SA MATESSI DIE – 16 maggio 1906
Cagliari spaccata in due: c’è chi manifesta contro lo sciopero delle tabaccaie

I moti del pane del 1906.
Qualche giorno prima, il 13 maggio, venne convocato nella nuova grande terrazza del Bastione, un comizio, dove presero la parola il presidente della Commissione per il contenimento dei prezzi, prof. Curti, il repubblicano avv. Salvatore Diaz, il socialista avv. Efisio Orano e le sigaraie Boi, Marini e Nieddu, ( l’88% dei dipendenti lavoratori della Manifattura Tabacchi era formato da donne).
Le tre donne, Boi, Marini e Nieddu il giorno prima, avevano fatto parte di una delegazione che si era recata in Municipio per protestare ed avanzare proposte contro l’aumento dei prezzi e il sindaco Bacaredda, durante l’incontro, aveva rivolto loro una frase ritenuta offensiva: “…. se le triglie costano due lire al chilo faccio tanto di cappello e compro baccalà”.
La frase riferita nel corso del comizio eccitò gli animi, anche perché era stato omesso di riportare quel “fate come me” che Bacaredda aveva posto a premessa della sua raccomandazione.
Inoltre erano state respinte tutte le richieste avanzate il giorno precedente dalla delegazione.
Così per giorni la città fu caratterizzata da scioperi e diversi disordini, alcuni commercianti chiusero i mercati, si formarono cortei spontanei che giravano per la città e si scontravano con la polizia.
Il corteo del 14 maggio raggiunge la Sezione Socialista, nella vicina via Porcile, per prendere la bandiera. In cima all’asta viene infissa una pagnotta a simboleggiare la lotta contro il “caro dei viveri”.
La bandiera, impugnata dalla sigaraia Elvira Floris, sarà il riferimento dei dimostranti durante il percorso della manifestazione. La Floris avrà il ruolo di vessillifera anche nei giorni successivi: un implicito riconoscimento allo stabilimento divenuto simbolo della lotta.
Nel frattempo sopraggiunge il dirigente socialista Efisio Orano che, affiancato dalla Floris, prende la direzione del corteo indirizzandolo verso la stazione delle Ferrovie Secondarie, situata nel viale Bonaria, poi verso lo stabilimento di produzione del gas cittadino per invitare gli addetti a lasciare il lavoro ed unirsi a loro.
La Stazione è presidiata da uno schieramento di soldati di fanteria al comando del capitano Caffiero.
Lo spettacolo dei fucili con le baionette inastate irrita i dimostranti. Lo giudicano un atto provocatorio al quale reagiscano con una fitta sassaiola.
La folla è ormai incontrollabile.
Il 15 maggio è il giorno del saccheggio dei casotti daziari, che sorgono numerosi nei punti d’ingresso alla città, e del danneggiamento della stazione tranviaria di San Mauro dove vengono rovesciati e distrutti tre vagoni carichi di sabbia e divelto un lungo tratto di binario.
Si arriva al 16 maggio la giornata della contromanifestazione organizzata dal leader dei commercianti, Guido Costa.
Un folto corteo formato da negozianti, artigiani,impiegati parte da Piazza Martiri e passando per via Manno, Largo Carlo Felice, il Corso arriva allo stabilimento Merello. Di qui si torna indietro ripercorrendo lo stesso itinerario.
Non sono mancati momenti di tensione quando la contromanifestazione incontra nella via Manno un folto gruppo di scioperanti, ed è la presenza delle forze dell’ordine ad impedire che vi siano gravi conseguenze. Anche gli slogan esprimono una forte contrapposizione: “viva l’esercito”, “viva l’ordine”, “abbasso la teppa”.
Ma sono soprattutto le parole conclusive di Guido Costa, a darci la dimensione del livello di scontro sociale quando invita ” tutti i presenti a riunirsi, armati, a qualunque ora in Piazza Martiri, poiché i commercianti, ad evitare gli atti di teppismo, la rovina del commercio, spareranno sulla folla” (da L’Unione Sarda del 17 maggio). Dove quel “spareranno sulla folla” ha il suono sinistro della violenza, ed è ben lontano dagli inviti alla calma rivolti da Orano, Guidi , Diaz agli scioperanti adunati al Bastione.
Era l’emergere di due anime della città che, al di fuori di schieramenti politici precostituiti ed in modo trasversale , si confronteranno a lungo: una chiusa, fortemente arroccata ad una visione isolazionista, spesso sprezzante nei confronti del “contado”; ed una aperta, favorevole al confronto, attenta a costruire la dimensione di una civile e moderna comunità urbana.
La pacificazione venne “ristabilita” facendo affluire in città 5000 tra militari e agenti delle forze dell’ ordine, quasi 1 ogni 10 abitanti.
La via seguita fu quella della repressione con centinaia di arresti, compresi quelli di coloro che, come gli avvocati Orano, Diaz ed il prof. Guidi si erano adoperati perché la protesta si svolgesse con modalità pacifiche.
Il lavoro riprenderà lentamente nei giorni successivi, dopo che le dimissioni della Giunta e la nomina, il 16 maggio, del commissario prefettizio Angelo Sanguino avevano allontanato dalla scena politica un gruppo di governo della città, imputato delle gravi difficoltà nella vita quotidiana, sebbene stesse avviando la società cagliaritana verso nuovi orizzonti di crescita economica e sociale.
Fonti:
Francesco Cocco, Il manifesto sardo
