SA MATESSI DIE – 28 maggio 1329
I produttori sardi stabiliscono il prezzo del vino rosso (latino) e del vino bianco (greco) nel commercio con le Repubbliche marinare

I commerci di vino, pelli, olio, cacio sardesco e granaglie tra la Sardegna e Napoli, Pisa, Venezia, Genova, Grecia e con i Giudei della Barbaria sono in questo periodo floridissimi.
Si stabilì così il dazio del vino rosso (vino latino) in un denaro per bacile: quello del bianco (vino greco) in due denari per starello; e quello del formaggio, il noto cacio sardesco in quattro denari per quintale.
Possiamo supporre che parte dei prodotti di monasteri e di privati su tutte le contrade non lontane dal mercato cittadino sarà scesa in offerta ai compratori e che altra parte di cereali, vino, lana, formaggio, salumi, frutta secca avrà salpato per Marsiglia, Genova, Pisa, partendo dai porti di Cagliari, Oristano, Alghero e Bosa. Oristano era, certamente, centro di commercio caseario: qui scendevano, anche allora, le greggi del Mandrolisai e della Barbagia.
Erano i tempi ben preparati dall’opera dei monaci Vittorini di Marsiglia che avevano trovato i Giudici ben disposti a concedere donazioni e privilegi fiscali e agevolazioni amministrative perché, nel restaurato culto del prestigio chiesastico, riprendesse vigore l’economia.
Per il trasporto delle merci, via mare, il mercante si serve, normalmente, di navigli noleggiati. Ecco, per esempio, la «Sant’Antonio», una «trita», ad una coperta, che lascia il porto di Cagliari, noleggiata per Pisa da un «patrono» di Barcellona ad un tal cittadino di Sarzana, in Liguria.
Il peso della merce è costituito da «cacio sardesco», pari al peso di 22 pondi e 1/5 che corrispondono a circa 235 quintali di merce. Oltre il formaggio, la «trita» deve caricare una certa quantità di pelli di agnello: due «fasci». Quante pelli in un fascio? Non si sa.
Altrove si parla di un collo composto di 100 pelli di agnello, ma non è detto che il fascio caricabile in nave abbia lo stesso numero di pelli di un fascio da caricarsi sul dorso di un somaro o di un cavallo.
Il nolo da Cagliari e Pisa grava con circa mezza lira al quintale. Il pagamento del nolo sarà eseguito a scarico di merce avvenuto (e la nave ha viaggiato a totale rischio del patrono della nave) nel solito posto d’Arno, indicato con la frase: «tra i due ponti».
Anche la lana, pur essendo di qualità non fine, trovava comunque smercio oltre mare per la fabbricazione di grossolani tessuti, capaci di durare tutta la vita, come infatti il popolo voleva.
Le navi andavano e venivano tra il nord della Sardegna e Genova in un viaggio di 15 giorni.
Ed erano galee o taride, saette o buci. Il bucio era il legno più usato. Poteva avere anche un parapetto e caricare di più.
Altro esempio importante è il trasporto di grano, caricato da Oristano, per il porto di Genova, nel novembre 1320. Il 9 giugno 1317 due «patroni» genovesi avevano caricato sulla loro nave 350 «legate » di lana matricina sarda e 32 «fasces» di pelli di ariete.
Grano, formaggio e pelli erano, dunque, i generi di maggior vendita nel commercio; e questo si sapeva, ma non si esclude che, in certi tempi, fosse possibile esportare, vino, frutta fresca e secca e anche agrumi.
Fonti:
P. Meloni Satta, Effemeride sarda
Ildebrando Imberciadori, Il commercio dei prodotti agricolo-pastorali sardi
