovrapporsi ad altri termini quali republicha, logu, provincia, rennu, patria, terra, pobulu che compaiono nel discorso sardo (e euromediterraneo) medievale.
Nonostante i limiti imposti dalla lunghezza di un saggio e dunque l’impossibilità di approfondire ogni aspetto crediamo che questo contributo possa chiarire maggiormente il valore ideologico e politico del riferimento alla nació sardescha nelle lettere spedite dal sovrano della Corona d’Aragona all’indomani de sa Battalla.
E, sebbene prevalentemente controluce, possa rendere accessibili alla coscienza contemporanea alcune decisive pieghe del senso di quell’evento, di quel momento e di quella storia per i sardi.
Fonti:
Treccani
Olivetta Schena
Saggio di Franciscu Sedda “Alle radici de sa Battalla” (in “Sanluri 1409. La battaglia per la libertà della Sardegna”, Cagliari, Arkadia, 2019).
