Lo Stato italiano taglia i fondi, a Cagliari crollano le aule. Ma dalle macerie crescerà una nuova generazione consapevole

Ieri sera, appena ho potuto, mi sono avvicinato all’assemblea degli studenti e delle studentesse di UNICA in Aula Capitini. L’ho fatto per sentire quale era l’atmosfera e quali le idee che stavano emergendo ma anche per dare un segno di solidarietà e se possibile d’aiuto.
Nel mio piccolo, visto che non rappresento che me stesso, volevo testimoniare che corpo studentesco e corpo docente non sono due cose distinte e contrapposte, e che davanti a situazioni come queste non è il conflitto interno ma l’alleanza, se non strategica quantomeno tattica, delle diverse componenti dell’Ateneo che può trasformare una situazione di sofferenza ed emergenza in un’occasione per ripensare l’idea di impegno, di partecipazione, di difesa e di rafforzamento di un’istruzione pubblica di qualità a Cagliari e in Sardegna.
L’assemblea aveva già concluso i suoi lavori e deliberato un documento. Ho dato comunque i miei suggerimenti lasciando a studenti e studentesse l’opportunità di farne tesoro o meno seguendo le procedure che l’assemblea si è data. Ho trovato, come è normale, sensibilità e approcci diversi. Ma nel complesso, fra coloro con cui ho parlato, ho visto un’attitudine costruttiva che metteva al primo posto la voglia di riprendere subito le lezioni in presenza in condizioni di assoluta sicurezza, garantite da procedure di verifica trasparenti, di cui studenti e studentesse vogliono essere partecipi e informati.
Due piccoli segni mi hanno colpito. Il primo è stato il cartello che accoglieva all’Aula Capitini e indicava lo stato di occupazione: era in sardo. Il secondo è stato il cartello posto bene in vista al centro della grande cattedra che domina l’aula. Diceva più o meno così “Lo Stato italiano taglia i fondi, a Cagliari crollano le aule”.
Nell’insieme questi due segni mi pare diano la misura di una sensibilità sarda che sta crescendo. Perché maturi riporto qui alcuni dati: fra il 2009 e il 2017 lo Stato aveva tagliato 25 milioni di euro all’Ateneo di Cagliari; questo corrispondeva ad un taglio di ben il 27% del Fondo di Finanziamento Ordinario; soltanto l’intervento economico delle istituzioni sarde aveva salvato la continuità del funzionamento dell’Ateneo e dunque la salvaguardia dei diritti basici all’istruzione per i giovani e le giovani sarde; una vertenza portata avanti dall’allora Governo sardo aveva ottenuto una deroga a quei criteri demografici e di accessibilità introdotti dalle leggi di riforma italiane per stabilire i parametri di finanziamento degli atenei, parametri sleali che avevano guarda caso finito per danneggiare la Sardegna e le sue università più di chiunque altro; il tutto si inseriva – e storicamente si inserisce – nella Vertenza Entrate, ovvero nella sottrazione di risorse dei sardi da parte dello Stato o nella indisponibilità di fatto della ricchezza prodotta che per Statuto dovrebbe restare nelle nostre casse. Una condizione che non si potrà risolvere fino a quando non verrà data piena, completa, coraggiosa attuazione alla legge per l’Agenzia Sarda delle Entrate che io, l’indipendentismo e tante altre parti della società sarda abbiamo portato avanti ed ottenuto.
Insomma, meno rivendicazione verso lo Stato e più unità concreta e propositiva fra sardi; meno protesta e più conoscenza ed appropriazione dei meccanismi di governo; meno attesa di soluzioni e più impegno per prendere in mano la Sardegna, le sue risorse, le sue politiche, emancipandola da scelte italiane che – in buona o cattiva fede che sia – non possono essere parametrate sulle esigenze di un’isola lontana, spopolata, vista al massimo come luogo turistico.
Certo, i sardi devono produrre più ricchezza, in modo migliore e più sostenibile dal punto di vista ecologico e sociale. E certo, avere più ricchezza nelle proprie tasche non significa saperla spendere bene, senza sprechi, mettendo le risorse in ciò che veramente contribuisce a salvaguardare e rafforzare l’interesse generale, il bene comune, i servizi pubblici, la produzione di lavoro, i diritti di base di giovani e anziani. Per questo serve una nuova classe dirigente sarda, fatta da chi mentre guarda al mondo ha a cuore la Sardegna. La speranza è che questa nuova generazione stia crescendo oggi. Anche fra i banchi di questa assemblea studentesca, anche dalle macerie della nostra Aula Magna.
Franciscu Sedda
