SA MATESSI DIE – 29 maggio 1931
Viene fucilato Michele Schirru, l’anarchico sardo che voleva uccidere Mussolini

Michele Schirru, anarchico sardo viene condannato e ucciso a morte per aver progettato l’uccisione di Mussolini. Il Duce stesso volle che fossero 24 sardi volontari a sparare al giovane sardo.
Nato a Padria, il 19 ottobre 1899, Michele Schirru trascorre la sua infanzia nel paese della madre, Pozzomaggiore. Frequentata la scuola del paese sino alla 6° elementare, viene assunto come apprendista nella bottega di un fabbro.
Secondo quanto da lui stesso affermato, fa la conoscenza delle idee anarchiche sin da bambino grazie ad un anziano muratore anarchico suo compaesano, tale Antonio Solinas Chessa, che lo incaricava di distribuire dei manifestini di propaganda sovversiva.
Durante il processo del 5 maggio 1931 dichiarerà di essere stato un adolescente «scapigliato e selvaggio», assolutamente ostile ad ogni forma di oppressione.
Partito il padre per gli Stati Uniti in cerca di fortuna, viene ammesso da autodidatta alla Scuola marittima di La Spezia, ma è costretto ad interrompere gli studi a causa di una forte polmonite.
Nell’agosto 1917 è presente alle agitazioni sociali di Torino, dove per la prima volta viene arrestato dalle forze dell’ordine.
Rilasciato, in quello stesso anno viene chiamato a svolgere i tre anni di servizio militare, di cui 14 mesi li passerà al fronte. Partecipa alla guerra con la speranza che da imperialista si trasformi in guerra di liberazione degli oppressi prima e rivoluzione sociale poi.
Al termine del “grande massacro” rimane in Italia, a Torino, dove incontra altri compagni che gli permettono di conoscere meglio e approfondire i principi e la storia del pensiero anarchico.
Sino ad allora si era definito socialista, ma da questo momento inizierà la vera e proprio militanza nel movimento anarchico:
«Allora la mia mente che s’apriva conobbe l’ideale anarchico, la sua bellezza, la sua grandezza. E il socialismo mi parve una povera cosa con le sue preoccupazioni politiche, con le sue battaglie elettorali, con le sue paure di turbare le laboriose digestioni di lor signori. Il mio era un temperamento ribelle, la mia era una coscienza, se pure in formazione, tutta tesa verso un completo ideale di libertà e di giustizia; e nei libri e negli opuscoli anarchici, così vibranti di entusiasmo, trovavo le parole e i pensieri che perfettamente esprimevano il mio stato d’animo e le mie speranze. Così divenni anarchico.»
A Torino, durante il luglio 1919 (20-21 luglio), Schirru è in prima fila nelle nuove agitazioni sociali che gli costano un nuovo periodo detentivo, quantunque per fortuna riuscirà ad evitare il tribunale militare.
Ritornato da disoccupato in Sardegna e deluso dal tradimento del PSI durante le occupazioni delle fabbriche del 1919-20, decide di emigrare negli Stati Uniti d’America.
Sbarca a New York il 2 novembre 1920, stabilendosi nella “Grande mela” alla 187a strada n. 561e, salvo un periodo di residenza (dal 1920 al 1921) a Pittsfield, Massachusetts.
Attività politica negli Stati Uniti
A Pittsfield, nel marzo del 1921, viene aggredito e ferito da quello che lui definisce un emissario del prete locale:
«Fui ferito ad una spalla ed al fianco sinistro. Il mio assalitore fu ferito da una palla di rivoltella ad un piede, ed io venni arrestato ed accusato di assalto con intento di uccidere. Liberato sotto cauzione di trecento dollari, evitai il processo assentandomi…io, l’aggredito, ero l’accusato; il mio aggressore, perché sicario di un prete, era l’accusatore. La giustizia dello Stato è uguale in tutti i paesi. »
Quando nel 1922 viene fondato il giornale anarchico «L’Adunata dei Refrattari», Michele Schirru si lega al gruppo, di cui fanno parte anche altri anarchici sardi, tra cui Salvatore Dettori, Antonio Giuseppe Meloni e Costantino Zonchello (per un breve periodo questi sarà anche direttore del giornale). Più tardi conoscerà Raffaele Schiavina, di cui peraltro diventerà anche amico.
L’Adunata dei refrattari
A New York si sposa con una cittadina americana, Pirola Minnie, con cui si unisce in matrimonio nel 1925 e con la quale avrà due figli (Lela e Spartaco).
Dopo aver svolto la professione di meccanico a Pittsfield, a partire dal 1925 a New York inizia un’attività di commercio di frutta che gli permette di migliorare notevolmente la sua situazione economica.
Avrebbe potuto vivere tranquillamente se non avesse seguito il suo istinto libertario, che negli USA si era sicuramente consolidato.
Sarà quest’istinto libertario che lo porterà a scontrarsi diverse volte con i fascisti americani ed a mantenere attivo il suo impegno in favore dell’anarchia.
Nel 1926 acquisisce la nazionalità americana e partecipa attivamente ad una serie di iniziative di protesta, tra cui la campagna in favore di Sacco e Vanzetti, venendo fermato più volte dalle forze dell’ordine specialmente dopo scontri con i fascisti italo-americani.
«Anche in America feci del mio meglio per non essere mai assente dalla lotta: contro l’opera nefanda del prete, contro l’infiltrazione fascista nelle colonie italiane».
A partire dal 1929, Schirru viene schedato come “sovversivo” e sorvegliato dalle autorità italiane e americane in quanto inviava frequentemente ai suoi compaesani, compreso il segretario del fascio comunale, riviste anarchiche di ogni specie.
Schirru intende far qualcosa per fermare il regime fascista e per questo decide di far rientro in Europa, dove vi giunge nel gennaio 1930.
Nel mese seguente è già a le Havre, in Francia. Di qui si sposta a Parigi, poi nei pressi di Avignone (dove risiedono padre, madre e fratelli) ed infine a Milano, dove prende contatti con diversi compagni con i quali discute dei suoi propositi.
Fatto rientro nuovamente a Parigi, fa la spola tra la Francia, Bruxelles (qui il 30 dicembre 1930 redige il suo Testamento), Charleroi e Liegi.
Proprio in Belgio prepara i due ordigni che gli sarebbero dovuto servire per l’attentato, mantenendo stabili contatti con Raffaele Schiavina, Giuseppe Polidori (da cui riceve somme di denaro) e Emidio Recchioni.
Il progetto, è quello di uccidere il “Duce”, sconfiggere il fascismo e innescare la rivoluzione sociale: accompagnato da Emilio Lussu alla stazione, da Parigi parte per l’Italia con due bombe (gennaio 1931). Giunto a Roma il 12 gennaio 1931, affitta una stanza presso l’Hotel Royal di via XX Settembre.
Qui conosce la ballerina Anna Lukowski, con cui si frequenta per un breve periodo trovandosi reciprocamente simpatici. Quando lo arrestano, il 3 febbraio 1931, si trova in albergo (Albergo Colonna, via Due Macelli) proprio con lei.
Mentre lo conducono al commissariato, Schirru impugna una rivoltella e tenta di suicidarsi, ma senza “successo”. Rimane però ferito e per questo verrà ricoverato in ospedale. Nella sua stanza, al Royal, trovano bombe e corrispondenza varia. Inizialmente l’anarchico sostiene che quelle armi servivano per colpire alcuni fascisti del suo paese, solo successivamente, secondo la versione fascista, ammette che aveva intenzione d’uccidere il Duce.
Schirru aggiunse però che, consapevole delle difficoltà dell’impresa, aveva oramai desistito dal proponimento di uccidere il Duce e si apprestava quindi a ripartire.
Reazioni della stampa anarchica all’arresto
Immediatamente dopo il suo arresto, i giornali anarchici dipingono Schirru come un eroe dell’antifascismo e dell’anarchismo: in Michele Schirru, pubblicato su «Il Risveglio anarchico» l’anarchico sardo è catalogato come un “vendicatore” (21 febbraio 1931); «L’Adunata dei Refrattari» lo dipinge come «l’incarnazione della rivolta integrale» (Michele Schirru, 21 maggio 1931); «Vogliamo!» scrive che Michele Schirru «é l’eroe che balza sempre a tentare con il proprio sacrificio la conquista della libertà» (Battaglie d’attualità Michele Schirru, gennaio-febbraio 1931).
Il processo, la condanna e l’esecuzione
Michele Schirru viene giudicato dal Tribunale speciale presieduto dal deputato fascista Guido Cristini. Il procedimento inizia il 27 maggio 1931.
Michele Schirru ha il volto deturpato dallo sparo subìto dopo l’arresto.
I giudici fascisti riescono ad aggravare la posizione dell’imputato, facendo credere che, al momento dell’arresto, egli intendesse sparare per uccidere e non per suicidarsi, cosa abbastanza inverosimile perché secondo le testimonianze il funzionario che lo aveva arrestato gli dava le spalle, al momento dello sparo e perché Schirru si ferisce alla faccia in seguito allo sparo.
Di diverso parere è però Garosci, che scrive: «In questura quando vide che sarebbe stato perquisito, non volle almeno morire senza essere vendicato: estrasse la rivoltella e sparò sugli agenti e sul commissario, ferendoli».
Al di là di tutto si può comunque immaginare che al momento dell’arresto ci sia stata una colluttazione e siano partiti alcuni spari in seguito alla stessa.
Durante il dibattimento l’anarchico sardo dice che aveva progettato l’attentato «per le mie idee anarchiche, per i compagni confinati nelle isole, per la speranza che con la caduta di Mussolini, cadesse tutto l’ordinamento politico dittatoriale e borghese della società».
Schirru ribadisce alla corte che ormai aveva abbandonato ogni proposito d’attentato perché “l’operazione” era per lui troppo difficoltosa.
Il suo avvocato Cesare D’Angeloantonio (avvocato d’ufficio, e quindi probabilmente non estraneo alle congetture fasciste) – “proverà ” a salvargli la vita, ma senza riuscirvi.
La sentenza viene pronunciata alle 21 del 28 maggio 1931 e Schirru viene condannato alla pena di morte in quanto: «Chi attenta alla vita del Duce attenta alla grandezza dell’Italia, attenta all’umanità, perché il Duce appartiene all’umanità».
L’avvocato presenta domanda di grazia, ma questa non viene nemmeno inoltrata dal comandante a cui era stata affidata.
Il 29 maggio 1931, alle 4:27 viene eseguita la sentenza di morte.
Mussolini volle che fossero 24 sardi volontari a sparare all’anarchico. Davanti al plotone d’esecuzione il giovane grida: «Viva l’anarchia, viva la libertà, abbasso il fascismo!».
Non aveva ancora compiuto 32 anni.
Schirru affrontò il plotone d’esecuzione con molto coraggio suscitando, a quanto risulta da alcune fonti, l’ammirazione dello stesso Mussolini.
Per il suo tentativo fallito e per il coraggio dimostrato Schirru si trasformò, dopo l’esecuzione, in un modello per l’anarchismo e per l’intero Antifascismo.
Reazioni all’esecuzione
Il quotidiano locale de «L’Unione Sarda», il giorno dopo l’esecuzione, dedica due piccole colonne all’accaduto:
«All’alba di ieri la giustizia ha compiuto il suo corso: Michele Schirru è caduto sotto il piombo del plotone d’esecuzione». L’articolo proseguiva ricordando che si trattava «della sanzione fisica di una morte moralmente già avvenuta».
La colpa di Schirru era infatti doppia, oltre che anarchico egli si era anche ormai “americanizzato”, e in quanto tale non era degno di alcuna considerazione.
«L’Adunata dei Refrattari» pubblica Il testamento di Michele Schirru esaltando «la nobiltà dei suoi scopi» e «l’adamantina fierezza del suo carattere». «Studi sociali», giornale di Montevideo, lo paragona ad Oberdan (12 giugno 1931), «Il Risveglio anarchico» ad un nuovo Gaetano Bresci (giugno 1931), aggiungendo enfaticamente anche che «dietro Michele Schirru, giovane sentinella perduta, già avanza la folla dei vendicatori e dei liberatori ignoti» (18 luglio 1931).
Anche Camillo Berneri lo esalta: «Egli era certo che il suo esempio non sarebbe stato infecondo, che la disfatta rispetto all’obiettivo dell’impresa poteva risolversi in una vittoria. Egli ha vinto infatti. Egli è più vivo che mai.» (Pubblicato da Carlo Frigerio in Almanacco libertario pro-vittime politiche).
Mesi dopo l’assassinio di Schirru, il 2 novembre, alcuni cittadini lasceranno due garofani rossi sulla sua tomba. Arrestati, saranno perseguitati a lungo. L’anno seguente, Angelo Sbardellotto, considerato il suo vendicatore, attenterà alla vita del Duce.
Condannato a morte sarà poi sepolto in incognito.
In Michele Schirru. Vita, viaggi, arresto, carcere, processo e morte dell’anarchico italo-americano fucilato per l’«intenzione» di uccidere Mussolini, Giuseppe Galzerano scrive che Michele Schirru fu rinnegato dal padre, dal fratello prete e dalla sorella.
È certamente vero che la sorella Antonietta, segretaria della sezione femminile del fascio di Pozzomaggiore, non solo rinnegò il fratello ma chiese anche il cambio del suo cognome in Esquirro, arrivando quindi, per puro fanatismo fascista, alla negazione dei più elementari e naturali sentimenti umani.
Al contrario, non corrisponde al vero che il padre lo abbia rinnegato, infatti, pur essendo molto lontano dalle idee del figlio, egli sostenne attivamente il Comitato di difesa, rimanendo sempre in relazione costante con Jean Bucco di Parigi, e spedendo al figlio i soldi che venivano dai compagni di Parigi e di New-York, che pubblicarono successivamente il testamento politico nel loro settimanale «L’Adunata dei Refrattari».
In memoria di Michele Schirru
Dal blog: La bottega del Barbieri
Una notazione a parte merita la figura di Schirru nell’arte di Costantino Nivola. L’artista di Orani, anche lui sardo trasferitosi negli States quasi 20 anni dopo, ha sentito per Schirru un sentimento particolare. Scrive nel suo blog Angelino Mereu, di Orani: “La vicenda di Schirru lasciò un segno profondo nell’artista (…) che in un certo qual modo si identificava con l’anarchico: entrambi sardi, entrambi vicini alle idee libertarie e antifascisti convinti, entrambi emigrati negli Stati Uniti.
Non è un caso, quindi, se negli anni ’70, quando l’artista decide di onorare la memoria di Schirru”, nei numerosi schizzi e disegni che realizza, la figura dell’anarchico sia spesso rappresentata proprio da un autoritratto di Nivola.
L’idea di Nivola era di realizzare una sorta di quadro storico che recuperasse dall’oblio la figura dell’anarchico, sconosciuta ai più e che rischiava di essere dimenticata”.
I disegni vennero esposti a Roma nel 1977 ma non riuscì a realizzare quanto si proponeva. Tanto che in uno dei disegni accanto alla dedica scrive “mancato tentativo di esprimere l’epica storia di un sardo”.
Canzoni:
All’anarchico Michele Schirru è stata dedicata la canzone Kenze Neke dall’omonimo gruppo etno-rock sardo dei Kenze Neke.
L’Associazione figli d’arte Medas ha messo in scena, insieme al gruppo dei Kenze Neke che ha curato le parti musicali, un’opera teatrale intitolata L’Anarchico Schirru e tratta dall’omonimo libro di Giuseppe Fiori.
Fonti: Anarcopedia
