SA MATESSI DIE – 18 maggio 1908
Arriva in Sardegna la “Commissione d’inchiesta” sulle condizioni di sfruttamento dei minatori sardi

La stagione di scioperi e proteste operaie iniziata a Montevecchio nel 1903, proseguita a Buggerru nel 1904 e conclusasi con le agitazioni del maggio 1906, spinse il Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta “sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna”.
L’indagine fu molto ampia e venne supportata da ricerche recenti e affidabili e da numerose testimonianze e documenti sulle condizioni di lavoro, sulle istituzioni sanitarie, le malattie sociali e l’ambiente economico e sociale.
All’epoca, l’istituzione della commissione, soprattutto negli ambienti socialisti, fu salutata con grandi aspettative.
La Commissione arrivò a Guspini il 18 maggio 1908 per iniziare la sua seduta alle ore 10 dello stesso giorno nella sede del comune.
Ascolterà 42 operai, la maggior parte residenti a Guspini, nati o trasferitisi qui e nella vicina Arbus per lavorare nelle miniere di Montevecchio.
Saranno ascoltate anche le donne e i bambini, il sindaco Antonio Murru, l’assessore comunale Battista Loi e il medico condotto Cesare Loi.
I lavoratori forniscono informazioni generali sulla miniera (chiederà un commissario: “Quanti operai conta la miniera di Montevecchio?”, risponde il minatore P. G.: “1600-1800”), sulla loro paga (da un minimo di 1,10 lire ad un massimo di 3 lire giornaliere secondo le mansioni svolte, con candela e olio a carico degli operai), sull’organizzazione del lavoro, sulle sanzioni disciplinari, sulle loro abitazioni (la maggioranza di loro vive in casa propria con moglie e figli a Guspini o Arbus, gli altri, molti celibi e qualche famiglia, vivono invece nei cameroni costruiti nei pressi dei pozzi e temono che la società ne porti l’affitto mensile da 5 a 10 lire), sui prezzi dei viveri e sull’assistenza medica.
Emerge uno spaccato inedito e prezioso che descrive le condizioni di vita dei minatori di Guspini a inizio Novecento.
Gli operai interrogati, che lavorano nei cantieri di Piccalinna, Pozzo Sant’Antonio e Pozzo Sanna, avranno un approccio diffidente, ma sincero e rispettoso, verso i parlamentari venuti ad ascoltarli.
Troppo forte è, tuttavia, il timore di rappresaglie da parte della direzione aziendale per aver scelto di presentarsi all’audizione.
I minatori sono quindi identificati negli atti della Commissione dalle sole iniziali dei loro nomi e cognomi e soltanto le informazioni generali vengono registrate.
Il presidente Parpaglia chiede ai lavoratori: “Vi ha impedito nessuno di venire qui?”, risponde il minatore
S. A.: “Abbiamo timore che ci puniscono”, e continua il suo collega U. E.: “Ieri si domandava a certi caporali di venire qui, e nessuno sapeva di questa Commissione”; il presidente tuttavia insiste: “I manifesti sono stati affissi?”; A. T. replica: “Sabato sera erano ancora affissi”. Incalza ancora l’onorevole Parpaglia: “Insomma siete venuti liberamente senza alcuna pressione?”; laconico l’operaio C. S. A.: “Ho sentito dire dall’ingegnere che gli operai erano liberi di presentarsi alla Commissione, e di non presentarsi” e conclude S. A.: “Non c’era però desiderio che fossimo venuti”.
Nella relazione che introduce i risultati dell’inchiesta della Commissione si legge che “le condizioni economiche, igieniche ed intellettuali dei lavoratori del sottosuolo sono tristi; che essi sono scarsamente retribuiti della penosa opera loro; che le loro mercedi subiscono minorazione, quantunque il valore totale della produzione complessiva segnò aumento e non diminuzione.
Si aggiunge che al caro viveri, a causa o dell’improduttività del terreno, o dell’esportazione, o della lontananza dei centri principali di produzione, va unito per i minatori il dovere di sottostare al truck-system; che essi vivono in cameroni luridi; che molte famiglie di minatori sono ricoverate in capanne contro ogni principio d’igiene e d’umanità; che si difetta di acqua potabile; che sono cadenti le scuole minerarie; che non è osservata l’applicazione della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli e quella sugli infortuni; e si domandano, in nome della civiltà e della prosperità economica, rimedi radicali ed energici”.
Fonti:
Walter Valerio Tocco per La Gazzetta del Medio Campidano
